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“Viva la resistenza!”

 

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© iZac

“Una scienza, privata della sua ragione morale e per conseguenza una ricerca scientifica, di cui nessuno è in grado di assumere i risultati, significa la perversione dell’Illuminismo, che doveva renderci maggiorenni. Oggi, l’Illuminismo è una rivolta contro la fede cieca verso la tecnologia, che rende l’uomo primitivo e che lo conduce all’impotenza di fronte alla tecnologia stessa. Alla fine dell’Illuminismo non c’è, come lo speravano Kant e tutti gli illuministi, l’uomo maggiorenne, ma il Vitello d’oro. Mi sento solidale con tutti coloro che qui nel mondo praticano la resistenza. Resistenza anche contro una legalità intesa come stratagemma, opposizione il cui obiettivo è l’affermazione dello spirito dell’Illuminismo prima che sia troppo tardi; ma questo non come ripetizione della storia, ma attraverso delle esperienze storiche, tese verso il tentativo di persone maggiorenni di poter vivere insieme. Temo che senza un’apertura verso la ragione morale, che può venire dalla resistenza, non ci sarà un prossimo secolo.” Max Frisch, 1981.

Con queste parole Luigi Snozzi presenta il proprio contributo al pubblico della Biennale di Architettura di Venezia del 2016.

Queste parole sono rivolte ad ognuno di noi, perché la battaglia che oggi più che mai viviamo è quella contro la pigrizia del pensiero. Ad ogni cuore che si sente scoraggiato perché la realtà è sempre diversa dall’idea. Ad ogni orecchio che è divenuto sordo perché son troppe le voci da ascoltare e preferisce siano gli altri ad ascoltare per lui. Ad ogni occhio bombardato in multicolor, che ha deciso di farsi scivolare addosso tutto, perché è troppa e cruenta la portata di informazioni da discernere. Ad ogni giovane che oggi sceglie secondo corrente perché ha perso speranza nel domani e non comprende più il senso dell’offerta.  Che non ci si abbandoni alla pigrizia. Resistenza. La corrente del tempo è scintillante solo in superficie, basta immergersi e scendere nelle memorie del sottosuolo per rendersi conto che mulinelli e vortici deviano comunque altrove e non recano là dove l’apparenza illude.

Non è forse un caso che “Viva la Resistenza” rimbombi così forte sulle mura in mattoni e le capriate in legno dell’Arsenale veneziano. Perché Venezia più che mai, è oggi  un piccolo ombelico del mondo, una sfera di vetro e acqua dove leggere quel che succederà se ci si lascerà trasportare dalla corrente, senza scegliere una direzione. Nella Laguna si sta consumando il più triste e lungo funerale dei centri storici. Perché forse Venezia è la città più iconica, ancor più di Roma, emulata in America, Medio Oriente e Asia, in ogni grande Casinò e Hotel. Così piccola, un raro esemplare di pesce millenario da mettere in una boccia e portar sul primo volo intercontinentale.

Ogni rientro dalla laguna è dolore ed incanto al tempo stesso. Quando si torna da Venezia, il sentimento dominante è sempre irrisolto in un drammatico chiaro scuro: da un lato la sconvolgente bellezza del nostro patrimonio, dall’ altro la dolorosa e lenta morte a cui lo si sta sottoponendo calpestato dalle suole delle scarpe di trenta milioni di turisti l’anno.

Così scriveva Tafuri: “ Venezia, persino cadaverica, come essa è oggi, lancia una provocazione insopportabile al mondo della modernità. Sono sussurri quelli che questa Venezia riesce a lanciare, ma sono insopportabili per il mondo della tecnica, per quell’era in cui […] Venezia viene assalita dalle masse dei turisti ma anche dalla velleità di architetti indegni di questo nome (Le forme del tempo: Venezia e la modernità, lezione del 22 febbraio 1993)”.

Per quanto si possa non condividere il lavoro di OMA al fondaco dei Tedeschi (2016) o trovare l’amante segreto (non a caso vd. sotto) nel nipponico Ando a punta della Dogana (2009), la risposta oggi non si trova in questi grandi progetti.

La risposta la danno i residenti, perché “Non i turisti, ma i cittadini sono l’anima ed il sangue della città, i custodi della sua memoria e gli artefici del suo avvenire. Una città di cittadini consapevoli di sé e della propria cultura specifica è più ospitale, più interessante, più lieta anche per i turisti; una città di servitori lo è assai meno.”[1] E mentre il centro si spopola e molti vanno a vivere a Mestre o altrove, c’è chi rimane ed applica la sua resistenza. Così nelle pagine di cronaca de “La Repubblica” del 7 Novembre si leggono le storie di giovani veneziani che hanno deciso di rimanere in città, scegliendo una via diversa, magari quella della lentezza e del ritorno all’artigianato, della rinuncia a qualcosa in funzione del prendersi cura di qualcos’altro. L’accontentarsi che implica il saper essere felici.

“Mi sento solidale con tutti coloro che qui nel mondo praticano la resistenza.”

Mentre l’incipit al padiglione centrale della Biennale spiega: “REPORTING FROM THE FRONT riguarderà la condivisione con un pubblico più ampio dell’opera delle persone che scrutano l’orizzonte alla ricerca di nuovi campi di azione, offrendo esempi in cui più dimensioni vengono sintetizzate, integrando il pragmatico con l’esistenziale, la pertinenza con l’audacia, la creatività con il buonsenso. Questi sono i fronti da cui vorremmo che vari professionisti ci dessero notizie, condividendo storie di successo e casi esemplari in cui l’architettura ha fatto, fa e farà la differenza.”

Così se il latino bellus “bello” è diminutivo di una forma antica di bonus “buono”, forse nel buonsenso risiede ciò di cui parla “l’idiota” Myškin quando afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza.

Forse a Venezia, forse a Roma, in Italia, così come nei piccoli centri radicati al loro territorio, l’architettura che fa e farà la differenza è quella che guarda all’abitante, è quella dell’architetto che rimane e che fa Resistenza con lui, che lo protegge nelle sue minoranze, per portare avanti un amore per il luogo ed il contesto da cui nasce, anche quando un cataclisma ne sconvolge le radici.

Sempre Dostoevskij ci svela come le scelte non siano mai unilaterali. La contraddizione attraversa anche gli animi più giusti e puri e ci si deve liberare dall’ illusoria convinzione che ciò che è semplice e chiaro, sia buono e naturale. La diversità è complessità, la realtà non può essere uniforme e l’annientamento costante della complessità, va a vantaggio di una banalizzazione dei significati.

Con questi presupposti si può comprendere la soluzione: l’operato umano si costruisce non solo sui grandi passi dei giganti, ma sulle piccole scelte, sulle personali battaglie di ogni diverso individuo, di ogni singola coscienza, che ogni giorno differentemente si rinnovano.

A voi la scelta.

 

(Per approfondire l’intimo e sbalorditivo legame tra la cultura giapponese e quella veneziana si segnala al Maxxi la mostra “The Japan house”: al piano terra una selezione di progetti del Maestro veneziano Carlo Scarpa influenzati dalla cultura giapponese ed al piano superiore una sequenza di progetti d’abitazione dei Maestri giapponesi).

[1]“Se Venezia muore, Salvatore Settis, 2014, Torino, Einaudi”

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea e nello studio Warehouse of Architecture and Research.

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