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Non c’è due senza tre. Frank Gehry a Berlino

Tra le strade di Berlino, a pochi passi dall’isola dei musei e dei numerosi cantieri che in questi anni animano il paesaggio della parte centrale della città, sta prendendo forma un recente progetto dell’architetto americano Frank Gehry.

È forse superfluo notare come un uomo di 87 anni, spesso criticato per il suo modo di fare architettura e al centro di ogni possibile polemica, continui ad essere un personaggio importante per lo scenario architettonico dei nostri tempi. Importanza non ottenuta attraverso scritti o teorie dirompenti, ma essendo espressione di un dialogo tra progetto e realtà ben più concreto di quanto non si possa pensare. In quanto architetto in grado di costruire le sue idee, Gehry ci ricorda che l’obiettivo imprenscindibile del progetto di architettura è la sua realizzazione, il punto focale verso cui tutto deve necessariamente tendere.

Progetto per la DZ Bank | Progetto per una torre residenziale ad Alexander Platz | Berlino
Progetto per la DZ Bank | Progetto per una torre residenziale ad Alexander Platz | Berlino

 

La città tedesca ha già avuto modo di conoscere il suo modo di fare architettura con due progetti caratterizzati dall’inconfondibile segno. Nel 2000 è stato completato l’edificio che ospita la sede di un grande istituto bancario a fianco della Brandenburger Tor, un progetto complesso e dalla doppia conformazione. Più misurato sul fronte della piazza, decisamente autoreferenziale su quello posteriore; tra queste due entità differenti, è costretto un oggetto plastico, simbolo riconoscibile del suo lavoro e del modo nuovo in cui, in quegli anni, a detta di molti avrebbe dovuto costituirsi la nuova architettura. A distanza di quindici anni, ancora più mediatico è il progetto per una torre residenziale che vedrà la luce ad Alexander Platz e che vanterà il primato di essere la più alta della Germania. Una variazione meno scintillante di quella costruita a New York, ridimensionata per meglio rispondere ai più composti costumi tedeschi, ma con la quale condividerà metodo progettuale e costruttivo.

A questi due importanti progetti berlinesi se ne affianca un terzo, il cui cantiere è quasi concluso e che verrà inaugurato tra qualche mese: la Pierre Boulez Saal, una nuova sala concerti da 680 posti dal progetto relativamente contenuto, ideato e inserito in un edificio del quale sono mantenute solo le facciate esterne. Il progetto è il risultato di una collaborazione tra l’architetto e due grandi musicisti, Pierre Boulez e Daniel Barenboim, ed è proprio la collaborazione tra questi tre personaggi ad avere portato alla sua realizzazione, la cui caratteristica funzionale è quella di adattarsi ai differenti tipo di concerti che dovrà ospitare. Rispetto ad un canonico auditorium, in cui l’orchestra è posta di fronte al pubblico, i musicisti potranno disporsi in diverse conformazioni, in modo da interagire in maniera differente a seconda del repertorio e dell’organico. Una specie di teatro totale dedicato alla musica, dentro il quale si modificano profondamente le relazioni tra coloro che prenderanno parte allo spettacolo.

2v

Un grande anello deformato occupa il volume della sala e accoglie le sedute del primo ordine, costituendo il segno architettonico a cui è affidata l’immagine del progetto. Ma l’autonomia di questo oggetto, in contrasto con l’involucro e con la partizione seriale delle finestre esistenti, riporta al centro la questione del rapporto con l’edifico mantenuto. È proprio quel segno che marca un importante grado di complessità, quello del rapporto tra nuovo progetto e forma consolidata. Una questione centrale e ancora irrisolta, che allora non riguarda esclusivamente la condizione italiana, ma invece sembra essere presente anche a Berlino, città che ha tentato di ridefinirsi ed evolvere attraverso la legittimazione della sua nuova architettura. Altri sintomi di questo inaspettato processo di mantenimento della memoria, sono il progetto per il Neues Museum o la ricostruzione in stile del Kaiserschlosse, proprio a pochi metri dalla nuova sala.

Pierre Boulez Saal, interno, settembre 2016 | © Volker Kreidler
Pierre Boulez Saal, interno, settembre 2016 | © Volker Kreidler

 

Gehry torna a Berlino con una soluzione inaspettata, che apparentemente non pretende di lasciare nessuna firma immediatamente riconoscibile. Un comportamento che potrà sembrare insolito anche ai detrattori del suo lavoro, ma che ha il merito di portare la nostra attenzione sulla questione, quanto mai urgente, del progetto del contemporaneo e della sua relazione con quanto già esiste.

 

L’architettura della Pierre Boulez Saal è raccontata su https://boulezsaal.de

 

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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