Home / Internazionale / Geopolitica di Donald Trump

Geopolitica di Donald Trump

La vittoria di Donald Trump all’elezioni presidenziali ridisegnerà l’attuale dottrina estera e la geopolitica della superpotenza per eccellenza. Lontani dai propositi di scontro frontale con la Russia, sono molti gli ambiti in cui la presenza o assenza statunitense si farà più rilevante. Resta l’incognita delle azioni che verranno messe in campo dal magnate. Certamente, con Hillary Clinton avremmo assistito a un nuovo interventismo nel medioriente.

STOP ALL’EXPORT DELLA DEMOCRAZIA – Nel corso della campagna elettorale Donald Trump ha spesso imputato all’amministrazione uscente il caos geopolitico vigente in Medio Oriente e nell’Europa orientale. Il sostegno alle Primavere Arabe, la piena aderenza al programma delle Monarchie del Golfo e l’Ucraina, hanno fatto dimenticare Spykeman alla superpotenza per eccellenza. Fedele al suo modello di business è probabile che utilizzando la real politik di kissingeriana memoria l’amministrazione Trump abbandoni la fallimentare linea di ‘esportazione della democrazia’.

UNIONE EUROPEA – Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono congratulati con Donald Trump in una lettera congiunta. “Oggi – hanno scritto – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi”. Nella missiva, Tusk e Juncker hanno anche invitato Trump a visitare l’Europa per un summit Ue-Usa appena possibile. Per la classe dirigente dell’Unione Europea è quanto mai necessario ristabilire contatti che pongano l’ente sovranazionale capace di dialogare alla pari con gli Stati Uniti d’America. Come dimostrato dai leaks sul TTIP, rilasciati e diffusi da Greenpeace Olanda, in oltre venti capitoli di negoziato gli europei si sentivano non pari nelle trattative. Nonostante lo slogan per il “protezionismo”, l’indole americana al business, fa intendere che non sarà il TTIP a esser sacrificato. Questo anche nell’ottica di maggiori benefici per gli USA che potrebbero derivare dalla sua concretizzazione. Quanto ai rapporti con la Russia dell’Unione Europea molto probabilmente sarà l’Unione ad aver pagato alla fine dei giochi il prezzo più alto. Ciò alla luce delle sanzioni che ad oggi hanno semplicemente frenato l’economia interna e non le bellicosità nei territori orientali dell’Ucraina al confine russo. Certo è che l’arroganza del giorno dopo dimostra dal socialista Schultz non è un buon inizio per le relazioni future. Quel che manca ad ora nell’Unione Europea è un interlocutore con Trump.

RUSSIA – Henry Kissinger nel suo ultimo saggio “World Order” ha criticato aspramente la volontà statunitense di inserirsi oltre la propria area d’influenza, ponendosi con Obama – Clinton al confine tra Russia e Ucraina. La partita ucraina è al centro degli interessi internazionali e come tutte le cosiddette Rivoluzioni Arancioni dovrà necessariamente far i conti con la volontà del tycoon americano di ristabilire dei buoni rapporti con Mosca, anche se in molti scommettono sulla rilevanza che potrebbero ancora assumere le lobbies impegnatesi nella partita. In campagna elettorale più volte Trump ha affermato la volontà di riconoscere l’indipendenza della Crimea e il suo conseguente ingresso nella Federazione Russa.

Ciò non deve far pensare che tra Russia e Stati Uniti d’America si trovi un’intese funzionale, ma certamente si assisterà a una distensione dei rapporti diplomatici e, soprattutto, militari. Nelle mail della Clinton appariva quanto mai chiara l’intenzione di creare una no-fly zone sulla Siria e la massima convergenza con le Monarchie del Golfo. E’ infatti sul fronte della guerra tra Sciiti e Sunniti che si sono registrate le altre tensioni con la Russia, che hanno visto Siria e Yemen interessate da guerre per procura. Guerre per procura che con la nuova amministrazione potrebbero cessare. Potrebbe aprirsi anche un dialogo, ma un’Italia di inizio anni duemila non appare all’orizzonte.

CINA – Nel corso della campagna elettorale Trump ha affermato di voler “Tassare l’export di Pechino fino al 45% e riportare in America i posti di lavoro rubati”. Nonostante ciò, la possibile svolta a sostegno dei lavoratoti americani non andrà mia a imporsi sui rapporti con la Cina e molto probabilmente il rialzo dei dazi sarà, se mai realizzato, imposto a una percentuale ideologica. Xi Jinping, si è congratulato subito con Trump: ricordandogli però la necessità “del rispetto reciproco” e della “collaborazione vantaggiosa per entrambi”. Questo a difesa dell’interesse cinese, che nel ritorno alla produzione negli Stati Uniti d’America, specie nei Key State dove a sorpresa ha vinto il GOP, vede un pericolo da scongiurare. Anche se annoto che come insegnato agli europei dal barone Rothschild chi detiene il denaro, detiene il potere. E la Cina è la prima creditrice dell’immenso debito pubblico a stelle e strisce.

ISRAELE – I rapporti tra Israele e Stati Uniti non sono mai stati così lontani che sotto la Presidenza Obama. L’ex Presidente ha ottenuto nell’accordo sul nucleare iraniano la sua più grande vittoria e, forse, il più grande lascito internazionale assieme a Cuba. Questo, insieme al caos generato dalle Primavere Arabe ha raffreddato i rapporti con Tel – Aviv. In queste ore Israele ha accolto con soddisfazione l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Benyamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per il risultato del voto. Trump “è un amico sincero dello stato di Israele. Agiremo insieme per portare avanti la sicurezza, la stabilità e la pace nella nostra regione”, ha detto il premier israeliano. “Il forte legame tra Usa e Israele si basa su valori, interessi e destino comuni. Sono sicuro che Trump ed io – ha concluso – continueremo a rafforzare l’alleanza speciale tra i due Paesi e la eleveremo a nuove vette”. Frasi che non erano mai state pronunciate con la precedente amministrazione. Infatti, la precedente amministrazione nel caos siriano aveva visto rinsaldarsi i rapporti tra Israele e Russia, che nell’ottica di evitare problemi militari, si sono scambiate i codici di riconoscimento nello spazio aereo di Damasco. Infine, l’amicizia tra Trump e Israele è stata confermata uno dei suoi più stretti consiglieri Jason Greenblatt, il quale ha riferito alla Radio militare israeliana che il presidente eletto ” non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump – ha spiegato – la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana.

TURCHIA – Il fallito golpe di luglio ha lasciato un segno indelebile nei rapporti tra la nazione leader della NATO e il secondo contingente della stessa alleanza militare. Appare quasi certo che, visto l’utilizzo di parte dell’esercito da parte dei golpisti, il Dipartimento di Stato americano fosse a conoscenza dei movimenti che stavano interessando la Turchia. Infatti, da quel giorno rapporti amichevoli incessanti hanno visto una pesante battuta d’arresto. Tale battuta d’arresto, non solo ha rinforzato Erdogan, ma oltre ad aver avvicinato Ankara a Mosca, è giunta dopo la ritrovata sintonia con Israele. La notte del fallito golpe, arrestato anche dagli ultras e soprattutto dalle opposizioni, è rimasta indelebilmente nelle mente che ora vuole vendetta di Erdogan. Il presidente turco al neo eletto Trump ha subito detto che: “Se ci consegna Fetullah Gulen, apriremo una nuova pagina delle relazioni tra i nostri due Paesi”. Un avvertimento o speranza a cui al momento nessuno sa dar risposta, se non nel futuro lo stesso Trump.

GRAN BRETAGNA – La Gran Bretagna di Theresa May si è subito accreditata presso Trump. Lo ha fatto forte della Brexit, su cui media e Obama avevano sbagliato previsioni. Lo ha fatto anche nella speranza di ritrovare e risaldare l’eterna alleanza che potrebbe fare fa sponda alle difficoltà trovate dal Regno Unito dopo l’inizio del periodo Brexit in attesa delle procedure di uscita dall’Unione Europea. Con gli Stati Uniti, infatti, la Gran Bretagna condivide da sempre una visione geopolitica specifica e il prossimo disimpegno potrebbe spostare il tipo di approccio americano dall’innercircle ai mari su impostazione prettamente mackinderiana. Ciò favorirebbe anche il ruolo di Londra, che forte del suo Commonwealth auspica il fallimento del TTIP nella speranza di creare il proprio spazio economico privilegiato con Washington.

SUD AMERICA – In molti si stanno chiedendo come si comporterà Trump nei confronti dell’America Latina. Probabilmente come ogni Repubblicano. L’eredità fortunata l e importante di Obama ha notevolmente agevolato il prossimo lavoro del successore, soprattutto dopo la cacciata del blocco sociale dal potere in Brasile e la ritrovata sintonia con Cuba. Restano aperte le questioni Venezuela e Ecuador, paesi chiave dell’America Latina dove nei prossimi mesi sicuramente si assisterà a uno stravolgimento dell’attuale assetto.

ITALIA – La campagna elettorale di una superpotenza dovrebbe esser vissuta e vista con l’occhio dell’osservatore e se in un ruolo di governo l’equidistanza dovrebbe esser la stella Polare. Ciò, non è stata prassi nell’attuale modus operandi del Governo Renzi. Convinti della vittoria della democratica Clinton, cosa non fatta da nessuna compagine governativa, l’Italia si è spesa in maniera ufficiale per la campagna della ex Segretario di Stato. La vittoria di Trump, quanto mai inaspettata, però difficilmente cambierà i rapporti rispetto al passato. Sicuramente è da ridefinirsi il rapporto sulla sicurezza cybernetica, vista la disapprovazione della nomina di Carrai alla speciale Agenzia di Sicurezza Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi, preposta ai dati cibernetici, da parte statunitense.

 

Quella di Trump in ottica italiana è però un’occasione sprecata. Infatti, alla luce di un possibile disgelo con Mosca, l’Italia sarebbe potuta essere l’interlocutrice principale, rendendosi nuovamente leader e protagonista mondiale. Non lo ha fatto, perchè la nostra politica estera è condizionata ormai più da Beppe Severgnini che dagli insegnamenti di Enrico Mattei. Pratica di Mare nel 2002 sembra esser solo un lontano ricordo. Ora, se si avesse avuta sensibilità e visione, oggi, Roma poteva essere nuovamente protagonista. Con risvolti e forza da far pesare sull’intera Unione Europea. Non lo ha fatto, poichè non ha più una propria visione geopolitica e questo si riflette anche su sul ruolo di gregario in Europa. Europa che avrebbe un disperato bisogno d’Italia, soprattutto ora che l’America vuol pensare a sé stessa. Ai propri figli e solamente in seconda battuta , alla vecchia mamma.

 

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

Check Also

Unesco - Usa leave UN Agency

Gli USA abbandonano l’UNESCO

Il Dipartimento di Stato USA ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Una scelta per Israele in cui s'inserisce la Questione Qatar