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OFF-THE-GRID! DON’T FLUSH YOUR FREEDOM

Lo scorso 19 ottobre sono stato alla Casa dell’Architettura per assistere ad una delle giornate dedicate al festival “Conversazioni video”, curato da Art Doc Festival. Tra i diversi progetti di grande interesse – tra cui mi fa piacere ricordare il lavoro di Giovanna De Sanctis e Giuseppe Giannatasio, “1977 – Analisi di un prototipo giovanile” – sono stato particolarmente affascinato da un documentario dal titolo suggestivo “Don’t flush your freedom”, realizzato da Federica Miglio e Alessandro Turci. Si tratta di un lavoro estremamente puntuale e evocativo sul mondo delle Earthship, modelli di case ecologiche ideate da Mike Reynolds.

Chi segue con assiduità queste pagine forse ricorderà che già altre volte mi sono occupato del tema della sostenibilità in architettura, specialmente quando legata a metodi di progettazione e costruzione alternativi, eppure questo universo, allo stesso tempo così variegato e strutturato, ha alcune caratteristiche peculiari che vale la pena di analizzare.

Partiamo dal principio: cosa è una Earthship? Si tratta di un’abitazione realizzata secondo sei principi: l’utilizzo dell’inerzia termica per il riscaldamento/raffrescamento, l’impiego esclusivo di energie rinnovabili, il riutilizzo delle risorse idriche naturali, l’impiego di materiali di riciclo per la costruzione, l’autoproduzione di cibo, il trattamento in loco ed il riutilizzo delle acque residuali. In breve: la Earthship è off-the-grid, per utilizzare un’espressione anglofona che identifica non solo una particolare caratteristica tecnica di un manufatto architettonico, ma una filosofia di vita. Essere off-the-grid vuol dire, letteralmente, non essere allacciato a nessuna delle reti infrastrutturali pubbliche, essere autosufficienti nella produzione di energia e nello smaltimento dei rifiuti, ma rappresenta anche una posizione politica ben precisa di indipendenza rispetto ai sistemi di governo centrali, al sistema economico e culturale globalizzato.

Phoenix House – Earthship by Mike Reynolds

La cornice filosofica e culturale nel quale il progetto si inserisce è molto chiara e definita, ma che succede sul fronte architettonico? In che soluzioni spaziali e costruttive questo modello si implementa? Molte sono le caratteristiche spaziali che accomunano tra loro le Earthship: i muri portanti sono sempre realizzati utilizzando vecchi pneumatici destinati allo smaltimento, opportunamente riempiti di terra prelevata in situ per aumentarne la massa termica e la resistenza; i muri divisori interni sono realizzati attraverso l’impilamento orizzontale di bottiglie di vetro e lattine, amalgamate da malta cementizia e rifinite con la tecnica del pisè; un lato dell’abitazione, quello esposto a Nord, è sempre controterra, vale a dire che l’altezza del muro si sviluppa tutta al di sotto del livello del terreno – che viene usualmente rimodellato per rispondere a questa esigenza; il lato esposto a Sud è invece caratterizzato da un ampia vetrata, atta a incanalare l’energia termica solare, che costituisce una “buffer zone”, una zona di mediazione che consente di mitigare la temperatura esterna, sia essa troppo calda o troppo fredda; le grandi coperture piane che sormontano le abitazioni sono destinate alla raccolta di acqua piovana e all’alloggiamento di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica; le Earthship hanno spesso un unico piano di imposta, date le difficoltà tecniche di creare abitazioni su più piani attraverso le tecniche costruttive sopracitate.

Sezione tipo di una Earthship – Credits: Earthship Biotecture

Dal punto di vista planimetrico l’organizzazione spaziale è piuttosto semplice e molto vincolata dalle esigenze di esposizione: gli ambienti che compongono l’abitazione sono aule absidali – forma dettata dalla difficoltà di creare angoli retti con la tecnica costruttiva degli pneumatici – affiancate, collegate trasversalmente dal lungo corridoio della “buffer zone”, che ospita opportunamente anche una serra in cui coltivare ciò che è necessario per il sostentamento degli abitanti. Al netto della semplicità distributiva ed organizzativa delle unità, la spazialità interna appare sempre molto ricca, organica, talvolta forse eccessiva, dovuta sia alla facilità di modellazione dei divisori e all’ampio utilizzo della terra, sia alla compresenza di materiali particolarmente reattivi alla luce, come le lattine e le bottiglie. Nonostante la povertà dei materiali e delle tecnologie utilizzate, alcuni aspetti tecnici risultano particolarmente interessanti ed avanzati nei prototipi – quattro in tutto: Global Model, Vaulted Global Model, Simply Survival, Packaged Model – proposti e brevettati da Reynolds. In particolare il sistema di sfruttamento della gravità per la ridistribuzione delle acque piovane – sebbene coadiuvate da piccole stazioni di pompaggio alimentate da energia solare – e l’ingegnoso riutilizzo delle acque residuali, reimpiegate in diversi cicli per l’approvvigionamento di acqua potabile prima, di acqua per usi personali poi e per l’irrigazione di piante che necessitano di diversi livelli batterici in due fasi distinte.

Earthship interior – Credits: Earthship Biotecture

Nonostante le numerose difficoltà legislative a cui va incontro chi vuole costruire una Earthship, il gruppo Earthship Biotecture, che fa capo allo stesso Reynolds, ha costruito prototipi in molte parti del mondo – USA, Africa, Belgio, Repubblica Ceca, UK – e conta un numero sempre crescente di persone interessate al modello e di partecipanti alle Earthship Academy, in cui si trasmettono i principi di base per l’autocostruzione di un’abitazione.

In definitiva il modello Earthship rappresenta un’alternativa fattibile all’edilizia tradizionale che, pur con limiti e criticità ancora irrisolte – come la persistenza dell’uso di conglomerati cementizi, la poca varietà spaziale che il modello consente di implementare, le difficoltà aggregative per un futuro spazio urbano, la quantità di suolo richiesta – e pur rappresentando una visione politica e culturale del mondo radicale, apporta innovazione e ha molte possibilità di implementazione. Perché ad esempio non utilizzare un simile modello per alloggiare le popolazioni colpite da disastri naturali? O ancora perché non pensare a costruire delle comunità più salubri e con maggiore qualità spaziali in quelle parti di mondo in cui la disparità infrastrutturale è ancora molto evidente? Le possibilità sono molte e il modello aspetta solo i essere implementato.

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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