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La Scuola Cattolica di Edoardo Albinati

(Vigliacchi, vigliacchissimi scrittori che aprite finestre, instillate dubbi e poi scappate a gambe levate!) Continuo a leggere “La Scuola Cattolica” di Edoardo Albinati, romanzo in cui l’autore ripercorre la sua giovinezza nel quartiere Trieste e prova a contestualizzare il delitto del Circeo nella cornice più ampia della Roma di quegl’anni tra fascismi, cultura cattolica, mondi borghesi, e universo maschile. Sullo sfondo sono sempre presenti i corridoi e le aule del San Leone Magno, comprensorio di preti, tutto maschile (eccetto forse la Vergine Maria) che ha ospitato e forse traumatizzato sia l’autore del libro che due degli autori del delitto (tre autori in tutto). Dovendo sintetizzare al massimo, il filo rosso che si snoda ininterrotto dalla prima all’ultima pagina è una lunga e articolata riflessione sulla magica tripletta violenza, sesso e famiglia.

Continuo a leggere. Dopo giorni sono finalmente in dirittura d’arrivo, mi mancheranno le ultime venti o trenta pagine, ma sono abbastanza restio a finirlo. Non mi va di chiudere il discorso, di essere abbandonato al turbinio di pensieri senza più una guida. Quindi, invece di andare avanti e finire l’opera procedo a ritroso, rileggo le tante sottolineature con cui ho infestato le quasi 1300 pagine del libro e mi incupisco per le sensazioni che la rilettura a tratti mi suscita. Per tutto il libro sono stato assillato da una semplice quanto fastidiosa domanda: anche io, come Izzo e i suoi compagni di merende, sarei in grado di uccidere, stuprare, e violentare? Anche dentro di me si nasconde un potenziale pazzo, un violento, un pedofilo o peggio un serial-killer? Perché io sono salvo, mentre altri no? Ma soprattutto, potrò mai trovare dentro di me o fuori la certezza di essere davvero al riparo da tutto ciò? Sul fondo, è così dal primo giorno dell’universo, brilla inalterata la più antica e la più vera di tutte le domande: in questo mondo ci è concessa libertà di scelta oppure siamo tutti perfettamente determinati da forze e influenze sconosciute e indomabili? (La soluzione è ovviamente nel mezzo, sennò dove sarebbe il dramma della vita? E poi la soluzione è sempre nel mezzo, è di default nel mezzo).

Mentre la lettura procedeva senza intoppi, favorita da una prosa chiara, agilissima, ironica e potente, ho avuto più volte la tentazione di cercare le origini della mia innocenza. Ho steso un lungo elenco di attenuanti e riempito pagine di autoanalisi come sono solito fare quando vado in confusione, ho studiato sintomi e cure per ogni forma di psicosi conosciuta, ho letto articoli, consultato psicologi, ripassato gli avvenimenti del mio passato per trovarvi la prova di qualche insania. Insomma, ho agito per ristabilire l’ordine e confermare il più scientificamente possibile la mia identità e le mie certezze. Ma il libro non mi dava tregua, sembrava sussurrarmi malizioso: qualsiasi cosa poteva, e può ancora, succedere. Eppure continuo a non essere del tutto persuaso, sarà che ho troppa fiducia negl’altri. Non riesco a convincermi che i miei valori, che la mia educazione, che i miei pensieri a tratti buonisti e ingenui, che il mio scarso interesse per gli eccessi, che il mio cuore a tratti buono e sensibile a tratti inquieto e rancoroso siano solo una maschera fabbricata per nascondere qualcosa di più viscerale. Non sono del tutto persuaso che dentro di me si celi una forza violenta e distruttrice che io in qualche modo starei cercando di tenere a bada o domare. Sarebbe troppo faticoso. Il dubbio comunque mi rimane e forse neanche la mia morte, sicuramente lontanissima, riuscirà a dissiparlo completamente: perché questo è certo, nella vita di ognuno esistono radici che rimangono per sempre inesplorate, come geni inespressi o rami recisi prima di dare i loro frutti.

Ho bisogno di un po’ di leggerezza, di trovare un po’ di freschezza nel libro per scacciare via i pensieri molesti. Allora decido di concentrarmi sull’altra faccia del quasi romanzo, su tutto ciò che non è né sesso né violenza (endiadi presentissima nel libro). Penso al ricchissimo campionario di begli aneddoti, alle riflessioni certosine sulla famiglia e la borghesia, alle descrizioni precise del mio amato e tranquillo quartiere, alle numerose battute di spirito, ai personaggi torniti con cura a cui è facile affezionarsi, insomma, a tutto ciò che pur rimanendo a margine costituisce la vera essenza del libro, lo spirito dell’autore tritato e fatto colare sul nucleo centrale come zucchero a velo su una torta.

“La Scuola Cattolica” è molto più di un ingombrante strumento per passar il tempo (molto tempo in effetti data la mole). È un libro chiarificatore ed educativo, capace di far luce su molti dei meccanismi che dominano l’universo maschile, specialmente nell’età confusa e determinante dell’adolescenza. L’intimità che si crea tra voce narrante e lettore è talmente forte da diventare liberatoria. Si viene accompagnati in un percorso di scoperta e riflessione da cui si esce scossi, e più liberi. Infatti, checché se ne dica, la vera libertà è sempre il risultato della conoscenza, e della consapevolezza che sempre le si dovrebbe accompagnare. È pregio della grande letteratura riuscire a generare dubbio positivo, a rimescolare le carte. Pregio del grande romanzo purificare il lettore dalla solitudine e dalla paura della complessità.

Insomma, “La Scuola Cattolica” è un libro liberatorio che racchiude in sé una visione del mondo e tutti gli antidoti necessari per sopravvivergli. E anche quando rinuncia a dare delle risposte o persino ad avanzare delle ipotesi, l’aria che si respira è quasi sempre di fiducia e di speranza.

Giorgio Barnabò

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