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JobsAct – La Francia non è l’Italia

Qualche anno addietro una splendida mostra EuroPunk – La cultura visiva punk in Europa, organizzzata dall’Accademia di Francia in quello scrigno di bellezza rappresentato da “Villa Medici” segnalò e mise in evidenza le differenze e contraddizioni tra Francia e Italia. Infatti, mentre si esibiva il lato punk di Francia e Gran Bretagna, mostrando e narrando la storia di Feltrinelli, si segnalò il lato rivoluzionario italiano nelle lotte portate avanti anche con il sangue e la rivolta a bassa intensità degli altri paesi. D’altronde, viste le mani sporche di sangue e ingiustizia, molte testate come Il Messaggero (non nell’attuale proprietà) negano che in Italia si sia svolta una guerra civile a bassa intensità. Il compromesso storico e l’avanzata di una sinistra progressista e non più legata al socialismo e alle lotte sindacali ha segnato il passo, rendo la Francia la nuova patria delle lotte sociali. Infatti se in Italia, il decreto denominato in lingua straniera “Jobsact”, che letteralmente significa “legge sui lavori”, è passata nella quasi assolutà indifferenza, ciò non sta avvenendo in Francia. E, questo avviene, anche per il non allineamento di stampa e sindacati alle politiche governative.

La riforma del lavoro voluta dal governo socialista in Francia sta suscitando forti proteste, anche violente. Tanto per cambiare i francesi sono scesi per strada a dimostrare pacificamente, dalla settimana scorsa i lavoratori di 8 raffinerie francesi hanno fermato il lavoro. Il Paese è bloccat,o ma il primo ministro Manuel Valls, con il sostegno di Francois Hollande, si rifiuta qualsiasi passo indietro ricorrendo all’articolo 49.3 della Costituzione francese.

Esso consente al governo di oltrepassare del tutto la discussione parlamentare: la legge in questo caso viene infatti approvata senza che i deputati possano dibattere in Aula, né tantomeno proporre emendamenti. Un passo che fa solo che agitare le ‘strade’. Una situazione molto tesa insomma. E proprio nelle ultime ore Hollande ha ribadito che il governo andrà avanti: «Il nostro primo dovere è quello, che ho ricordato al governo e ai francesi, che dobbiamo fare di tutto per approvvigionare di carburante i consumatori, fornire i servizi pubblici essenziali, permettere la libertà di movimento a tutti e assicurare il buon funzionamento dell’economia. Abbiamo preso le misure necessarie e continueremo a prenderle, sempre nel rispetto delle libertà ma anche nel rispetto della prima libertà che è quella di circolare. Il dialogo è sempre possibile, ma non può mai fondarsi sugli ultimatum. E’ inaccettabile che una centrale sindacale, con la sua storia, possa dirci quello che è legge o che non è legge».

LA GENESI – Tutto ha inizio lo scorso febbraio, quando viene presentata dal governo Hollande, per conto della ministra El-Khomri, una proposta di legge per riformare il codice del lavoro, ribattezzata ‘Loi Travail‘. La traduzione letterale in inglese di questa legge – non a caso – è proprio ‘Jobs Act’. Effettivamente la Loi Travail assomiglia molto all’omonima riforma approvata dal governo Renzi a fine 2014: in sintesi la Loi Travail vuole facilitare i licenziamenti, rendere più precari i contratti di lavoro, aumentare le ore della giornata lavorativa e diminuirne la retribuzione. Ma a chi dovrebbe interessare la possibilità di lavorare di più per guadagnare di meno? È sulla base di questo semplice ragionamento che le conseguenze di questa legge hanno allarmato tutti i settori del lavoro salariato, così come le giovani generazioni che hanno compreso quanto fosse seriamente minacciato il loro futuro ingresso nel mondo del lavoro.

Dopo la prima presentazione pubblica della Loi El-Khomri, si sono organizzate le prime reazioni dal basso e sul web. Per prima è nata una petizione online, #LoiTravailNonMerci, (“Loi Travail, no grazie”) che in poche settimane ha raggiunto più di un milione di firme. Poco dopo, è stato lanciato il sito #OnVautMieuxQueça (“Ci meritiamo di meglio”), che raccoglieva le video-testimonianze e i racconti per iscritto delle vite precarie e sfruttate di chi lavora oggi. In pochissimo tempo l’hashtag è diventato lo slogan principale del movimento. Sempre negli stessi giorni un evento su facebook, creato da alcuni militanti sindacali della Cgt (Confederation Gènerale des Travailleurs, il più grande sindacato francese) ma non ufficialmente dalla confederazione sindacale, ha convocato dal basso un grande sciopero generale per il 9 marzo. L’evento ha raccolto fin dai primi giorni migliaia e migliaia di partecipanti, facendo crescere il dibattito e costruendo consenso e adesione fin da subito nei sindacati studenteschi e in alcuni sindacati di base e conflittuali come Solidaires.

Il resto è cronaca dei nostri giorni e in divenire.

 

Una Francia in rivolta. Un’Europa impaurita dal Brexit e dalle legittime rivendicazioni. Un’Italia dormiente che vede i milioni di poveri votare per l’Ultima Spiaggia.

 

 

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd bevendo un bicchiere di Nikka.

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