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Il tesoro dell’Eurovision

Dal momento che l’Italia all’Eurovision fa brutte figure dal 1990 (vinse Toto Cutugno a Zagabria), collettivamente si è deciso che l’Eurovision è un’inutile schifezza. Sicuramente è più una tre giorni di cabaret che una kermesse musicale di alto livello, e non rivela grandi verità sullo stato della musica. Ci dice sicuramente che in Italia non c’è una produzione pop internazionale, ma lo sapevamo. Ci fa prestare attenzione a paesi che dovremmo osservare più costantemente – Olanda, Danimarca, Francia su tutti – e ci dice a chi piace il pop italiano così com’è (Spagna, soprattutto).

Ma l’Eurovision è fondamentalmente la coesistenza di identità culturali forti in uno spazio ristretto. È quindi una celebrazione dell’Europa come idea, ancor prima che dell’Europa politica o economica o dell’occidentalismo culturale. Anzi, è all’opposto del concetto di cultura dominante, e considerando che le classifiche in tutto il mondo sono dominate da musicisti inglesi e americani non è poco. Persino l’Australia, che storicamente fatica a sfruttare il vantaggio linguistico, ha scelto di partecipare.

È una visione stranamente antiamericana. In questi giorni si discute di un’intervista rilasciata da Daryl Hall (il cantante soul del duo Hall & Oates) al Salon, in cui viene fondamentalmente negata la validità del concetto di appropriazione culturale. Hall, che è bianco, dice che la musica con cui è cresciuto è “sua”, anche se di fatto appartiene ad un gruppo etnico differente. Cita l’etichetta di blue-eyed soul, la soul dagli occhi azzurri che ebbe notevole successo nel Regno Unito oltre che negli Stati Uniti, come esempio di ghettizzazione al contrario.

È vero, ogni controversia negli Stati Uniti tende ad essere riportata allo scontro razziale. Questo, ancora di più delle lotte di Martin Luther King e Malcolm X, è il momento cruciale per i neri americani. L’uguaglianza formale esiste, ma l’uguaglianza sostanziale è ancora un sogno lontano. L’industria culturale e dell’intrattenimento è dominata dal maschio bianco – gli Oscar di quest’anno sono un esempio bruciante – ma ha senso una divisione netta in “riserve indiane” per tutelare l’autenticità culturale delle minoranze?

Macklemore si scusa per essere un rapper bianco, dice che sente l’hip hop come parte di sé ma sa che sta facendo soldi sulla cultura degli altri, agevolato dal colore della pelle. Adele canta musica nera, ma è inglese e quindi fuori dalle polemiche. Kanye attacca Taylor Swift perché è l’esempio principe della musica bianca rassicurante che “sconfigge” i gangster alla ribalta, e la stessa Swift si prende il lusso di giocare con gli stereotipi della musica nera (in Shake It Off). Ariana Grande imita le colleghe, con una caricatura vocale per Britney Spears e Christina Aguilera ma dissacrando il twerking per rappresentare Rihanna.

La lotta americana è all’ultimo respiro, con la reazione tutta Trump-iana del “bianco ferito” che lamenta il politicamente corretto, o tutta Sanders-iana della sinistra che smette di pensare alle minoranze. I bianchi e l’hip hop, e il blues, e la soul, i neri che non avranno mai spazio nel rock e devono sentirsi paragonati ai latinos che combattono una battaglia uguale e diversa.

La sola esistenza, in Europa, di un weekend in cui viene celebrata la diversità storica e culturale di un continente così piccolo è incredibile. E sarebbe molto confortante vedere da parte italiana un tentativo concreto di portare musica o molto globale o molto locale alla ribalta. Non per vincere sugli altri, ma per soddisfare la fame di Italia che la musica non riesce a trasmettere.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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