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Café Society di Woody Allen

Anno nuovo, Woody Allen nuovo. Non voglio dilungarmi troppo su Café Society perché è un film carino ma nel complesso trascurabile, che niente aggiunge e niente toglie alla carriera del cineasta newyorkese: se, vista la qualità altalenante del Woody della terza età, siete in dubbio, vi direi che questo è uno di quelli per cui vale la pena, ma sicuramente non vi perdereste niente di fondamentale passando la mano.

Quello di cui volevo parlare oggi è la maniera in cui le aspettative e le conoscenze pregresse che ci portiamo in sala influenzano la risposta che abbiamo nei suoi confronti di un film, una dinamica che da sola basta a minare le fondamenta dell’attività critica che aspiri ad essere qualcosa in più che una semplice collezione di pensieri.

Tiro fuori questo discorso in relazione a Cafè Society perchè mi ricordo di aver visto qualche tempo fa il trailer del film, e di aver pensato “acciderbolina, sembra proprio avere una bella fotografia”. Poco dopo sono venuto a sapere che il direttore della fotografia era nientepopodimeno che Vittorio Storaro. Per chi non fosse al corrente, Storaro ha collaborato per decenni con Bernardo Bertolucci guadagnandosi fama di uno dei più grandi virtuosi della nobile arte che pratica, e questa fama gli ha aperto le porte del cinema americano dove ha lasciato la sua impronta su film come Apocalypse Now o Reds.

Lì per lì non ci ho pensato troppo, se non con un fugace “si spiega tutto”, ma una volta entrato in sala per vedere il film il discorso è un po’ cambiato. Mi sono rapidamente reso conto che ero molto più incline a pensare a certi virtuosismi di luci e colori come a vuoti sfoggi di talento, come se il film mi volesse dire “occhio che abbiamo ingaggiato un direttore della fotografia famoso”. Queste idee chiaramente non mi sarebbero nemmeno passate per l’anticamera del cervello se non avessi avuto quel pezzetto di informazione pregressa, e sono germogliate nonostane io non abbia che cose positive da dire sulla carriera di Storaro.

Che il bagaglio di ognuno influenzi l’opinione che ci facciamo di un’opera d’arte non è certo una nozione particolarmente sorprendente, ma penso che per quanto riguarda il cinema questi fattori esterni giochino un ruolo più importante di quanto non succeda per altre forme d’espressione artistica.

L’esperienza che abbiamo di un film è infatti molto concentrata nel tempo. Nella maggior parte dei casi le due ore che dedichiamo a un film saranno le uniche, e questo fa sì che, al contrario di un romanzo o di una canzone, difficilmente potremo fare la prova per vedere l’effetto che una pellicola ci fa in diverse condizioni fisiche, emotive, o magari anche solo climatiche.

Oltretutto le forme espressive canoniche utilizzate al cinema sono codificate e ripetute piuttosto rigidamente, e l’esercizio di dietrologia sulle intenzioni del regista o dello sceneggiatore che invece si allontana da questi canoni viene praticato in maniera molto più naturale di quanto non succeda in letteratura, dove lo standard a cui paragonare eventuali innovazioni è meno rigidamente codificato, o quantomeno meno identificabile dal pubblico.

Questi fattori contribuiscono ad accentuare il peso che le sensazioni e i pensieri del momento hanno sulla considerazione che ci facciamo di un film, riducendo, credo, l’affidabilità di un’analisi critica che si proponga di essere il più possibile spassionata.

Questo non vuol dire che l’intera sfera della critica cinematografica sia da cestinare, ma penso che nell’approccio con cui la critica viene fatta e viene letta bisogna tener conto di queste peculiarità della settima arte, peculiarità che del resto le donano le caratteristiche contrastanti di immediatezza emotiva e stratificazione formale che ne hanno fatto la fortuna.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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