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Riattivare le città con il plug-in design

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nITro – Reciprocal

 

Cammini per la città, passi per quella che una volta era una piazza in cui nessuno va più da anni, davanti a un vicolo cieco suggestivo e un poco spaventoso, attraverso un piccolo parco in cui non ti sei mai fermato. Ogni città ha spazi sotto utilizzati, che è possibile riattivare, rivitalizzare, e non sempre perché questo avvenga è necessario intervenire con azioni di costruzione importanti. Alle volte è invece preferibile un approccio soft, micro interventi che accendano l’attenzione, ridiano significato e diano nuove chiave di lettura a quegli spazi di cui spesso non si ha veramente percezione. Possiamo chiamare questa modalità operativa plug-in design, ereditando il termine dalle architetture informatiche: interventi leggeri ma sistemici, che risemantizzano i luoghi in cui intervengono, coinvolgendo la cittadinanza, attivando l’ambiente e che innestano processi catalitici in grado di riverberare a più scale. Interventi che costituiscono modalità di intervento reiterabili e ogni volta riconfigurabili per rispondere alle necessità contingenti.

Si tratta insomma di progettare a partire da una situazione di crisi, trovando modi efficaci ed efficienti per lenire o risanare, coinvolgendo la cittadinanza e offrendogli nuovi modi di vedere e vivere lo spazio urbano, riportando in superficie qualità dello spazio che non sono percepibili. Per loro natura gli interventi di plug-in design ricercano l’interazione, costituiscono occasione di sperimentazione di nuovi modelli e modalità di vivere la città, ed in questo senso si configurano come catalizzatori: introdotta nel sentire comune una nuova dimensione dello spazio pubblico, questa genererà ulteriori iniziative che investiranno non solo la sfera pubblica, ma quella privata.

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The Living – Living light

 

Gli ultimi anni hanno visto molti di questi interventi realizzati in tutto il mondo, generando grande interesse e indicando nuovi percorsi per la ricerca architettonica. Ad esempio, nel 2011, The Living, studio di New York guidato da David Benjamin, ha realizzato a Seoul un padiglione interattivo chiamato Living light. Si tratta di una struttura leggera che assolve a molti compiti allo stesso tempo: in prima istanza, come struttura, assolve alla funzione di copertura, shelter. Contemporaneamente attiva quei processi su larga scala di cui si è sinora solo accennato: attraverso un sistema informatizzato basato sulla partecipazione dei cittadini, la copertura informa costantemente i visitatori della qualità dell’aria della città. La struttura è divisa in moduli, ognuno dei quali rappresenta uno dei settori in cui è divisa la città di Seoul e che si illumina e restituisce informazioni ogni volta che viene inviato dai cittadini un messaggio al sistema che informa sulla qualità dei luoghi. Si tratta ovviamente di un’azione progettuale che punta non solo a migliorare la qualità dello spazio su cui insiste, ma ad aumentare la consapevolezza ambientale e sociale. Lo stesso studio è noto per aver realizzato nel 2014 un padiglione costruito con mattoni biodegradabili e riflettenti nello spazio prospiciente il MOMA nel Queens, che, benché privo della componente interattiva, mirava agli stessi obiettivi di consapevolezza.

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deltastudio – Albula

 

Scenari simili sono quelli che attivano i processi dello Young Architects Program del MAXXI. Ci si è già occupati su questa piattaforma dei vincitori del concorso, ma, nell’ottica di plug-in design, sembra più affine il progetto Albula, proposto da deltastudio. Si tratta, utilizzando le parole degli stessi progettisti, di un dispositivo urbano interattivo, che, come tipico della modalità operativa di cui si discute, si muove a più scale: da una parte affronta la crisi dell’inquinamento del fiume Tevere, interagendo con l’utenza e funzionando come prototipo per la purificazione naturale delle acque, dall’altra rievoca gli scenari degli antichi mulini fluviali. Attraverso un sistema di fitodepurazione sospesa che si attiva solo attraverso il movimento dell’utenza, il progetto assolve allo stesso tempo alle necessità di ombreggiamento, di spazio relazionale e dispositivo ecologico e di sensibilizzazione. Al di sotto delle sacche per la fitodepurazione, come spesso accade per i dispositivi di plug-in design, si genera uno spazio per il gioco e la socialità.

Un’ultima esperienza, conclusa solo pochi giorni fa e a cui chi scrive ha partecipato, è quella dell’installazione Reciprocal, realizzata dal gruppo nITro a Gioiosa Marea (ME). Si tratta di una struttura temporanea, smontabile e riconfigurabile che punta alla minimizzazione delle risorse impiegate in un’ottica di sostenibilità. Situato su una suggestiva ma sotto utilizzata terrazza che affaccia sul mare, alla quale si può accedere solo da un tunnel che attraversa i binari della linea ferroviaria costiera, l’intervento attiva dell’ambiente circostante a più livelli: il primo è quello visivo, costituendo una cornice che direziona i flussi, definisce uno spazio di relazione e inquadra la vista del tramonto tra il mare e la costa; il secondo è quello sonoro. Attraverso l’implementazione di Mogees, un plug-in tecnologico in grado di recepire le vibrazioni prodotte su qualunque tipo di superficie, l’installazione fa letteralmente suonare gli elementi fisici dell’ambiente, generando una nuova relazione tra l’utenza e lo spazio urbano. Attraverso percussioni su diversi punti della struttura o degli elementi fisici che la circondano, il sistema è in grado di produrre una varietà di suoni e note a seconda della natura dell’elemento suonato. Come negli altri casi, esiste un ulteriore livello metaforico che rafforza l’operazione e la fa risuonare: quello della sensibilizzazione al tema dei rifiuti, rievocato sia attraverso il gesto della trasformazione dell’ambiente in onde sonore e quindi del potenziale di trasformazione della realtà, sia attraverso i materiali poveri e spesso riutilizzabili di cui la struttura è fisicamente composta. Dal punto di vista costruttivo è stato utilizzato il modello della struttura reciproca, ideata da Leonardo Da Vinci: una struttura tridimensionale autoportante, composta da elementi lineari e modulari che reggono il proprio peso solo mediante intrecci reciproci. L’implementazione di tale modello è stata possibile solo grazie ad una forte digitalizzazione del processo che, attraverso l’utilizzo di software parametrici, ha consentito di minimizzare la superficie, e quindi il materiale necessario per la sua costruzione. La digitalizzazione, oltre ad essere strumento fondamentale per l’esecuzione materiale del progetto, conferisce all’installazione anche la potenzialità di configurarsi come strategia per la riattivazione di spazi urbani di differente natura. Essendo infatti il processo il risultato di un lungo lavoro che ha condotto ad un algoritmo specifico atto alla realizzazione di questo tipo di struttura, essa è riconfigurabile in infinite variazioni spaziali e dimensionali in grado di adattarsi nella forma e nelle relazioni che intesse con il contesto fisico.

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nITro – Reciprocal

 

Suonare lo spazio, essere aggiornati sulla qualità ambientale della propria città, purificare l’acqua e al tempo stesso costituire spazi di relazione, dando nuovo significato ai luoghi in cui insistono, con interventi di piccola scala, riconfigurabili e generatori di valore: questo è il plug-in design in grado di riattivare le nostre città!

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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