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Londra fa chiudere il Fabric, la sua anima

Quando il punk, superstite del rock, cessò di avere una vena alternativa e si proclamò a megafono delle major e di ogni argomento alla moda, non rimase che il mondo dei rave per i giovani inglesi. Rave veri, non come quei raduni nostrani per soli tossici o per figli di papà, che in realtà per ogni cognome assumono una pasticca. Così come accaduto per le terrace e il movimento delle firm calcistiche, anche gli adepti Rave però dovettero trovare nuovi spazi di espressione, laddove il Governo Britannico li osteggiava a colpi di leggi e divieti.

In quel contesto nacque uno dei luoghi simbolo di Londra e della scena mondiale ossia il Fabric. Non nacque sotto gli auspici migliori. Infatti, nello stesso periodo a Londra aprì nel West End, un club che si chiamava Home, il quale per farsi conoscere mise immediatamente a suonare Paul Oakenfold e Danny Rampling. Nomi leggendari, già in voga all’epoca a cui il Fabric rispose con Terry Francis e Craig Richards. Oggi anch’essi colonne portanti e storiche della scena, ma che all’epoca null’altro erano se non gli amici dei fondatori del club.

Il club Fabric nacque in un clima di persecuzione per ogni forma di aggregazione da parte dell’allora governo Blair. All’incirca come quel che sta avvenendo in Italia negli ultimi cinque anni, il Cocoricò è il caso più emblematico. Innanzitutto come saprà chiunque ci abbia ballato almeno una volta nella sua vita, la caratteristica migliore dell’impianto del Fabric è sempre stata la dedizione e maniacale attenzione affinché la musica ne fosse protagonista. Questo nei club avviene solamente allorché ci si concentra nell’impianto audio. Infatti, il Fabric possiede, oltre all’impianto standard, 400 trasduttori per i bassi piazzati sotto il pavimento. La sensazione è di di legare il proprio ritmo cardiaco a quello dei bassi.

La qualità della programmazione del Fabric è qualcosa di unico nella scena londinese. L’attenzione per i dettagli e non per i soli nomi è stato qualcosa di irripetuto in Europa. Al Fabric anche i grandi nomi sono stati chiamati per quello che sapevano trasmettere e non per il brand che ormai definiscono alcuni dj’s. Ciò ha fatto in modo che John Peel accettasse di suonare all’interno del club, rimanendone per una volta estasiato. John Peel al pubblico neofita è sconosciuto, ma nella realtà internazionale e specialmente britannica rappresenta quel che Hegel ha rappresentato nella filosofia tedesca per secoli. John Pee, è stato un giornalista, conduttore radiofonico e disc jockey britannico.

È stato una delle voci storiche della BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporane è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le “John Peel Sessions”, in cui ospitava una band per un’esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti artisti ritengono il loro passaggio da John Peel come un’importante punto di svolta della loro carriera. Tra questi si ricordano Peter Hammill, T. Rex, David Bowie, The Faces, Sex Pistols, The Slits, Siouxsie and the Banshees, Pink Floyd, The Clash, Napalm Death, Carcass, Buzzcocks, Gary Numan, The Cure, Joy Division, Nirvana, The Wedding Present, Def Leppard, Pulp, Ash, Orbital, The Smiths, The White Stripes, PJ Harvey Misty in Roots e Uzeda.

Altra caratteristica del Fabric è stata quella del rifiuto di seguire le mode. Qunado il mondo guardava a Berlino, il che a Roma faceva abbastanza ridere vista l’assenza di fabbriche, Londra restava se stessa. E i tempi e modi di essere li batteva il Fabric. Una dimostrazione palese ne è il fatto che riescano a sostenere ancora un’etichetta discografica di successo basata soltanto sui CD , venduti in scatole da sigari.

Ciò nonostante è arrivata nella capitale mondiale della cocaina la scelta di far chiudere il Fabric. Il consiglio municipale di Islington, una delle municipalità di Londra dove risiede il club, ha sancito la chiusura del leggendario locale che secondo quanto deliberato non potrà continuare ad avere la licenza. Nel documento si fa riferimento, in particolare, a due episodi avvenuti tra il 25 giugno al 6 agosto scorso, quando due 18enni sono morti dopo aver acquistato e assunto MDMA e altre droghe all’interno del Fabric. Tra i motivi che hanno portato alla revoca della licenza anche quelli secondo il quale il personale del locale, oltre a essere a conoscenza delle grandi quantità di sostanze illegali che circolavano nel locale, non sarebbero intervenutioin maniera adeguata durante i soccorsi. Dopo questi due decessi, la proprietà e la gestione del Fabric aveva deciso di chiudere per un weekend in modo da agevolare le indagini degli inquirenti. Il Fabric ha sempre tenuto una politica di controllo degli ingressi molto severa, addirittura con metal detector e perquisizoni anti-terrorismo negli ultimi mesi. Il che, se si pensa alla sicurezza negli altri club europei da molto da pensare.

Quanto detto sopra non significa che l’ecstasy sia ormai una piaga. In questi anni i casi di morte per ecstasy (o MDMA) nel Regno Unito sono aumentati e la riprova ne è che nel 2010 i morti dopo aver assunto ecstasy erano stati otto, mentre nel 2014 si sono registrati cinquanta decessi. Ad agosto, per esempio, la rivista Mixmag ha iniziato una campagna per il consumo ridotto di MDMA con lo slogan “Don’t be daft, start with a half“, che significa “Non essere sciocco, inizia con mezza”. Ma, contrariamente all’opinione della polizia, per cui la discoteca è un «rifugio per il rifornimento e il consumo di droga», per i gestori il Fabric è sempre stato un esempio per quanto riguarda la sicurezza, le persone sospettate di spaccio sono sempre state consegnate alla polizia e la droga trovata sempre confiscata.

Ora sarà importante mantenere in piedi lo spirito del fabriclondon, il quale venne aperto come risposta alla scena club di fine anni Novanta. Esso ha rappresentato un modo di essere e vivere la musica ai tempi infausti di Skrillex, Steve Aoki e Afrojack. Un modo di essere e vivere la musica, il cui testimone farà del bene se preso da chi non vuol fare rave o club alla moda, ma vivere per lo stesso spirito di fine anni novanta. Quando il rock era ormai morto. Anche se ora a rischiare di morire è la club culture.

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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