Home / Musica / L’estinzione delle compilation
compilation

L’estinzione delle compilation

Mi unisco a Stephen Thomas Erlewine che su Pitchfork lamenta la scomparsa – se non presente comunque prossima – della compilation come prodotto discografico. Sembra paradossale: ora che lo streaming ci sottrae dalle grinfie della discografia più bieca e profittatrice, sempre pronta a far soldi sulla nostalgia e sui sentimenti, ci lamentiamo?

No, ovviamente – il passo avanti è notevole e innegabile. Dalla raccolta in formato cd alla playlist, creata dai fan, in costante evoluzione e immediatamente accessibile. Ma, come molte esperienze politiche e culturali insegnano, trasformare un flusso verticale (dall’alto verso il basso, cioè da chi produce a chi ascolta) in uno orizzontale (interno cioè al pubblico stesso) è un’operazione metaforicamente parlando sanguinosa. Per prima cosa prevede una cessione di responsabilità, ovvero l’abbandono da parte delle case discografiche del ruolo di custodi del catalogo, che viene semplicemente riversato nell’oceano degli store digitali. Sembra banale se pensiamo alle major, che hanno un legame molto tenue con i fan, ma per le indie che hanno fatto da “scuola” è un passaggio cruciale.

Questa responsabilità passa ai curatori, che siano fan o influencer. È uno slittamento intrigante, che ci porta ad una sorta di memoria diffusa. È, in fondo, incredibilmente giusto che la musica smetta di essere proprietà culturale dell’artista e passi a disposizione del pubblico, che crea il mito dell’artista e lo alimenta negli anni. Certo, il rischio concreto è una selezione blanda, che accontentando tutti finisca come di consueto per non accontentare davvero nessuno – come un best of di Michael Jackson che contenga solo i singoli più famosi, per capirci.

Ma nelle playlist così confusionarie ed emotive manca la logica autorevolezza delle raccolte. Un best of è un punto di partenza per l’ascoltatore (oltre che un inutilissimo cimelio per collezionisti). Si ascoltano 80 minuti di musica per capire se si ama un musicista e da lì si parte alla scoperta. Non esiste uno strumento “dal basso” che possa svolgere un ruolo paragonabile, e i listoni condivisi sui social sono un punto di arrivo istantaneo, che l’utente salva, mette da parte e ascolta, un po’ sopraffatto e un po’ indifferente.

Il punto d’incontro richiede una presa di coscienza da parte dell’industria e dei creatori, per continuare i repackaging in modo sensato. Ma le case discografiche non ne vedono il profitto immediato, e i musicisti rimangono incapaci di giudicarsi in modo sincero. In fondo, però, c’è spazio aggiuntivo per le operazioni nostalgia, quando le piattaforme in cui ci cibiamo di musica sono già soffocate dal blob della vecchiaia, della celebrazione del vecchio, della polvere spacciata per aria fresca? Razionalmente direi di no, emotivamente la paura di perdere quello che c’è stato rimane troppa. Lasciare che l’archivio sia curato dal passante ordinario è un rischio culturale – correrlo può aver senso, ma solo se conosciamo le alternative.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

Check Also

eurovision

Il tesoro dell’Eurovision

Dal momento che l’Italia all’Eurovision fa brutte figure dal 1990 (vinse Toto Cutugno a Zagabria), ...