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Medioriente nel caos. Poteri e fratture dalla Siria al golpe turco

Non esiste analisi che non contenga in sé una semplificazione, né esiste ermeneutica che possa spiegare le infinite sfaccettature del reale. Le semplificazioni aiutano finché spiegano e prevedono scenari, ma può bastare un singolo avvenimento per buttare giù il castello di generalizzazioni che fino ad allora sembrava tenere.

Tutto ciò è avvenuto nella notte del 16 luglio, dove le molte certezze della geopolitica affrettata sono cadute una ad una: l’accusa di Erdogan agli US esula dal paradigma “NATO vs. Russia”; lo spazio aereo iraniano messo a disposizione di Erdogan nella notte esula dal paradigma “Sunniti vs. Sciiti”; l’appoggio della popolazione ad Erdogan contro i golpisti esula dal paradigma “democrazia liberale vs. dittatura islamista”.

Serve un nuovo quadro d’analisi per spiegare il caos in cui versa il Levante, epicentro del disordine mondiale, che ogni giorno riserva nuovi sconvolgimenti ed eventi per molti inattesi: servono semplificazioni diverse, imperfette per definizione, ma forse più adatte alle nuove dinamiche mediorientali.

Come nella tradizione della geopolitica, si comincia da una mappa.

Mappa
A cura dell’autore

Blocchi di potere:

1. Occidente e figli
(Blu nella mappa)
Membri: US, Israele, Uk e UE
Azioni principali:
• sostegno ai ribelli in Siria
• sostegno a Sarraj in Libia
• sostegno ai gulenisti in Turchia
• sostegno a Israele

2. Saudi connection
(Verde scuro nella mappa)
Membri: Arabia, Yemen e EAU, Pakistan
Azioni principali:
• sostegno ai ribelli in Siria
• sostegno ad Haftar in Libia
• sostegno alle monarchie sunnite
• mediazione tra Egitto e Turchia
• pace con Israele

3. Fratelli & Co
(Grigio nella mappa)
Membri: Turchia, Qatar, Hamas
Azioni principali:
• sostegno ai ribelli in Siria
• sostegno a Sarraj in Libia
• sostegno ad Erdogan in Turchia
• sostegno ad Hamas a Gaza

4. Influenza egiziana
(Rosa nella mappa)
Azioni principali:
• sostegno ad Assad in Siria
• sostegno ad Haftar in Libia
• ostilità verso Erdogan
• pace con Israele

5. Iran e sciiti
(Verde oliva nella mappa)
Membri: Iran, Iraq, Siria, Hezbollah
Azioni principali:
• sostegno ad Assad in Siria
• sostegno ad Hamas a Gaza
• sostegno agli Huthi in Yemen

6. Russia
(Rosso nella mappa)
Azioni principali:
• sostegno ad Assad in Siria
• sostegno ad Al-Sisi in Egitto
• sostegno ad Haftar in Libia
• sostegno recente ad Erdogan in funzione anti-US
Fronti aperti:

i. Iran vs Arabia Saudita
Si contendono il ruolo di leader di tutta la regione. Terra di scontro principale è il Siraq: da quando l’Iraq è in mano agli sciiti (dopo la caduta di Saddam), Teheran ha un corridoio sciita con cui arrivare direttamente nel Mediterraneo per esportare risorse in Europa, spezzando il collegamento sunnita tra Arabia e Turchia. Se nella terra di mezzo dove oggi scorrazza il Daesch si creasse un nuovo Stato sunnita, il progetto saudita sarebbe compiuto. Per questo l’Iran combatte il Daesch sostenendo Assad e l’integrità territoriale di Siria ed Iraq, mentre i Sauditi sostengono i ribelli (sunniti).
In passato Turchia e Qatar hanno cercato di mantenere rapporti con entrambi gli schieramenti, tuttavia il rifiuto da parte di Assad di ospitare un progetto di gasdotto dal Qatar all’Europa, passando da Iraq, Siria e Turchia (preferendogli il progetto iraniano), ha innescato il cambio di strategia di Erdogan, prima amico e poi nemico di Assad.

 

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A cura dell’autore

La tensione si riflette in varie direzioni: a Nord, dove l’Iran cerca l’appoggio russo e i Sauditi l’appoggio americano; a Sud, dove l’Iran fomenta le popolazioni sciite di Yemen e Bahrein contro le monarchie sunnite; ad Ovest nelle dinamiche del Siraq; ad Est, dove l’asse saudita con il Pakistan ha spinto ad un avvicinamento tra Iran ed India, con l’appoggio russo, mentre il Pakistan ha intese con la Cina. L’Afghanistan riceve fondi e sostegno da entrambi.

ii. Al-Sisi vs Fratelli musulmani
Dopo il colpo di Stato egiziano del generale Al-Sisi (2013), è nata una repressione violentissima verso Morsi e tutti i seguaci della Fratellanza, che si riverbera in Libia, dove gli egiziani sostengono Haftar e il Governo di Tobruk, mentre i Fratelli sostengono Tripoli.
Da qui può delinearsi una divisione della Libia tra Cirenaica (con capitale a Tobruk) e Tripolitania (con capitale a Tripoli). Ignota, per ora, la sorte del Fezzan, che qualcuno attribuirebbe addirittura al figlio di Gheddafi.

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L’avversione per i Fratelli musulmani, banditi come organizzazione terroristica in Egitto, ha portato Al-Sisi a sostenere Assad contro Erdogan e ad abbandonare qualsiasi sostegno alla causa palestinese, mentre la Fratellanza sostiene i ribelli in Siria e Hamas a Gaza.
La spaccatura divide in due il mondo sunnita. Cerca di porvi rimedio, con pochi risultati, proprio l’Arabia Saudita, nell’intento di fare fronte comune in funzione anti-Iran.

iii. Conflitto Israelo-palestinese
Al di là dei sanguinosi scontri con Hamas a Gaza, il vero nemico di Israele è l’Iran e soprattutto il suo braccio libanese, Hezbollah, unica armata ad aver mai sconfitto sul campo l’esercito sionista (2006). Da qui nascono le intese di Israele con Paesi vicini meno ostili, come le monarchie sunnite o l’Egitto di Al-Sisi.
Con la Turchia il rapporto è ambiguo: le relazioni furono interrotte nel 2010 per il caso della Freedom Flottilla, la nave turca che ha cercato di rompere il blocco su Gaza, suscitando la reazione violenta di Tel Aviv. Dopo sei anni, le relazioni diplomatiche si stanno riallacciando. Il tema è particolarmente attuale, perché proprio la tensione con Israele è causa di una spaccatura tra Erdogan e Gulen, il predicatore sunnita filo-occidentale accusato di aver orchestrato il golpe fallito.

iv. Tensioni interne alla Turchia
I poteri in Turchia sono tre. Due sono a tutti noti: Erdogan, con le sue ambizioni politico-religiose, da una parte; l’esercito kemalista (da Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna), a difesa della Costituzione laica, dall’altra. Il terzo potere è costituito proprio da Fetullah Gulen.
Gulen è una figura molto nota in Turchia, fautore di un Islam moderno, amico dell’Occidente e di Israele. Capace di costruire un impero economico e culturale in Turchia, fatto di scuole, università e fondazioni, con influenze in tutti i settori che contano nella società civile turca, gestisce il suo potere a distanza, da una villa in Pennsylvania, ove si è autoesiliato nel 1999.
Proprio l’antica alleanza con Gulen ha permesso ad Erdogan di disfarsi delle frange più kemaliste (laiche) dell’esercito, per edificare una Turchia moderna ma islamica a tutti gli effetti, sogno che accomunava entrambi. Tuttavia le intese di Erdogan con la Fratellanza musulmana, anche in funzione antisionista, hanno progressivamente segnato un solco con Gulen, che insieme agli USA aveva in mente un progetto diverso: braccio orientale della NATO, parte dell’Occidente e, in prospettiva, dell’UE, la Turchia sarebbe dovuta essere il riferimento di un nuovo Islam filo-occidentale. Le diverse aspirazioni, come prevedibile, sono entrate in rotta di collisione.
Se il tentato colpo di Stato è opera di Gulen non sarà mai chiaro, ma su alcune ipotesi si possono sviluppare delle analisi:
1. Erdogan non ha nell’esercito un controllo tale da poter organizzare un golpe false flag.
2. Le forze armate turche non si muovono senza l’assenso statunitense.
3. La pronta risposta fa intuire che il golpe era nell’aria e il contro-golpe già studiato.
La seconda ipotesi è quanto basta per mettere in crisi i rapporti tra Turchia e USA. Non sembra un caso che Erdogan abbia accennato all’indomani del golpe ad una relazione più stretta nella politica mediorientale proprio con Russia ed Iran, i Paesi messi all’angolo dalla politica estera occidentale.
Se davvero Erdogan credesse in un coinvolgimento americano nel colpo di Stato, potrebbe inquadrare anche le recenti tensioni con Putin, oggi smorzate, in una prospettiva diversa: il tentativo di golpe sarebbe stato preparato nei tempi necessari, tali per cui il concordato abbattimento del caccia russo di pochi mesi fa potrebbe essere stata una trappola, tesa dagli USA per togliergli la possibilità di un’alternativa russa. Il fatto che il pilota responsabile dell’abbattimento sia oggi additato tra i golpisti al soldo di Gulen, non sarebbe un caso.

Un eventuale allontanamento della Turchia di Erdogan dal blocco NATO creerebbe una situazione esplosiva: sembra difficile che l’Occidente accetti di perdere un pezzo fino ad oggi indispensabile nell’architettura mediorientale. La situazione economica, politica e sociale turca, non promette dunque alcuna stabilità, con effetti su tutta la regione che nessuno è davvero in grado di prevedere.

About Bernardo Mottironi

Bernardo Mottironi
Studio Discipline economiche e sociali in Bocconi. Per Polinice mi occupo di economia e affari internazionali.

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