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Hotspot Italia: gli abusi denunciati da Amnesty International

Hotspot, i centri d’emergenza per i richiedenti asilo istituiti dall’Unione europea dove vengono avviate procedure accelerate di identificazione e smistamento, chi ha diritto resta chi no vada pure a casa sua, i rimpatri forzati; il bilico di responsabilità tra Italia e Unione Europea, il cane che si morde la coda, la patata bollente che passa di mano in mano e tutti si scottano. È di questi temi che si occupa il rapporto di Amnesty International sugli Hotspot uscito il 3 Novembre.

HOTSPOT, CHI LI HA CONCEPITI, PERCHE’, QUANDO E DOVE

Relocation, Migration compact, redistribuzione, ricollocazione, direttive, riunioni del consiglio dei ministri, numero di arrivi in Italia, Ungheria, Grecia, Austria, qualche aberrità di Salvini e ancora bla bla bla bla bla bla bla. Se anche voi ad un certo punto non ci avete capito più nulla, keep calm che è tutto normale. Cerchiamo di fare almeno un po’ di chiarezza.

Perché sono stati ideati? Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti hanno il dovere di chiedere asilo nel primo paese d’arrivo così come il paese di arrivo ha il dovere di garantire non solo la loro identificazione ma anche la loro permanenza nel proprio terriorio durante la procedura di richiesta di asilo. Quando fu concepito il regolamento i tempi erano diversi un po’ per tutti, l’Italia e tantomeno la Grecia non immaginavano “tanti” arrivi.  Tutti sappiamo che molti delle eprsone che vengono vogliono raggiungere Germania, Svezia, dove il più delle volte hanno famiglia o amici da cui appoggiarsi e sentirsi in qualche modo a casa.

Per diminuire il numero di migranti, in percentuale ancora molto bassi rispetto a molti paesi di accoglienza, l’Italia ha per molto tempo adottato un metodo vecchio come il cucco ovvero quello  chiudere un occhio non identificando la maggioranza di migranti, soprattutto siriani ed eritrei, permettendogli di andare oltre infrangendo la normativa vigente. Aum Aum insomma.

Quando l’immigrazione si è trasformata nel nuovo oppio dei popoli, strumento privilegiato, una sorta di catch all di voti e contemporaneamente gli arrivi si sono intensificati l’Europa ha pensato che era ora di fermare L’AUM AUM. Nascono così gli hot spot –punti caldi di arrivo-

L’obiettivo alla base come dice il rapporto stesso è infatti: “Una drastica diminuzione degli spostamenti irregolari di rifugiati e migranti verso altri stati membri dell’Ue, uno degli obiettivi chiave, doveva essere raggiunto tramite l’acquisizione delle impronte digitali, nella prospettiva di assicurare la possibilità di un loro rinvio, secondo il Regolamento Dublino, verso l’Italia o altri paesi di primo ingresso”. Per compensare è stato varato il programma di relocation, che prevedeva la ricollocazione di 40.000 migranti dall’Italia a diversi paesi europei secondo una base di quote. Ad oggi poco più di un migliaio sono stati ricollocati.

Chi li ha concepiti e quando: Dopo tutti i battibecchi spesso incocludenti su raccomandazione della Commissione Europea sono stati concepiti, nel maggio del 2015, e decisi dal Consiglio Ue a giugno, gli hotspot con il mandato di ottenere il “100% delle identificazioni” all’arrivo. Il loro allestimento è uno dei punti centrali dell’Agenda sulla Migrazione. L’approccio hotspot è stato presentato come la risposta dell’Unione europea all’alto numero di arrivi e alla necessità di fermare la circolazione di migranti irregolari nel territorio europeo. Insomma per i migranti vige la legge: dove puoi arrivare lì rimani e devi essere anche contento!

Dove sono: Gli hotspot fino ad ora in funzione sono a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.  Offrendo gli hotspot servizi ai migranti appena arrivati molto simili ai servizi offerti da  centri già esistenti in Italia –chiamati Centri di primo soccorso e assistenza (Cpsa)- sono stati allestiti spesso proprio nei CPSA già esistenti. La capienza dichiarata è di 1600 posti in totale, che a dirla tutti rispetto ai numeri complessivi non rappresenta propriamente una svolta.

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COSA VIENE FATTO NEGLI HOTSPOT

Adottato come metodo per consentire l’applicazione effettiva del regolamento di Dublino l’hotspot, che non è niente altro che un centro di primissima accoglienza, prende le impronte digitali, fa una rapida valutazione di chi ha bisogno di protezione e chi può tornare indietro.

I LIMITI RILEVATI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Prima di sollevare polveroni apocalittici e gridare ai celerini infami bisogna sottolineare che il rapporto sottolinea la grande professionalità della polizia nella maggioranza dei casi che li vede coinvolti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Tuttavia la maggior parte dei casi non è tutti i casi e per ogni singolo individuo deve valere il rispetto della dignità umana sulla quale si basa la nostra democrazia.

Impronte digitali prese con la forza:  Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali.
Numerose le denunce da parte dei rifugiati di essere stati colpiti con bastoni elettrici.
Le storie più forti e quelle delle umiliazioni sessuali:
“Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso“.

Non oso pensare cosa significhi un trattamento del genere dopo essere stati costretti a fuggire dalla violenza, in tutte le sue forme chissà cosa significa trovarsela davanti alla democrazia che tanto hai voluto. Bah.
Screening sommario:
consiste nel fare una breve intervista per capire se i migranti hanno bisogno davvero di protezione o meno. La famosa divisione tra migranti economici e rifugiati che personalmente trovo davvero ilare. Il mondo accademico e gli esperti avevano fin da subito sollevato dubbi sulla mancanza di chiarezza nei criteri che portano ad una divisione per nulla semplice considerando che l’intervista viene fatta a persone che hanno appena sùbito un viaggio traumatico e che spesso hanno buchi di memoria e difficoltà di espressione. Queste persone spesso non ricordano nemmeno da dove sono partite quando arrivano. Una donna di 29 anni proveniente dalla Nigeria ha detto ad Amnesty International:

“Non sapevo neanche come ero arrivata qui, piangevo… c’erano tantissimi poliziotti, mi sono spaventata. La mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori”. 

L’intervista viene fatta dagli agenti di polizia che non hanno un addestramento profondo e adatto a prendere una decisione sul futuro di questi individui. Chi secondo gli agenti non ha i presupposti per chiedere asilo riceve subito un ordine di espulsione – inclusa quella basata sul rimpatrio forzato nel paese d’origine con gravi rischi di violazione dei diritti umani.
come avviene questa intervista? “la polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece che semplicemente domandare loro se intendono chiedere asilo. Siccome lo status di rifugiato non è determinato dalle ragioni per cui una persona ha fatto ingresso in un paese, ma dalla situazione che questa persona affronterebbe se dovesse tornare al paese d’origine, questo approccio si dimostra gravemente difettoso.”

 

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