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Rapporti Usa Russia – We don’t talk anymore


We don’t talk anymore! E’ il titolo di una canzone attualmente in voga. Ma, purtroppo è quel che sta accadendo sulla Siria e sul futuro della regione mediorientale tutta. Da oltre dieci giorni gli Stati Uniti d’America hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che «non c’è più niente che Stati Uniti e Russia possano dirsi sul raggiungimento di un accordo che potrebbe ridurre la violenza in Siria. Ed è una cosa tragica». Alle dichiarazioni americane, i Russi hanno risposto duramente. Come riferito a RIA Novosti nella rappresentanza permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Mosca ha presentato una dichiarazione standard al Consiglio di Sicurezza, che come consuetudine viene adottata nel caso di attacchi alle missioni diplomatiche. Nel commentare l’azione in seno al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore russo ha utilizzato le seguenti parole: “Gli americani hanno giocato maldestramente in coordinazione con gli inglesi e gli ucraini. Questo dimostra il loro disprezzo per la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”. Il Wall Street Journal aveva già scritto la scorsa settimana della ripresa di colloqui interni all’amministrazione Obama relativi alla possibilità di fornire più armi ai ribelli che stanno combattendo Assad. Finora gli Stati Uniti hanno limitato molto il trasferimento di armi, per il timore di una loro proliferazione. Il senso è: una volta che le armi entrano in Siria è praticamente impossibile tracciare il loro movimento ed esiste il rischio concreto che finiscano nelle mani di gruppi nemici. In una conversazione con dei siriani tenuta lo scorso mese ma rivelata solo pochi giorni fa dal New York Times, il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di essere una delle tre o quattro persone nell’amministrazione favorevoli all’uso della forza contro il regime di Assad, una posizione che finora ha perso. Non è chiaro nemmeno di che tipo di armi si stia parlando.

Al centro della partita e battaglia tra le super-potenze globali vi è la Battaglia di Aleppo. La battaglia di Aleppo, la più importante dall’inizio della guerra in Siria del 2011, è cruciale sia per i ribelli sia per il fronte governativo. A mantenere in piedi il fronte ribelle è Jaish al fatah. Essa è una coalizione che riunisce le fazioni jihadiste e ribelli sostenute dall’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, tra cui si trovano la potente organizzazione jihadista Fateh al sham. Fateh al sham è il nome attraverso cui l’ex Al Nusra e i salafiti di Ahrar al sham hanno compiuto un restyling per apparire meno legati al passato che inquieta l’opinione pubblica occidentale. Infatti, fino a pochi mesi fa, queste fazioni erano alleate di AlQaida. Questo a dimostrazione dei grandi dilemmi sta creando il fronte ribelle ad occidente. Nessuno vuol ripetere quel che accadde in Afghanist, sempre contro Mosca, meno di trent’anni addietro.

La battaglia per il fronte governativo è condotta dall’esercito delle Forze di difesa nazionale (Fdn), dalle milizie sciite iraniane e irachene e, infine, dall’Hezbollah libanese. In questo fronte spicca la parte di esercito totalmente devota al colonnello Suheil Al Hassan (soprannominato la tigre). Un dato che fa emergere la costituzione di nuovi leader e simboli di una lunga guerra che oltre a fattori tribali e religiosi, mancava fino a poco tempo fa di personificazioni mitologiche.

Per alcuni analisti occidentali Aleppo sarebbe dovuta divenire la Bengasi o Stalingrado del fronte ribelle, ma non lo è stato. Innanzitutto, per la determinatezza della coalizione in appoggio ad Al Assad. Infine, per le grandi divisioni nel fronte ribelle tra salafiti, jihadisti e formazioni con posizioni più laiche.

In questo contesto l’azione russa appare determinante e ormai sembra scontata con la dichiarazione di legittimità della base di Taurus in mano del Cremlino la presenza stabile nel Mediterraneo di Mosca. Gi Stati Uniti stano cercando per risposta di ottenere uno spiraglio di vittoria da un contesto difficile da gestire, dove si fanno forti le voci di Francia e Gran Bretagna e meno i fatti. Erdogan appare rinnovato protagonista. Il tutto mentre la Siria, quella di donne e bambini piange. Forse, sarebbe il caso di tornare a parlarsi. Anche prima dell’elezioni di Novembre, perché dopo farà troppo freddo.

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd bevendo un bicchiere di Nikka.

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