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La coesistenza tra conservatorismo ed innovazione nell’arte

E’ attualmente il principale terreno di scontro tra conservatori e contemporanei del mondo dell’arte: è possibile coniugare le classiche forme d’arte con l’arte contemporanea? una compenetrazione tra spazi storici ed opere d’avanguardia che per molti grida allo scandalo, mentre per altri rappresenta una vera e propria forma artistica nuova, l’evoluzione di un mondo che vuole riscoprire il vecchio con l’accostamento del nuovo.

L’ultimo terreno di scontro passato alla cronaca ha riguardato l’opera “Maestà tradita” di Gaetano Pesce, installata in Piazza Santa Maria Novella a Firenze.

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Una scelta aspramente criticata da molti esperti del settore, primo fra tutti da Tomaso Montanaro che nella sua invettiva ad una sacralità violata sulle pagine di Repubblica ha ricalcato quanto già manifestato dal presidente della  Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana Andrea Pessina, che in una missiva inviata al Comune aveva manifestato “le perplessità di questo ufficio circa le scelte generali di codesta amministrazione relative a proposte di installazioni temporanee di opere di artisti moderni/contemporanei in vicinanza dei monumenti/luoghi di cultura/luoghi di culto”.

Un argomento che, ovviamente, si intreccia con problematiche ben maggiori ed estranee alla dialettica artistica, connesse a scelte politiche e a precari equilibri di potere tra vari organi comunali e statali, ma che appare attuale soprattutto nel capoluogo fiorentino, dove installazioni di tale tenore si sono susseguite e moltiplicate in tempi recenti (si pensi alle sculture di Jan Fabre in Piazza della Signoria e intorno a Palazzo Vecchio, o ai gommini di Ai Weiwei di Palazzo Strozzi di cui abbiamo già parlato nella nostra rubrica).

In realtà, la posizione espressa del critico toscano non si basa su un perentorio rifiuto della compenetrazione tra antico e privato (scrive Montanaro che Non c’è nulla di sbagliato (o di dissacrante, o di irriverente) nel dialogo tra antico e contemporaneo” ma sulla mancanza di dialogo tra l’opera proposta e l’ambiente circostante, tra l’altro differente rispetto a quello inizialmente scelto da Gaetano Pesce per la sua opera contro le violenze sulle donne (“non dialoga con niente, se non con se stessa. Qui non siamo alla sartoria, siamo al grande magazzino”).

E’ un dato di fatto, comunque, che opere “estemporanee” vengano sempre maggiormente installate in contesti a loro estranei, non solo in quanto caratterizzati da criteri e rigori classici ma anche avulsi da alcuna rappresentazione storica, diretti discendenti del Dito Medio di Cattelan davanti Piazza Affari, nel luogo (di culto) bancario milanese.

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Opere d’arte che si (auto)presentano come monumenti celebrativi e narrativi, “commenti della realtà” usando le parole di Pesce; una sorta di evoluzione delle antiche colonne celebrative romane o dei monolitici obelischi che erano appositamente costruiti per stridere con l’ambiente circostante, elevarsene e risaltare in una contrapposizione tra l’ordinario e il magnificente in essi simboleggiato.

In definitiva, il tentativo di far conciliare il nuovo e il vecchio attraverso una loro contrapposizione, compresa in una ben più ampia riflessione sull’evoluzione dell’arte che tormenta gli artisti contemporanei (l’identità collettiva persa e indagata da Cultrise ad esempio) può essere visto come un’usurpazione della storia dell’arte e della sua stessa concezione, un mostro ecologico da rifiutare ed abbattere, oppure è solo un’avversione figlia della nostra difficoltà a superare le consuetudine e le concezioni con cui ci siamo cresciuti  e formati, destinato a scomparire in un mondo come quello attuale, pieno di ossimori e contraddizioni? probabilmente anche i contadini medievali avrebbero considerato gli immensi castelli nobiliari dei veri e propri mostri ecologici rispetto al rurale scenario che li circondava, se solo avessero creato tale concetto come noi…

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