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Dalla rotta balcanica non è tutto. Migranti al confine tra Serbia e Ungheria

Nella Serbia del Nord nei pressi di Subotica, a Horgose e Kelebija, i due passaggi al confine con l’inospitale Ungheria, stazionano un totale di 1.500 migranti in condizioni precarie mentre più di 1.000 migranti si aggirano a Belgrado tra parchi, stazioni dell’autobus e il centro di ricezione di Krnjaca smaniosi di incontrare i trafficanti di esseri umani. Il resto dei centri di accoglienza sono sovraffollati a tal punto che il governo ha già varato permessi d’emergenza per la costruzione di nuovi centri. L’aumento delle entrate al confine serbo con la Macedonia ma soprattutto con la Bulgaria da maggio a giugno, l’accesso giornaliero di 15 persone oltre il confine ungherese e la prospettiva della sfracellamento del “big Deal” europeo con la Turchia prospettano un futuro non così incerto: l’aumento dei flussi e il rischio di convertire la Serbia in una nuova Grecia sotto l’effetto tampone. Il governo serbo nel frattempo fa un passo indietro rispetto alle politiche pro-migratorie dell’anno passato inviando presidi militari intorno a tutte le frontiere soprattutto con Bulgaria e Macedonia, principali vie di accesso dei migranti. Subito dopo il golpe in Turchia il presidente serbo Vucic ha riunito un consiglio di sicurezza pubblica al termine del quale ha annunciato che la Serbia non può diventare un “parcheggio” di rifugiati indesiderati all’Europa riferendosi alla possibilità che la Serbia da paese di transito si trasformi in meta, laddove non sussistano alternative che permettano ai migranti il passaggio versi i paesi desiderati, perlopiù Germania e Svezia. Una prospettiva possibile questa che desta numerose preoccupazioni per un paese fragile da più punti di vista che tenta di imboccare la via dello sviluppo e dell’Europa. Le due tendopoli che si sono formate questa estate a Kelebija e Horgose nella “no man’s land”, tra i due confini ricordano le immagini tristi di Idomeni testimoni di un’Europa sterile che più che negare la terra in nome della sovranità nazionale nega l’uomo all’uomo infrangendo l’essere umano. Le condizioni di questi insediamenti informali sono al confine anche con la coscienza della difficoltà con la quale si va a visitare questi posti: le autorità ungheresi avevano infatti vietato l’accesso alle ONG serbe che offrivano numerosi servizi e aiuti umanitari; era concesso l’accesso solo all’UNHCR e a Medici senza frontiere. Le condizioni igieniche disperate, senza acqua per lavarsi e alcuni bagni di supporto sistemati dalle autorità serbe. Circa il 40% dei migranti sono bambini.

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La ragione del diniego di accesso a numerosi aiuti umanitari era dovuto alla consapevolezza delle autorità ungheresi che, qualora le condizioni di vivibilità fossero diventate accettabili, l’aumento degli insediamenti, dunque dei tentativi di accedere in Ungheria, sarebbero aumentati inevitabilmente. “Nessuno vuole una seconda Idomeni” mi dice l’operatore di Ja sam covek, ONG serba che offre connessione Wi-fi e postazioni per caricare i cellulari. La causa principale della formazione di questi insediamenti è più complessa. Considerando l’equilibrio intenso tra un forte push factor –fattore che misura le ragioni di abbandono dei migranti del proprio paese- e un pull factor –fattore di attrazione dei paesi di destinazione – la chiusura delle frontiere dei paesi della rotta balcanica a marzo non è stata niente altro che un palliativo dal gusto “placebo” per l’orizzonte anti-migratorio europeo. Certamente, i flussi sono diminuiti rispetto alle 4-5 mila entrate che si registravano a settembre dell’anno scorso in Serbia, ma non si sono arrestati, raggiungendo a luglio 300 entrate al giorno. Inoltre, sarebbe opportuno riflettere sul fatto che i numeri isolati e spesso bugiardi, in fondo, sono fine a sé stessi e al massimo al pugno di populismo galoppante, ma ciò che conta davvero è l’equilibrio che c’è tra questi numeri e l’accesso a un nucleo fondamentale di diritti umani e il rispetto della dignità umana. Questo equilibrio è la misura della credibilità della democrazia. Oggi questo equilibrio risulta più precario, per quanto possibile, di qualche mese fa. Sospeso dalla Serbia e dai paesi della rotta balcanica il documento di transito di 72 ore, concesso prima della chiusura delle frontiere ai migranti per attraversare i confini balcanici, andata in letargo la cooperazione regionale per la gestione dei flussi, i fondi umanitari e l’attenzione internazionale, è stata inaugurata la primavera dei trafficanti di esseri umani che gestiscono un transito più diluito, ma costante e balordo. Il tampone nei due insediamenti si è verificato in quanto il governo serbo – in particolare KIRS, Il Commissariato per i rifugiati – pur di mantenere la situazione sotto controllo ha permesso ai migranti transitanti di accedere ai centri rifugiati –Krnjaca, Belgrado- dove veniva offerto loro pasti e posti letto arrangiati nonostante la legislativa nazionale prevedesse l’esclusività di tali servizi ai soli richiedenti asilo. Come forza contrastante l’Ungheria ha continuato a irrigidire la normativa dei respingimenti e a diminuire il numero di entrate giornaliere concesse al confine dai 100 di marzo ai 15 di oggi. Il panorama ha iniziato ad essere sempre più preoccupante in seguito all’approvazione, a fine giugno, in Ungheria della legge che legalizza i respingimenti in Serbia dei migranti “catturati” nel raggio di 8 km in territorio ungherese, oltre il muro di Orban. Il rapporto di Human Rights Watch pubblicato il 13 luglio precisa che i respingimenti vengono fatti anche ben oltre il raggio degli 8 km previsto dalla legge e che risulta ordinario l’uso di gravissime violenze come spray negli occhi con gravi conseguenze alla vista e selfie vittoriosi. Da numerose testimonianze inoltre si evince che i migranti entrati illegalmente vengono rispediti in Serbia oltre il muro umiliati, gattonando tra le buche del “muro di Orbàn”, tra gli insulti delle forze dell’ordine. Solo nella giornata del 5 luglio, a pochi giorni dall’approvazione, sono state rimandate 6000 persone delle forze dell’ordine. Per chi non ha tentato la via illegale si prospetta una lista d’attesa e una lista giornaliera in cui compaiono solo 15 nomi e cognomi. L’attesa dell’appello è l’essenza dell’ansia. Una volta entrati aldilà della frontiera ungherese vengono ospitati in dei piccoli pre-fabbricati dove ha inizio una procedura accelerata della richiesta di asilo che dura in media 28 giorni, compresi i ricorsi, secondo la normativa ungherese approvata l’anno scorso. La fast-track procedurale -più corretto dire analisi sommaria- solleva non indifferenti dubbi sulla possibilità che in così poco tempo ogni richiesta di asilo possa essere esaminata in modo individuale come prevede il diritto internazionale. Ciò significa che le autorità possono dare un diniego sulla sola base della nazionalità di provenienza piuttosto che sulla valutazione delle singole storie dei richiedenti asilo nel contesto di provenienza che dovrebbero attestare “un timore fondato di persecuzione” come definisce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

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I tentativi di diminuire i numeri dei richiedenti asilo in Ungheria sono stati perseguiti anche attraverso l’introduzione – da maggio – della pratica del diniego prima facie della richiesta di asilo grazie al principio di paese terzo sicuro. Questi sono paesi considerati non pericolosi, dove viene attestato un livello di tutela e di accesso al diritto di asilo soddisfacente. La lista, purtroppo, viene fatta a livello nazionale e grazie all’attivazione di tale principio è possibile effettuare i respingimenti una volta provato il transito in quel paese. L’Ungheria infatti aveva dichiarato la Serbia come paese terzo sicuro già nell’estate del 2015, tuttavia la Corte Suprema ungherese aveva vietato il respingimento prima facie in Serbia, per la situazione di emergenza in un primo momento per poi invece consentirlo. Tali respingimenti, senza dare alcuna informazione alla Serbia, violano la normativa internazionale. Gli ungheresi da parte loro considerano i centri di transito a ridosso del confine serbo come entità extra-territoriali all’Ungheria. Risulta chiaro che una tale pratica, qualora si trasformi in una consuetudine, potrebbe contribuire all’aumento esponenziale di migranti in Serbia, che risulta essere il principale corridoio d’accesso all’Europa. Di fronte ad una tale possibilità, le preoccupazioni, oltre che dal governo serbo che si rende conto delle difficoltà economiche e gestionali che potrebbero scaturire da una tale possibilità in un paese già fragile, vengono sollevate anche dalla comunità internazionale per il possibile indebolimento della tutela del diritto di asilo che ne conseguirebbe. Infatti, il report dell’UNHCR, che analizza il quantum di tutele e protezioni nel funzionamento di diversi sistemi di asilo, afferma che la Serbia non può essere considerata paese terzo sicuro in quanto non è in grado di tutelare il diritto di asilo a causa della lentezza delle procedure, la difficoltà nella valutazione delle commissioni nazionali e la grave carenza di personale competente in materia. Basti pensare che nel 2015 nonostante le 577.000 dichiarazioni d’intenzione di fare richiesta di asilo, la maggioranza delle quali effettuate da migranti provenienti dalla Siria, Afghanistan, Iraq, sono state accettate solo 20 richieste di asilo e 14 persone la protezione sussidiaria, una percentuale bassa rispetto alla media europea del 97% di riconoscimento di asilo, in particolare ai siriani.

Le sfide sono insomma numerose dentro l’Unione europea, dove si formano linee di faglia identitarie, e oltre, -ai suoi confini esterni- dove alcuni paesi vedono farsi sempre più vicino il rischio di subire le conseguenze del malfunzionamento europeo nelle politiche migratorie comuni. La speranza di trovare una soluzione in chiave comunitaria risulta ancora nebulosa e fatta di proposte, alcune valide, ma comunque lente e impalpabili nella pratica, mentre le politiche contingenti di alcuni paesi europei in ambito di accoglienza stanno paradossalmente “balcanizzando” la questione migratoria nel suo complesso. Basti pensare ai nuovi muri voluti da una May che risponde dell’onda Brexit e un Hollande sconvolto dagli eventi di terrorismo sicuramente non immuni da politiche migratorie di integrazione sbagliate fatte negli anni passati, agli scandali sui centri accoglienza sotto l’egida mafiosa in Italia.  Se non si troverà e attuerà una soluzione a lungo-termine, con il rischio di una Turchia che minaccia di aprire le porte per ottenere la liberalizzazione dei visti nell’immediato prossimo, sarà l’Europa a essere la “Polveriera dei Balcani”.

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