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Forensic Architecture: casi, conflitti e pattern

Tra tutte le dizioni che indicano il manufatto architettonico, ho sempre trovato che “organismo edilizio” fosse una delle più appropriate, così precisamente descrittiva ed evocativa allo stesso tempo. Si tratta di una definizione sistemica che riesce, da una parte, a rendere la complessità delle relazioni che intercorrono tra le componenti fisiche dell’edificio in una formula sintetica, dall’altra, a inquadrare l’intero ciclo vitale del manufatto, dalla progettazione alla dismissione. O ancora: se gli edifici sono organismi possono ammalarsi, morire o, in uno scenario ancora più tetro, essere uccisi, distrutti. Non si tratta di una metafora da feticismo letterario, ma di una realtà che, sebbene lontana dall’esperienza di molti di noi, sconvolge i sistemi urbani di molte città del mondo: scenari di guerra, territori occupati, spazi contesi che vedono la propria morfologia continuamente alterata da azioni distruttive.

Torniamo per un attimo alla metafora organica: se una persona viene uccisa, la legge si avvale degli strumenti della medicina forense, accanto ai tradizionali strumenti investigativi, per chiarire le dinamiche dell’evento ed attribuire eventuali responsabilità. Ma quando è un manufatto architettonico ad essere distrutto, quali sono gli strumenti legali per chiarire le dinamiche e le responsabilità o le eventuali violazioni delle leggi che anche in scenari militari regolano i comportamenti dell’uomo? Solo recentemente, accanto ai tradizionali mezzi di indagine scientifica e alla balistica forense, si è sviluppata una disciplina chiamata architettura forense. Si tratta di un metodo di analisi e ricostruzione che utilizza gli strumenti di indagine propri dei fenomeni edilizi ed urbani per ricostruire le dinamiche di distruzione dei manufatti architettonici, delle infrastruttura e dei sistemi aggregativi.

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Un lavoro particolarmente articolato ed interessante è quello svolto dal gruppo di ricerca Forensic Architecture (FA), guidato da Eyal Weizman alla Goldsmiths, University of London, esposto anche in questa interessante Biennale di Venezia organizzata da A. Aravena. Il metodo di indagine di Forensic Architecture è fortemente fondato sull’idea che non esista alcuna distinzione tra figura (il manufatto oggetto dell’indagine) e sfondo (il sistema urbano, politico e sociale in cui è inserito) e che tutti gli elementi concorrono a definire l’evento, persino la superficie terrestre. In quest’ottica il sistema urbano e quello naturale sono allo stesso tempo “sensori” in grado di restituirci dati importanti per la ricostruzione degli eventi bellici e, allo stesso tempo, “agenti” che influenzano il sistema con comportamenti specifici. Gli strumenti di analisi sono quelli propri dell’architettura: scanner e modellazione 3D, creazione di ambienti interattivi, studio dei sistemi di soleggiamento e di geolocalizzazione, il tutto integrato dalla raccolta di materiale di testimonianza raccolto dalla cittadinanza e diffuso attraverso la rete. Si tratta di canali talvolta tra loro indipendenti, alternativi rispetto alle fonti ufficiali, che è necessario risistematizzare per ricreare uno scenario con un margine di attendibilità molto elevato.

Forensic Architecture lavora a stretto contatto con le agenzie internazionali per la tutela dei diritti umani nel tentativo di individuare eventuali violazioni ai regolamenti internazionali e assicurare che chi commette crimini di guerra venga sanzionato dalla comunità internazionale. Un caso particolarmente rilevante è quello che ha visto la squadra di ricerca di Weizman impegnata, accanto ad Amnesty International, nella ricostruzione dei bombardamenti che la città di Rafah, Gaza, ha subito per opera di Israele tra il 1 e il 4 Agosto 2014, nel corso dell’operazione militare denominata “Protective Edge”. L’intento della ricerca era verificare se Israele avesse contravvenuto alla norma che prevede che la reazione militare di uno stato debba essere congrua alla minaccia o all’offesa subita. Dal momento che Israele negò l’accesso alla squadra di ricerca ai territori di Gaza, Forensic Architecture dovette elaborare una strategia alternativa per ricostruire gli eventi attraverso strumenti digitali. Attraverso un grande numero di filmati raccolti sui social media, i dati ripresi dagli utenti sono stati interpolati con una ricostruzione tridimensionale dell’intera città di Rafah attraverso le informazioni di geolocalizzazione e temporali, una interpretazione dei dati ambientali desunti da dati fisici (come direzione e lunghezza delle ombre) e l’analisi morfologica dei sistemi urbani ed edilizi. Il risultato, illustrato in questo video, ha portato non solo all’esatta determinazione del numero di bombe lanciate da Israele, ma anche al loro modello, all’ora e alla localizzazione del lancio, consentendo alla squadra di ricerca di giungere alla conclusione che l’attacco missilistico fosse assolutamente non proporzionato rispetto alla minaccia subita.

Per comprendere le straordinarie potenzialità di un simile approccio, anche al di fuori di scenari di guerra, analizziamo brevemente il caso del villaggio di al-‘Araqib. Il villaggio è situato poco a nord della città israeliana di Be’er Sheva, proprio a ridosso della linea virtuale che segna l’inizio dell’ecosistema desertico. Dal punto di vista legale, si definisce deserto qualunque ecosistema in cui si abbia una limitata crescite di specie vegetali e le cui precipitazioni siano al di sotto della soglia di 250 ml annui. Si tratta ovviamente di una soglia con un proprio grado di duttilità, dovuto tanto alle situazioni geopolitiche quanto ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni. Il dato è particolarmente rilevante perché lo stato di Israele impone molte restrizioni alle proprietà private in ambito desertico, in cui vige un regolamento differente dal resto del territorio. Il villaggio di al-’Araqib, per questo motivo, è stato distrutto e ricostruito 87 volte dall’inizio del conflitto israelo-palestinese, spinto ogni volta un poco più a Sud dalle operazioni israeliane. L’intera indagine di Forensic Architecture mirava, da una parte, a dimostrare l’intenzionalità di questa operazione di marginalizzazione del villaggio da parte delle forze militari israeliane e, dall’altra, a provare che la posizione originaria del villaggio fosse al di sopra della linea di confine desertica e che fosse antecedente al conflitto ed alla creazione dello stato di Israele. Durante l’analisi di foto aeree storiche di tutto il settore mediorientale e nordafricano, interpolate con i dati sui conflitti nelle stesse aree, il gruppo guidato da Weizman ha effettuato una straordinaria scoperta: alcuni dei grandi conflitti che hanno sconvolto la geopolitica delle zone interessate sono situati a ridosso del confine desertico e ne hanno assecondato ed alterato i movimenti.

Perché dunque un simile caso ha così grande rilevanza? La risposta è semplice: perché dall’analisi di un singolo evento Forensic Architecture è stata in grado di rilevare un pattern che investe una grande area geografica. E questa è una caratteristica che, in effetti, condivide con tutte le scienze forensi. La ricerca medica deve infatti molto allo studio dei corpi morti di malattie naturali, che ha consentito l’individuazione di patogeni e di pattern comuni nello sviluppo di malattie che ha poi condotto alla scoperta della cura. Solo grazie al confronto con due amici e colleghi (grazie Valerio e Gabriele!) sono riuscito a capire l’importanza di questo elemento: l’architettura forense, così come la patologia forense, ha la grande potenzialità di giocare d’anticipo. Se è in grado di riconoscere i pattern che sottostanno agli eventi bellici e alla distruzione di edifici e sistemi urbani, allora forse è anche in grado di trovare un “antidoto” intimamente architettonico che consenta di strutturare il territorio e i singoli interventi che vi insistono in modo da resistere, o meglio ancora ridurre, eludere, la distruzione, garantendo la sicurezza degli abitanti.

Il governo americano ha fissato a 29 il numero accettabile di vittime civili per un attacco aereo condotto da un drone. 29 morti sono un sacrificio, 30 sono un crimine. Forse l’architettura non potrà impedire la guerra, ma se diventa intelligente, capace di leggere e riutilizzare i pattern ricavati dall’analisi della disciplina forense, potrebbe essere in grado di salvare 29 persone per ogni attacco aereo.

Per approfondire vedi:

http://www.forensic-architecture.org/

https://blackfriday.amnesty.org/

Forensis. The architecture of truth, E. Weizman, Sternberg Press, 2014

Conflict shorelines, E. Weizman, Steidl, 2015

 

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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