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L’Europa non è Wall Street

L’abbaglio anti-tedesco

Con il procedere della globalizzazione ed il delinearsi di un mondo multipolare, l’alternativa all’integrazione, per i Paesi europei, è un futuro di ridotto peso internazionale. Nessun Paese del continente, preso singolarmente, è infatti abbastanza rilevante da incidere sugli standard normativi di riferimento internazionale. Se l’Europa non avrà nulla da dire al mondo, come spesso è accaduto negli ultimi anni, ad influire sulle leggi economiche, politiche e forse addirittura etiche, sarà ancora il mondo anglosassone.

Da questo punto di vista, la vulgata euroscettica, fortemente critica verso la leadership tedesca, può aver preso un abbaglio. Il modello neoliberale a vocazione finanziaria, messo spesso sotto accusa dagli euroscettici, è infatti molto più affine alla cultura economica d’oltremanica (e d’oltreoceano), rispetto a quella continentale.

Il dibattito sul debito pubblico ha probabilmente creato alcuni fraintendimenti sulla questione della sovranità: il potere dei mercati finanziari, infatti, si manifesta nel ricatto dello spread e della speculazione, non nei patti firmati a Bruxelles per concordare politiche riduzione del debito pubblico. Sono anzi proprio gli ingenti debiti, che molti euroscettici sognano di poter aumentare senza limiti, lo strumento con cui i mercati possono interferire nella politica economica degli Stati sovrani. Non si capisce, quindi, perché un ritorno agli Stati nazionali debba essere la premessa per una riacquisizione della sovranità. L’attacco speculativo alla Lira del 1992, per citare un esempio, dimostra che non è il ritorno alle monete nazionali la soluzione. Per ripensare il rapporto tra finanza e politica, sapientemente illustrato da Limes nel numero “A che serve la democrazia?”, una strategia europea, forte di una voce plurale, è senz’altro più percorribile rispetto ad una strategia nazionale.

L’Unione Europea soffre la malattia di una moneta priva di politica, grande errore del processo di integrazione. La cura è nella politica, non nella distruzione della moneta. Alcune invidie nazionalistiche poco lungimiranti, e forse alcuni interessi esterni, hanno impedito all’UE di divenire ciò che era nei sogni dei fondatori. Punto di stop nell’integrazione, il Brexit può anche essere l’occasione di un punto di svolta: l’Europa può cogliere l’ostacolo come opportunità e muoversi da quella struttura debole che l’ha definita fino ad oggi, per divenire espressione della cultura dei Paesi che la compongono.

 

Le radici culturali del Brexit

Per un confronto approfondito tra la cultura economica dell’Europa continentale (specie quella tedesca) e la cultura economica anglosassone (specie quella statunitense), può essere utile la lettura di Hall e Soskice “Varieties of Capitalism”. Ecco le domande-bivio da porsi. Da una parte il modello continentale, dall’altra il modello anglosassone, riprendendo la distinzione citata dagli autori.

  • Proporre uno Stato timoniere politico-economico o uno Stato minimo, mero risolutore di dispute tra individui?
  • Ridurre le disuguaglianze con politiche redistributive o lasciare operare il mercato, limitandosi a garantire le pari opportunità?
  • Affidare allo Stato la gestione della sanità, dell’istruzione, della previdenza e della cultura per una sicurezza sociale pubblica o pensare un welfare residuale, fondato su meccanismi assicurativi e circoscritto a chi non può permettersi di acquisire tali beni sul mercato?
  • Considerare l’impresa pubblica una risposta ai fallimenti del mercato o una causa degli stessi fallimenti?
  • Fondare il sistema economico sulla cooperazione tra imprese, incoraggiando network e consorzi, o sulla concorrenza, garantita da forti politiche antitrust?
  • Incoraggiare un processo decisionale aziendale che coinvolga i lavoratori e le organizzazioni sindacali o un sistema decisionale gerarchico affidato ai manager, senza vincoli istituzionali?
  • Proteggere il lavoro come un’istituzione sociale o renderlo flessibile come una merce di scambio?
  • Tassare equamente lavoro e capitale o favorire quest’ultimo, attirando i capitali stranieri con una tassazione vantaggiosa per le imprese?
  • Centrare l’economia sulla produzione industriale o sui servizi finanziari?
  • Creare le condizioni per un Euro forte e stabile, valuta di riserva e di scambi internazionali come il Dollaro, o affidarsi ad una moneta nazionale più debole, da sfruttare per aumentare la competitività dell’export?
  • Creare le condizioni per imprese solide e orientate al lungo termine o per imprese liquide e flessibili, orientate al breve termine?
  • Incoraggiare i finanziamenti presso le banche locali o sui mercati finanziari internazionali?
  • Regolamentare la finanza con limiti concreti per prevenire le crisi sistemiche o incoraggiare, con la deregulation, la finanza creativa?
  • Incoraggiare i risparmi delle famiglie come fonte di stabilità o stimolare i consumi, anche a costo di un forte indebitamento privato, vedendo nei risparmi un freno alla crescita?
  • Sopportare il peso di politiche di riduzione del debito per ambire ad uno Stato sovrano, indipendente dalle volontà dei creditori esteri, o finanziare la spesa contraendo debiti ingenti, aprendosi a banche e investitori internazionali?

 

Prospettive d’integrazione

Le distinzioni citate inducono a pensare che, a seguito dell’uscita del Regno Unito, l’UE possa spostarsi verso il modello continentale.

Per fondare le ipotesi sul futuro dell’Unione, un documento utile è quello redatto dai ministri degli esteri tedesco e francese all’indomani del referendum britannico. Questa è la sintesi delle proposte principali, le prime inerenti alla politica estera, le altre di carattere economico e istituzionale.

  • Istituire lo “European Security Compact” per una politica di sicurezza, difesa e intelligence comune (UK era contrario, N.d.A.), poiché ogni minaccia a un membro è una minaccia a tutta l’Unione
  • Rendere l’UE un attore indipendente e globale, dotato di strumenti civili e militari (il TTIP e la NATO non sono citati nel documento, N.d.A.)
  • Avviare un programma di ricerca per la difesa che supporti un’innovativa industria strategica comune
  • L’UE parli a voce unica in Nordafrica, Sahel, Chad, Africa occidentale, Corno d’Africa e Medioriente (regioni dove fino ad oggi i singoli Paesi hanno condotto strategie autonome e talvolta divergenti, N.d.A.)
  • Dare una risposta comune sull’immigrazione: oneri e onori distribuiti equamente tra Paesi (UK era contrario, N.d.A.)
  • Ripensare la via per una convergenza economica dei Paesi in surplus e in deficit: è insostenibile che siano solo i secondi ad allinearsi ai primi (apertura inedita da parte tedesca, N.d.A.)
  • Far ripartire la crescita attraverso nuovi investimenti, sia privati che pubblici
  • Cercare nella regolamentazione un compromesso tra decisioni politiche e forze di mercato (ossia: l’Antitrust da solo non basta, N.d.A.)
  • Istituire un Presidente dell’Eurogruppo, che operi sotto il controllo del Parlamento europeo e di membri dei parlamenti nazionali, con autorità in materia di politica fiscale
  • Trasformare l’ESM in un Fondo Monetario Europeo, con il fine di investire nei Paesi più colpiti dalla crisi, per completare con la capacità fiscale l’architettura europea, finora ritenuta monca
  • Armonizzare la regolamentazione delle imprese e tendere verso una tassazione comune, in particolare delle multinazionali (il fine è evitare una concorrenza tra Paesi membri per attirare capitali con tassazioni sempre più basse, con squilibri ingiustificati rispetto alla tassazione del lavoro, N.d.A.)
  • Sviluppare gli aspetti sociali dell’Unione, concordando comuni standard di tutele minime

I temi considerati sono indubbiamente interessanti, alcuni del tutto inediti. Non viene citata la regolamentazione finanziaria, tuttavia il probabile trasferimento da Londra della sede della European Banking Authority (EBA), a seguito del Brexit, può avere degli effetti anche su questo: la normativa britannica, tradizionalmente incline alla deregulation, non costituisce più automaticamente lo standard.

Sembra, pertanto, che la retorica euroscettica cada in un fraintendimento quando accusa proprio l’Unione di essere paladina di una politica troppo orientata al mercato e di un’economia con poche tutele. Il futuro potrebbe rendere ancora più evidente questo errore di valutazione. Questo, però, dipende da una domanda: il Brexit alla fine si farà?

 

About Bernardo Mottironi

Bernardo Mottironi
Studio Discipline economiche e sociali in Bocconi. Per Polinice mi occupo di economia e affari internazionali.

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