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Marco Pannella – L’ultimo tiro di libertà

Nell’Abruzzo che affaccia verso l’Adriatico vi è una città di soli cinquantamila abitanti che ha dato i natali ad uno dei più carismatici protagonisti della Repubblica Italiana. Nel panorama della storia politica italiana vi è un partito che senza aver avuto mai un consenso superiore al 5 per cento alle urne, ha rivoluzionato come nessun altro la terra italica. Si è soliti dire che le etichette sono fini a sé stesse, la storia dei Radicali ne è massima prova. Poiché, ai proclami è corrisposta una lealtà e coerenza da parte del suo ispiratore, che se non in Pertini e Almirante, non ha eguali nella breve storia repubblicana. A essere corpo e mente dei Radicali è stato un uomo che per l’appunto è nato a Teramo e con percentuali di voti che mai hanno raggiunto il decimo ha dimostrato come le battaglie portino sempre i propri frutti. Il suo nome: Giacinto Pannella, detto Marco.
Ci si chiederà del perché di un nome come Giacinto, quando la storia lo ha ricordato come Marco. Il nome Giacinto lo si deve allo zio. Infatti, il primo Giacinto fu un sacerdote letterato, ispiratore del cattolicesimo liberale. La casa natale si trova nella via oggi intitolata proprio allo zio Giacinto. Aspetto goliardico del leader radicale, un laico anticoncordatario, ma attento al sentimento religioso. Nato da madre francese e padre abruzzese, Marco Pannella è rimasto fino agli undici anni in Abruzzo per poi trasferirsi con la famiglia a Roma, dove si è avvicinato, senza più lasciarla, alla politica.
Vi è un dato sul quale tutta la psicologia è unita e d’accordo, ossia che i ricordi della fase infantile e della crescita segnano indelebilmente carattere e percezioni dell’uomo. Questo accadde anche per Giacinto Marco Pannella, il quale da un spiaggia pescarese comprese quale sarebbe stato il suo destino. E’ proprio in Abruzzo che la sua vita e battaglia prende forma, quando un’estate a Pescara Pannella scopre il razzismo. Lo raccontò a Marco Suttora nel libro “I segreti di un istrione”:

«Avevo una compagna di giochi, si chiamava Adria. Era il mio primo grande amore, avevo preso una cotta gigantesca per lei. Ci vedevamo tutti i pomeriggi a giocare. Ma un giorno, d’improvviso, non si vide più. Scomparsa. Era figlia di ebrei, e la sua famiglia era scappata a Tangeri. Allora ho capito cosa vuol dire perseguitare le minoranze».

 

E’ l’inizio di una storia personale che sarà specchio della storia italiana, come se fosse un Forest Gump reale e non immaginario.

Crebbe frequentando fascisti e antifascisti, ebrei e stranieri, maturando idee liberali, formandosi sui testi di un altro grande suo corregionale come Benedetto Croce. Se vi è un perno dal quale non bisogna mai discostarsi nel raccontare Giacinto è che esso è stato un liberale autentico. Infatti, cominciò precocemente con la politica, iscrivendosi nel 1945 al Partito Liberale Italiano. La sua formazione didattica sarà composta dagli studi classici al liceo Giulio Cesare di Roma a Corso Trieste e dall’Università di Urbino dove divenne Dottore in Legge.
La discussione della tesi durò due ore. Parlava tanto già allora. Con la laurea in tasca, ad appena 25 anni fondò il Partito radicale. Il perché lo spiegherà lui stesso: «Noi siamo diventati radicali perché ritenevamo di avere delle insuperabili solitudini e diversità rispetto alla gente».
E qualcuno ha pensato, che fosse morto li,
però non era vero.
E qualcuno ha giurato che fosse morto li.

 
Nel 1950 diviene incaricato nazionale universitario del Partito liberale; due anni dopo è Presidente dell’UGI (Unione Goliardica Italiana, associazione goliardica delle forze laiche studentesche), divenendo poi anche presidente dell’Unione nazionale degli studenti universitari (Unuri). Durante il periodo di militanza nel Partito Liberale sostiene la causa dell’italianità di Trieste, in dissenso con tutte le forze della sinistra, perchè nella Zona B gli Italiani sono infoibati e perseguitati, ma nell’Italia del dopoguerra Tito non va toccato.
Poi l’anno della svolta ossia il 1955 quando, distaccandosi da un troppo morbido PLI, fonda il Partito Radicale assieme a Ernesto Rossi, Leo Valiani, Mario Pannunzio ed Eugenio Scalfari, quest’ultimo fascista in gioventù poi fondatore de L’Espresso. In vista delle elezioni politiche del 1958 si decide di organizzare liste unite con i repubblicani: la coppia PR-PRI ottiene l’1,37% dei voti (e 6 seggi) alla Camera. Nel 1959, su Paese Sera, propone l’alleanza di tutte le sinistre e l’ipotesi di un governo che comprenda anche il PCI. Nell’articolo egli scrisse che per combattere il “regime democristiano” socialisti, radicali e repubblicani dovevano creare uno schieramento unitario, coinvolgere i comunisti e tracciare un programma di governo alternativo a quello scudocrociato. E’ la prima grande sfida che lo oppone al Partito di Don Luigi Sturzo.

Poi verranno le battaglie per il Divorzio, l’aborto non clandestino e il finanziamento pubblico ai partiti. Organizzerà i referendum anti-caccia e anti-nucleari. Nel 1985 ha contribuito alla nascita delle Liste Verdi, anche mettendo gratuitamente a disposizione del movimento ambientalista il simbolo elettorale del Sole che ride. Verso la fine degli anni ottanta è stato il promotore della trasformazione del Partito Radicale in partito “transnazionale” e “transpartito”, partito che da allora in poi concentrerà la sua azione politica verso gli obiettivi dell’abolizione – cominciando dalla moratoria – della pena di morte in tutto il mondo (obiettivo poi passato a Nessuno tocchi Caino), dell’affermazione universale di alcuni diritti umani e della democrazia, dell’istituzione di un tribunale internazionale – in ambito ONU – in grado di sanzionare i crimini di guerra ed i crimini contro l’umanità. La Seconda Repubblica lo vedrà portare Emma Bonino, grazie all’alleanza con Silvio Berlusconi, a Capo della Commissione Europea. Sosterrà l’elezione di Francesco Rutelli a Sindaco di Roma, uno dei suoi ragazzi. Si batterà per la depenalizzazione delle droghe leggere, la quale gli costerà un arresto in flagranza di reato nel 1975. Anni luce lontano dai proclami giustizialisti della politica attuale, poichè consapevole del prezzo che ogni militante e combattente politico deve pagare per poter esercitare la propria lotta. Infine l’appoggio a Prodi nel 2006, l’indipendenza nel periodo della crisi economica e l’ultima benedizione al Referendum, il sale della democrazia diretta. Infatti, dopo aver preso parte alle iniziative No-Triv in Abruzzo sin dal 2014 quando sentenziò: ‘L’oro nero produce morte’, ha recentemente consegnato le stesse al comitato referendario, nel mentre le istituzioni incarnate dal Premier e da un Presidente Emerito della Repubblica invitavano all’astensione.
Sandro Pertini lo ha definito “un monello”, altri lo considerano “un visionario, un sognatore, un confusionario”; Indro Montanelli lo considerava una persona “che profuma di bucato pulito”; Leonardo Sciascia lo definì come “il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge e della giustizia”; Pier Paolo Pasolini che, secondo De Mauro, non usava mai la locuzione “Ti amo”, sul Corriere della Sera, arrivò addirittura a esprimere il suo “quanto lo amo”.
Rachele Mussolini, in un programma su Antenna 3, dichiarò al conduttore Enzo Tortora, distrutto da un errore giudiziario e poi portato in parlamento da Marco Pannella che:
«Riconosco in Marco qualcosa del mio povero Benito, voterò per il Partito Radicale». Oppure quando una giornalista di destra, come Gianna Preda, firma autorevole del settimanale Il Borghese di Mario Tedeschi, ammise di stravedere per Pannella: «Forse gli obiettivi non sono sempre giusti, ma sono sempre giusti i metodi per perseguirli». Nel più importante e bello dei libri scritti su Giacinto Marco Pannella, “ Biografia di un irregolare ”, Valter Vecellio parla e cita anche Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Giano Accame, Renzo De Felice, Giorgio Pisanò e altri uomini o donne che hanno fatto la storia della destra italiana e che si sono incrociati, incontrati e scontrati con Marco. Quanto alla sinistra vi è il rapporto con Altiero Spinelli, le battaglie nei duri anni della Legislazione di Emergenza e la visione progressista, anche se in dissenso con il Pci. Le battaglie in nome dell’anarchico Pinelli e per Calabresi.

Il rapporto con Pier Paolo Pasolini fu emblematico, di quei rapporti che solo la radicalità dei radicali può comprendere. Pasolini scrisse sul «Corriere della Sera», come poc’anzi ricordato: “Pannella sa quanto lo amo”. Ma aveva anche definitivo i radicali “schiavi della norma e del capitale”. Nel novembre del 1975 avrebbe dovuto partecipare al congresso dei radicali. Poiché fu ucciso poco prima, Vincenzo Cerami lesse il suo intervento. Ecco uno stralcio: “A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire – ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti – di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento – i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista”. (Valter Vecellio, “Marco Pannella. Biografia di un irregolare” Rubbettino ed.)

Ultimamente, anche il successore al soglio Pontificio ossia Papa Francesco gli aveva telefonato per dirgli: “La ringrazio per il suo coraggio, continui a essere coraggioso”.
Il coraggio di Giacinto Marco Pannella.

Un coraggio rosso come le rose che nascono a Maggio, mese nel quale è nato, e simbolo della lotta radicale. Una lotta rossa come il sangue di Giorgiana Masi sull’asfalto di quegli anni di piombo. L’asfalto di una Roma che amava e dalla quale, come fan le onde del Mar Adriatico, aveva portato la propria sfida al mondo. Una lotta dura, priva di doppi fini. Nel rispetto di tutti e senza il minimo tentennamento. E, infine, quelle sigarette fumate fino in fondo, anche quando due tumori lo laceravano. Un ultimo tiro di sigaretta, un ultimo tiro di libertà.
Cattolicamente tuo
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About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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