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Superstudio, 2000t, La prima de Le dodici città ideali, 1971

Una ballata del mare salato

Superstudio e l’architettura narrata

Superstudio, 2000t, La prima de Le dodici città ideali, 1971
Superstudio, 2000t, La prima de Le dodici città ideali, 1971

 

Un passo della Genesi racconta che la moglie del patriarca Lot venne trasformata in una statua di sale, poiché, mentre fuggiva con la famiglia dalla distruzione delle crudeli città di Sodoma e Gomorra, disubbidì alle disposizioni divine di non voltarsi a guardare indietro.

Una struttura metallica zincata, simile a un tavolo (251 x 56 x 100 cm), sorregge cinque piccole architetture di sale in altrettante vasche di zinco.
Una seconda struttura metallica (56 x 56 x 156 cm) scorre sulla struttura principale e porta una piramide rovesciata di zinco contenente acqua. L`acqua scorre lentamente in un tubo da fleboclisi e scendendo goccia a goccia sulla prima architettura di sale la scioglie.
Poi la struttura scorrevole si sposta sulla seconda e cosi via. La prima architettura è una piramide. Quando l’acqua ha sciolto il sale, appare una struttura piramidale di fili di ferro.
La seconda è un anfiteatro e, disciolto il sale, mostra un insediamento abitativo (in refrattario).
La terza è una cattedrale e, disciolto il sale, mostra un guscio d’uovo, perfetto e vuoto.
La quarta è il Palazzo di Versailles e, disciolto il sale, mostra la brioche di Maria Antonietta.
La quinta è il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier e, disciolto il sale, rivela una targa d’ottone con sopra scritto: “L’unica architettura sarà la nostra vita”. Mentre il sale precipita al fondo delle vasche, l’acqua salmastra scorrendo in appositi tubi si raccoglie in una vasca sotto la struttura principale.
Nella vasca si trova una targa d’ottone esplicativa che dice appunto:

Superstudio, Firenze/Venezia, maggio/giugno 1978
LA MOGLIE DI LOT
L’architettura sta al tempo come il sale sta all’acqua. [1]

Da questa importante conclusione teorica la produzione collettiva di Superstudio si interrompe.

4 Novembre 1966: l’alluvione di Firenze opera un ribaltamento dei rapporti tra architettura e natura, la città viene sommersa da acqua e fango ed è in questo apocalittico contesto che prende vita il gruppo. Con queste parole Piero Frassinelli ci racconta gli inizi: ascolta l’intervista

La Land Art come la Pop erano state, per noi, fonte di ispirazione ben più dell’architettura; la scoperta delle opere di Rauchenberg e Morris Luis nella Biennale di Venezia del ’64 è stata un mio evento fondante: Rauchenberg mi ha insegnato che l’espressione artistica può essere straordinaria anche se è “sporca, brutta e cattiva”, Luis che pochi segni o colori su un pannello possono creare più spazio che tonnellate di cemento e mattoni.[2]

Iris, Morris Luis, 1954 Copyright © 2014 MICA Rights administered by Artists Rights Society (ARS)
Iris, Morris Luis, 1954; Copyright © 2014 MICA

Al Maxxi fino ai primi di Settembre avrà luogo la mostra Superstudio 50. “Fino ad oggi nessuna retrospettiva completa aveva restituito il lavoro di Superstudio in tutta la sua complessità, i loro collage, sono esposti nei musei di tutto il mondo ma il loro pensiero è sempre stato filtrato dal valore iconografico delle immagini, che con la loro capacità evocative, se isolate, toglievano significato alla narrazione.”[3]

Immagini che invece sono tasselli di un racconto, di un processo di ricerca. “I disegni prodotti erano sempre l’illustrazione di un testo e pensavamo ogni volta di scrivere un manifesto attraverso i fragili segni del linguaggio”[4]. Il gruppo fiorentino concepì in questa maniera un nuovo lessico: attraverso un mondo stenografico composto di diagrammi i componenti di Superstudio parlavano di Architettura.

Così gli “Istogrammi di architettura” ed il “Monumento continuo” diventano il seme di importanti architetture dislocate in più parti del globo: Isozaki, Koolhaas, Tshumi prendono linfa iniziatica dal lavoro del gruppo fiorentino. Ma lo stesso Frassinelli definisce ricerca utopica solo quella del Monumento continuo (1969), nata da una grande ingenuità giovanile e riconosciuta comunque come utopia negativa. Le successive produzioni come “Le dodici città ideali” sono delle operazioni palesemente catastrofiche e provocatorie; ma in quegli anni il termine distopia ancora non esiste ed è viva la stagione del potere all’immaginazione, per questa ragione non stupisce trovare questa affermazione sul manifesto del 1971:

“Pubblicate su innumerevoli riviste di architettura Le dodici città hanno costituito un reattivo mentale per innumerevoli archimaniaci. Gregotti ha parlato di terrorismo religioso. C’è anche chi le ha prese sul serio (col Monumento continuo). Peggio per loro.”

Il viaggio iniziatico del gruppo verso il grado zero dell’architettura inizia con un oggetto metafisico ed anti-fenomenologico, che nega l’imperfezione della realtà e lo scorrere del tempo: il Monumento Continuo sta e si contrappone perfetto e ordinato alla natura imperfetta e spontanea. Agli opposti del Monumento invece: fragile, caduca e dissolubile la materia architettonica si scioglie e perisce nel tempo; la sua contingenza scompare e di lei sopravvivono solo i simboli. Si arriva o si torna alla Biennale del 1978 con La moglie di Lot.

La moglie di Lot, Superstudio, 1978, foto di Cristiano Toraldo di Francia
La moglie di Lot, Superstudio, 1978, foto di Cristiano Toraldo di Francia

Una fotografia di Toraldo di Francia inquadra sullo sfondo della giudecca l’opera, collocata di fronte – non a caso – ai Magazzini del Sale, vicino a quegli stessi spazi che dal 2009 accolgono il progetto di Renzo Piano d’allestimento permanente dei quadri di Emilio Vedova.

L’architettura della storia mostra nel tempo solo il suo aspetto simbolico; il tempo di erosione della fase funzionale è estremamente ridotto rispetto a quello della fase simbolica. L’architettura della storia è un’architettura di simboli e rappresentazioni, la sua funzione d’uso è contingente e deperibile. D’altra parte l’architettura può ritrovare un uso, in tempi e condizioni imprevisti al progettista, ad opera dei propri abitatori. L’architetto ha scelto di esprimere la funzione simbolica dell’architettura mentre solo gli abitanti ne possono realmente progettare la funzione abitativa. Quelli che vogliono costruire si guardano intorno e davanti: così si lasciano pur sempre alle spalle gli architetti trasformati in statue di sale. [1]

Si è arrivati al grado zero, sciolta la sovrastruttura manifesta, l’involucro bianco e salato, ipertecnologico o superformale, si è compresa l’essenza occulta, che è il comportamento, il rito, la vita. La vera scommessa, una volta scoperti i confini del mondo sta poi nel ripartire. E qui lo studio si separa, ognuno prende la propria strada. Toraldo si lascia alla sperimentazione con l’insegnamento, Frassinelli prosegue nei campi del non costruito, mentre Natalini dichiara: “Se l’architettura del primo Superstudio era un’architettura d’Avanguardia, quella che ora faccio è un’architettura di Resistenza.

Resistere alle “architetture disturbanti e disperanti” in cerca di una normalità. Perché alla fine quello che conta non è l’involucro, il sale, ma ciò che è persistito e non si è sciolto.

Il simbolo? O la vita?

Corto Maltese a Venezia, Hugo Pratt
Corto Maltese a Venezia, Hugo Pratt

Per un panorama più definito sul movimento situazionista e sull’architettura radicale internazionale di quegli anni si consiglia la breve lettura di questo articolo di Franco Raggi su Domus

 

[1] “La moglie di Lot e la coscienza di Zeno” Biennale di Venezia, 1978

[2] Gian Piero Frassinelli  per il catalogo “L’isola del giorno dopo” Biennale di Venezia, 2004)

[3] Luca Garofalo in http://www.the-booklist.com/2014/03/un-pensiero-senza-tempo.html

[4] Adolfo Natalini nella Conferenza Maxxi talk. Incontro con Superstudio, Maggio 2016

About Isabella Zaccagnini

L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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