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L'Acropoli nel 2016

Il primo grande classico del Cinema fu un’Architettura

 

L'Acropoli nel 2016
L’Acropoli nel 2016

 

“[Quando si parla di cinema ] la parola percorso non è utilizzata per caso. […] La pittura è rimasta incapace di fissare la  rappresentazione generale dei fenomeni nella loro totale visione multidimensionale – distribuita nello spazio tempo -. Solo la camera cinematografica ha risolto il problema riuscendovi su una superficie piatta, ma l’indubbia ascendente di questa capacità è l’architettura. L’Acropoli di Atene può esser legittimamente definita come perfetto esempio di uno dei più antichi film.”

Così scriveva il Maestro del cinema, il russo Sergej M. Ėjzenštejn, nel 1938 in “Montage and Architecture”, affinando ancor più la propria teoria secondo il quale la tecnica del Montaggio, inteso come composizione di più rappresentazioni frammentate in un’immagine unitaria e coinvolgente, sia uno strumento trans mediale ed affine a tutte le arti.

Attraverso il lirismo della narrazione il regista descrive a parole come su pellicola l’intera “promenade architectural” studiata dai maestri greci, che lo spettatore attraversa passeggiando nell’Acropoli. Come sequenze di un film ci spiega le scene, i quattro punti focali, ognuno con una calibrata e vitale posizione nello spazio. Una composizione di rappresentazioni che impressionano la retina dell’osservatore: i Propilei, la statua di Athena, il Partenone e l’Eretteo con la loggia delle Cariatidi. La prima impressione di ogni immagine è quello che conta, accompagnata dal montaggio generale.

Sergei Eisenstein, Montage and Architecture, 1938
Sergei Eisenstein, Montage and Architecture, 1938

Così la visione frontale dei Propilei, con l’asimmetria illusoriamente simmetrica, trova convergenza focale nella grandiosa statua della Dea, che anticipa ed incoraggia all’aprirsi della veduta angolare del Partenone. (Per gli Antichi la visione obliqua era la regola, mentre la frontale l’eccezione).  L’Eretteo è nascosto dal basamento della statua e solo una volta percorsi i passi dell’architettura del Tempio ed abbandonata alle spalle la gigantesca scala dell’Athena, è possibile scorgere l’elegante compostezza della Loggia delle Cariatidi. Tutto è bilanciato nell’armonia discorde delle cose. Le ali piene della figura a) trovano il loro contraltare frontale nei vuoti di b), la visione d’angolo di c) è speculare a quella di d).

Ricordando il Peripato della scuola filosofica di Atene dove passeggiava Aristotele si giunge ad una architettura della passeggiata, o appunto peripatetica, che accade scandita dal tempo e dai passi dell’uomo.

La descrizione del percorso dell’Acropoli attraverso una sequenza di immagini viene proposta già verso la fine dell’800 da Auguste Choisy nella sua Histoire dell’Architecture. Il passo viene citato non solo da Ejzenstein, ma anche da Le Corbusier, che nel 1923 vi prende spunto e spiega la promenade architectural in “Vers une architecture”.

Non stupisce che l’architetto svizzero nel suo primo soggiorno moscovita del 1928 non perda l’occasione per incontrare il regista russo con cui condivide lo studio dello spazio e della sua narrazione: il frammento che si fa intero.

Ciò che invece risulta singolare è la riflessione del maestro sovietico di collocare come episodio fondativo della cinematografia il complesso architettonico culla della civiltà occidentale e della Classicità.

Così compare tra le lenzuola russe ed alle radici della storia del Cinema – la più giovane, rivoluzionaria ed antiaccademica delle arti – l’eterno amante:  il Classico.

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene

“Per definire l’antichità che noi chiamiamo “classica”, Winkelmann non usava il termine “classico”; né lo usarono in questo senso Ghiberti, Vasari o gli altri scrittori fra Quattro e Settecento”. Di fatto, anche se la parola “classico” entra in circolazione fra Cinquecento e Seicento, il suo uso come sinonimo di antichità greco romana non si stabilizzò prima degli inizi del XIX secolo. Prima di allora i termini d’uso per contrapporre (o paragonare) i Greci e i Romani ai progetti ed alle esperienze del presente erano piuttosto “Antichi e Moderni”. [1]

Oggi, che l’arte del montaggio viene confusa come l’uso arbitrario di frammenti iconici, banalizzando il linguaggio antico in un citazionismo postmoderno, viene da riflettere sull’importanza dello studio del  Classico, per appropriarsene e distanziarsene, comprenderne la regionalità e confrontarne la diversità.

Abbracciare il difficile pensiero che il classico è materia informe ed in evoluzione, non un’icona.

Non ha definizione esatta, ma ciò non esclude la sua decisa presenza. Ha differenti sviluppi e mutamenti e ciò si fa manifesto in quanto la sua presenza è dichiarata sia nell’antichità classica che nella nuova classicità dei moderni rinascimentali, che dei maestri del moderno contemporaneo. Nessuna esclude l’altra, quanto più è la storia di un eterno ritorno, in continua variazione regionale e storica, del tema. Così è importante riconoscere che il Classico non implica solo Occidente, esso definisce il suo essere dall’opposizione con una diversità, un non essere da cui dipende, nell’intreccio che è la meravigliosa storia delle civiltà e dei popoli.

 

Per approfondire il tema si consiglia la lettura di [1] “Futuro del Classico” di Salvatore Settis, Einaudi, Torino, 2004

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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