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USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.

About Riccardo Di Marco

Riccardo Di Marco
Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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