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BANSKY A ROMA: UN SUCCESSO, MA NON PER I SUOI VERI AMMIRATORI

Termina oggi la prima mostra nel territorio italiano del più celebre street artist del mondo, andata in scena presso Palazzo Cipolla, storico edifico appartenente una volta alla nobiltà capitolina situato nel cuore di Roma che si affaccia su Piazza Venezia, a pochi passi dal Pantheon e quasi equidistante da Fontana di Trevi.

Una location singolare per rappresentare l’Artista del popolo, creatore di opere notoriamente donate alla fruizione collettiva o al massimo a gente comune; opere certamente controcorrente e irriverenti che l’hanno portato a far breccia principalmente negli strati di società più svantaggiati e rancorosi verso una società che non li ha capiti e sopportati.

Così anche la scelta stessa di riunire le opere dell’artista (presumibilmente) di Bristol all’interno di una mostra chiusa e destinata ai soli visitatori paganti non è stato accolta favorevolmente, sebbene i fatti sembrano dimostrare che i detrattori si sbagliavano: l’esposizione è stata visitata da un numero impressionante di persone, circa un milione di visitatori al giorno (di cui più o meno la metà turisti).

banksy-roma-mostra

Un successo numerico innegabile per quella che è la prima mostra europea di Bansky di tale portata, che ha riproposto (o almeno provato) lo spirito voluto e cercato dallo street artist: la sua caratteristica critica irriverente è il fil rouge ricercato da tutta l’esposizione dall’emblematico titolo “Guerra, Capitalismo e Libertà”, con le celeberrime opere di denuncia della società odierna che ne accentuano le contraddizioni con la sua tipica combinazione di umanità e umorale.

Banksy, Pulp fiction cm. 63 x 40_0040

Il trittico scelto come denominazione della mostra racchiude pienamente le principali ossessioni dell’artista, che denuncia l’incombenza delle prime al fine di farsi portavoce di una libertà totale e totalizzante, voce spesso fuori dal coro e controcorrente; tali aspetti appaino però, come già accennato, in contraddizione con lo spirito, l’arte e l’artista “banskyano”: la destinazione pubblica delle opere, ammirabili camminando liberamente tra le strade così come la denuncia del capitalismo, dello sfruttamento economico e degli squilibri economici e sociali che precludono quasi tutto a molti per garantire troppo a una piccola elite appare in antitesi con la volontà di rinchiudere dentro una mostra chiusa e a pagamento.

L’ideatore di tale mostra, il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, descrive con orgoglio l’esser riuscito a riunire per la prima volta all’interno di una mostra “150 opere (incluse 50 copertine di dischi) tra sculture, stencils e così via, tutte rigorosamente di collezionisti privati e, dunque, assolutamente non sottratte alla strada”, sottolineando come l’esposizione rappresenti un unicum per la sua “forte componente di denuncia sociale”.

Parole che probabilmente non basteranno a convincere i più forti seguaci di Bansky, soprattutto del primo Bansky, indifferente alla ribalta mediatica e mero portatore volutamente ignoto di messaggi sociali diretti direttamente al popolo, restio a ogni sorta di collaborazione con gallerie e musei.

Banksy,Love is in the air (flower trower) 2003 cm. 90 x 90_0020

Riprendendo le parole del presidente della Fondazione Terzo Pilastro, la mostra, che dal punto di vista prettamente numerico ha avuto un successo innegabile, ha diluito gran parte della denuncia sociale fondamento delle opere di Bansky che inevitabilmente appaiono offuscate, estranee al complesso espositivo, così come la mera giustificazione di non aver estratto alcuna opera dalla strada risulta invece l’unico mezzo per esporre delle opere senza il consenso dell’autore.

 

Il possibile avvicinamento alla street art di parte della società che difficilmente si sarebbe accorta ed appassionata di tale arte visiva avulsa dal complesso museale non può giustificare una tale deviazione dal messaggio principe dello Street artist che più di tutti è stato il fautore della sua esplosione; un deragliamento verso la mercificazione che è stato denunciato da più artisti della strada, di cui riportiamo un video emblematico realizzato da Canemorto.

 

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