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Crisi MPS, cosa è successo e cosa succederà

Non è andata a buon fine la soluzione di mercato che doveva risollevare le sorti del Monte dei Paschi di Siena. L’esercito dei 40.000 investitori che hanno comprato obbligazioni relative al Bond del 2008 hanno tempo fino alle 14 di giovedi 22 dicembre per trasformarle in azioni. Ma dei 5 miliardi di Euro attesi dalla conversione più o meno volontaria delle obbligazioni in azioni sono stati racimolati poco più di 2 Miliardi, con un’adesione circa del 40%. A saldare il conto ci avrebbero dovuto pensare anchor investors come le fondazioni Soros & friends e un fondo d’investimento del Qatar, convinti dalla pattuglia di advisor capitanata da Jp Morgan e Mediobanca, ma la vittoria del No al referendum e l’instabilità politica italiana devono avergli fatto cambiare idea. Il tempo è denaro, si dice, e infatti mancano entrambi! Il 9 dicembre fonti finanziarie hanno diffuso la notizia della mancata proroga da parte della Bce all’aumento di capitale della banca senese, entro il 31 dicembre e non oltre. Intanto il titolo a Piazza Affari è in caduta libera, arrivando a perdere la doppia cifra percentuale al giorno e le azioni vengono svendute al prezzo minimo storico di 15€.

La soluzione del salvataggio statale sembrerebbe quindi l’unica percorribile, il governo ha fatto approvare in tempi record uno scudo salva banche pari a qualcosa come 20 Miliardi di Euro (per darvi un’idea parliamo di un punto e mezzo del PIL Italiano, circa 327€ per cittadino compresi anziani e bambini; ne basterebbero 5 per garantire il reddito minimo ai disoccupati…). Questi soldi non serviranno solo a sanare i conti in rosso del Mps (-5Mld), anche la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige hanno superato da tempo il livello di guardia indicato da Francoforte e arriverebbero ad assorbire circa 3,8 miliardi. Seguono in coda la Cassa di Rimini, di Cesena, Carichieti, Popolare Etruria e molte altre; il sistema bancario italiano è ormai contagiato da crediti deteriorati e l’effetto domino ora fa paura.

In un’ ottica di un aiuto limitato al minimo necessario, sotto l’attenta supervisione della Bce, il salvataggio della banca avverrà attraverso due strade: il Burden sharing (ricapitalizzazione precauzionale) o il Bail-in (la risoluzione più traumatica).

Il Burden Sharing, che letteralmente significa “condivisione degli oneri” consiste nel ridurre al valore nominale le azioni e le obbligazioni subordinate. Prevede quindi che prima del coinvolgimento dello stato nel piano di salvataggio bancario, a risponderne siano gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati (diciamo quella parte di investitori più o meno consapevole di essere più esposta ai rischi). In questo caso il valore delle obbligazioni è destinato ad azzerarsi, come è successo per il salvataggio delle 4 banche lo scorso novembre 2015, ma ci potrebbe essere la remota possibilità di un indennizzo da parte dello Stato.

Il Bail-in invece è la tragedia che tutti scongiurano dal momento che il dissesto si estenderebbe a macchia d’olio anche a categorie considerate più protette. Entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno prevede la riduzione del valore nominale non solo delle azioni (che nel caso di Mps hanno perso già il 90% del loro valore da inizio anno) e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito conosciuti come “senior” quali obbligazioni ordinarie e i depositi di importo superiore ai 100.000€.

Come già più volte annunciato, le normative comunitarie europee vietano aiuti di stato in caso di fallimento, ma viste le circostanze eccezionali l’Europa potrebbe consentire l’intervento di fondi pubblici. Questo scenario non sarebbe senza conseguenze per gli azionisti di Mps e una buona fetta di obbligazionisti che alla fine si troveranno a pagare il conto più salato.

 

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