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Pen Expers: La chiesa degli Autechre

Con una prassi ormai sempre più diffusa, qualche settimana fa gli Autechre hanno rilasciato a sorpresa il loro nuovo album, a distanza di tre anni dal precedente Exai. Exai era un doppio cd dalla durata di due ore, e a tutt’oggi non sono risucito a digerirlo per intero, complice il livello di astrazione e inaccessibilità che col procedere della carriera di Sean Booth e Rob Brown non fa che aumentare.

Speravo di poter fare il vago e aspettare future uscite senza aver appropriatamente analizzato il mastodontico predecessore, ma con spirito semi-trollesco il duo di Manchester si è giustamente ripresentato con elseq 1-5, un quintuplo album da più di quattro ore.
In questo articolo non mi cimenterò con una recensione del disco, la prima delle cui parti sto ascoltando inauguralmente mentre scrivo giusto per calarmi nell’atmosfera. Non vedo come si possano recensire, o anche solo parlare sensatamente di quattro ore di qualsiasi tipo di musica prima di mesi di peristalsi, e visto che stiamo parlando degli Autechre non so se mi basterà una vita.
Voglio però parlare dello spirito con cui mi approccerò alla vera e propria impresa auditiva che sarà l’ascolto di elseq perché credo che sia significativo dei motivi per cui ho considerato, e ancora considero, gli Autechre la cosa più vicina all’essere il mio gruppo preferito nella landa desolata della disillusione post-adolescenziale.

Per chi non fosse al corrente, gli Autechre hanno iniziato negli anni ‘90 come compagni di merende di Aphex Twin nel definire la stagione che è ormai stata archiviata con lo sfortunato acronimo di IDM, intelligent dance music. Il loro disco del 1998, LP5 è probabilmente il pinnacolo della prima fase della loro carriera, e ci mostra il meglio del miscuglio di techno, ambient, beat spezzati e generica contorsione che era il marchio di fabbrica della Warp Records dell’epoca.
Nel 2001, con la pubblicazione del loro successivo lavoro, Confield, gli Autechre si sono incamminati per un sentiero che in pochi avrebbero previsto, ancora meno hanno compreso, e il cui sbocco resta nebuloso. E dire che con gli occhi di oggi Confield può sembrare un lavoro relativamente conservatore; non c’è però dubbio che la frammentazione che in quell’album fu operata di qualsiasi elemento melodico o ritmico che aveva caratterizzato la musica precedente del duo inglese è stato il punto di non ritorno per un’evoluzione che ci ha portato ad esplorare dei meandri difficilmente descrivibili.

Ho sempre pensato che una fruizione consapevole di un’opera d’arte presupponga, o forse è meglio dire dia luogo, ad una qualche volontà di capire perché l’opera in questione ci suscita le sensazioni che ci suscita. Con gli Autechre questa dinamica è sempre stata poco chiara, e a tutt’oggi non penso di poter spiegare perché la loro musica, specialmente quella degli ultimi 15 anni, mi abbia ipnotizzato così irreversibilmente. Per un periodo piuttosto lungo, anche se ormai lontano nel tempo, ho ascoltato la loro musica “in perdita”, annoiandomi, frustrato davanti alla mancanza di appigli che dischi come Untilted o Draft 7.30 mi offrivano. Questo periodo è lentamente transito in una forma di adorazione che ha del religioso, e pur non potendo individuare un momento di illuminazione specifico, non ho dubbi sul fatto che da un certo punto in poi ho semplicemente cominciato a vedere e sentire il cazzo che mi pareva nei pezzi degli Autechre. Che della musica sia in grado di fornire questo questo tipo di tela bianca esperienziale è forse, di per sè, il più grosso complimento che le si possa rivolgere, ma dopo anni di precipizio nel buco nero sonico che è stata la carriera degli Autechre non riuscirei francamente ad argomentare che la mia adorazione nei loro confronti non sia stata una qualche forma di autoinganno.

In fondo gli Autechre hanno abusato del mio tempo, delle mie energie, della mia concentrazione. Se la loro musica fosse una persona, avrei ragionevolmente potuto richiedere un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti. C’è una parte di cripto-esegesi nel processo di esplorazione dei loro dischi, ma il grosso dell’esperienza è una forma di rituale mantrico in cui io, miserabile iniziato, lascio che i sacerdoti plasmino, con tutta la brutalità di cui sono capaci, la mia concezione di buona musica, ringraziandoli per la terribile rivelazione di cui mi rendono partecipe.

È con questo spirito sottomesso, questa volta più che mai, vista la distesa sterminata di nuovi versetti che mi attende, che mi avvicino al nuovo testo a cui ho la fortuna di poter accedere. Stabilire se si tratti di un bel disco è una questione ormai completamente al di fuori del mio orizzonte, per cui non credo che ci saranno ulteriori pagine nel diario di bordo. Forse nelle mie occhiaie ci sarà traccia dei “luoghi” che visiterò, ma non farei affidamento nemmeno su quello.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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