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Urban policy manifesto: qualcuno fermi Schumacher

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È ormai passato un mese da quando, durante il suo discorso in occasione del World Architecture Festival di Berlino, Patrik Schumacher ha presentato il suo Urban Policy Manifesto. Ho a lungo pensato se fosse il caso di analizzare in maniera seria gli otto punti di cui consta il manifesto, e quindi legittimarlo come proposta seria per lo sviluppo urbano, o invece lasciare che, spenta la polemica, rimanesse uno dei tanti proclami del nuovo corso dell’architetto tedesco. Decido oggi, dopo che molti attori ben più prestigiosi di chi scrive hanno analizzato e commentato le proposte di Schumacher, di proporre un’analisi a freddo del manifesto. Dopo che, in una lettera aperta, lo studio Zaha Hadid Associates si era pubblicamente dissociato dal contenuto del testo avevo quasi deciso di desistere, ma temo di non potermi lasciare sfuggire un’occasione di polemica così ghiotta.

Se avessi scritto questo pezzo il mese scorso lo avrei intitolato “Patrik Schumacher dice un mucchio di stronzate”, ma dopo un’attenta riflessione ho invece deciso di apporvi un titolo un poco più elegante: “Urban policy manifesto: qualcuno fermi Schumacher”. Io, a dire il vero, lo avrei fermato dopo che nel 2008 ha scritto Parametricism as style, ma a giudicare dal feed del mio profilo Academia.edu, pare che lui non voglia saperne.

Ma partiamo da un’analisi oggettiva dei dati: il titolo dell’intervento in questione è Housing for all, e il manifesto sin qui citato riporta i seguenti otto punti:

  1. 1. Regulate the Planners: Development rights must be the starting point, then tightly define and circumscribe the planners’ scope and legitimate reasons for constraining development rights: access/traffic constraints, infringements of neighbours’ property utilisation (rights of light), historic heritage preservation, pollution limits. Nothing else can be brought to bear – no social engineering agendas!
  2. Abolish all land use prescriptions: The market should perhaps also allocate land uses, so that more residences can come in until the right balance with work and entertainment spaces is discovered. Only the market has a chance to calibrate this intricate balance.
  3. Stop all vain and unproductive attempts at “milieu protection”
  4. 4. Abolish all prescriptive housing standards: Planners and politicians should also stay away from housing standards in terms of unit sizes, unit mixes, etc. Here too the market has the best chance to discover the most useful, productive and life/prosperity-enhancing mix. The imposition of housing standards protect nobody, they only eliminate choices and thus make all of us poorer.Stop all interventions and distortions of the (residential) real state market. (All subsidised goods are oversupplied and thus partially wasted.)
  5. Abolish all forms of social and affordable housing: No more imposition of quota of various types of affordable housing, phase out and privatise all council housing, phase out the housing benefit system (and substitute with monetary support without specific purpose allocation).
  6. Abolish all government subsidies for home ownership like Help to Buy: This distorts real housing preferences and biases against mobility.
  7. Abolish all forms of rent control and one-fits-all regulation of tenancies: Instead allow for free contracting on tenancy terms and let a thousand flowers bloom. Here is a recipe for the creation of the dense, urban fabric that delivers the stimulating urbanity many of us desire and know to be a key condition of further productivity gains within our post-fordist network society.
  8. 8. Privatise all streets, squares, public spaces and parks, possibly whole urban districts.

Ora, io non sono un commentatore politico, né questo mio piccolo spazio si occupa attivamente del tema, ma credo di poter affermare senza paura di smentita che non possa esistere un manifesto sulla pianificazione urbana che non abbia un’idea politica alla base. L’analisi degli otto punti di Schumacher non può perciò, nemmeno in questa sede, essere slegata da un giudizio della connotazione politica che sottendono. È certamente da considerare che l’intervento riguardasse nello specifico la situazione di Londra, ma nel manifesto non si fa accenno al contesto, proponendosi invece come un’impalcatura trasversale, adattabile a qualunque metropoli contemporanea. Ma procediamo all’analisi dei punti che compongono lo scritto, per i quali proverò a porre degli interrogativi. Il primo punto è sintetizzabile con le stesse parole dell’autore: “no social engineering agenda”. Ovvero: chi pianifica non si occupi di pensare alle conseguenze sociali dello sviluppo che propone, ma solo delle questioni tecniche e legali legate all’accessibilità, al traffico, al diritto di proprietà, il mercato farà il resto. Concetto ribadito con forza anche nel secondo punto del manifesto: non si programmi in maniera prescrittiva l’uso del suolo, è il mercato a decidere cosa troverà spazio dove, sino a raggiungere un suo equilibrio interno. Già da questi due primi punti emerge, chiara, un’idea: è il mercato a decidere del futuro della città. Anche se Schumacher non è pubblicamente associato ad una precisa ideologia politica, questo genere di pensiero è tipico di quello che viene definito neoliberismo, che Schumacher ha approfondito dagli scritti di Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, o dell’anarco-capitalismo teorizzato da Murray Rothbard. E se è il mercato che decide, un mercato che è nelle mani di pochi attori con molto potere, deciderà per il bene di questi pochi attori o per quello dei molti che giocano un ruolo più modesto? Ancora: se è il mercato che decide come si sviluppano le nostre città, chi e come le occupa, qual è il nostro ruolo come architetti nella creazione dello spazio urbano? Non è forse ingenuo pensare che il mercato tenda ad un equilibrio che rappresenti il benessere collettivo, piuttosto che al benessere di chi il mercato lo dirige? Sinteticamente i punti quattro, cinque, sei e sette affermano un unico concetto: lo stato non intervenga nel mercato immobiliare. Non stabilisca dei limiti alla tipologia edilizia, al prezzo delle case, non aiuti chi non può permetterselo ad avere una casa, non sostenga chi non è in grado di provvedere interamente all’acquisto di una casa, non affitti appartamenti a prezzi agevolati. Ora, porre un interrogativo su affermazioni del genere per me è particolarmente difficile. Mi viene da chiedermi se io abbia capito male, o se forse sia il povero Patrik a non sentirsi molto bene. Per fortuna nel corso della conferenza Schumacher chiarisce meglio questi punti: alloggi sociali in posizioni centrali del tessuto urbano sono un’assurdità, dice, quegli stessi alloggi dovrebbero essere dati a operatori economici più potenti che – ovviamente – fanno del bene per la società, aiutando il suo sviluppo. Per esempio (e no, non è un mio commento sarcastico, lo ha detto veramente) dovrebbero essere date ai suoi dipendenti. Non voglio addentrarmi in una discussione politica sul perché secondo me sia giusto, doveroso, supportare quelle parti della società che non hanno la possibilità, garantirgli quello che nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è definito un diritto, ovvero il diritto alla casa. Voglio piuttosto interrogarmi sullo statuto della nostra disciplina. Non ha forse l’architettura delle responsabilità sociali? Se nel realizzare un edificio opero un danno alla comunità che ne usufruirà, non sarò forse punito, o quantomeno screditato? Se la risposta a una di queste due domande è si, allora è certo che Schumacher si muove in un territorio diverso. Forse le sue sono provocazioni, forse come lui stesso afferma, si tratta di teorizzazioni in fieri, di cristallizzazioni di un processo di apprendimento di cui non è ancora sicuro. Ma se così fosse è un bene per gli architetti che a questo genere di esperimenti mentali si dia tanto peso? La risposta, almeno nel leggere l’ultimo punto del manifesto, per me è chiara: no, chiudete tutto, Schumacher ha perso la testa. Privatizzate tutto, dice. Le strade. Le piazze. I parchi. Interi quartieri. La mia tentazione, in questi casi, è di non confrontarmi con una posizione simile, tanto ottusa ed irragionevole mi appare. Credo invece che sia giusto combattere le posizioni che non condividiamo. E quale modo migliore di combatterle con le stesse parole di chi le sostiene? Con orgoglio Schumacher, durante la conferenza, afferma che Mc Donald’s ha rappresentato e rappresenta, per una certa generazione il prototipo dello spazio della socialità. Mi perdonerà Ray Kroc, ma credo che possiamo fare di meglio. Credo che possiamo pensare a degli spazi pubblici in cui il consumo non sia il solo scopo ma una componente, in cui la socialità beneficia della bellezza, della casualità, della variazione dell’indefinito. Credo che possiamo immaginare spazi sociali in cui le differenze di estrazione sono un motore di accelerazione, in cui l’intelligenza collettiva si sviluppa e non si segrega, in cui noi, e non il mercato, disponiamo delle nostre città. Spazi in cui la contrattazione pubblico-privata apporta un beneficio per chi investe e per il bene pubblico, non solo per chi detiene il potere economico. Ma soprattutto uno spazio in cui non c’è bisogno di dichiarazioni sensazionaliste per affermarsi, in cui il progetto della città è una sfida per chi vuole seriamente operare per il bene della collettività.

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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