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TUTTI GLI ODI VENGONO AL PETTINE

TERRORISMO, FENOMENO MIGRATORIO E LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Il 19 dicembre alle ore 20:02 il clima di Natale di Berlino viene sconvolto da un camion he irrompe nella calma natalizia provocando 12 morti e 56 feriti.

L’attentato di Berlino è un’altra tappa, ahimè l’ennesima, del percorso di paura e terrorismo che batte la nostra epoca, la nuova frontiera della guerra ineguale che sconvolge ancora tutte le regole del combattimento, le linee, il tempo e la divisione degli attori della guerra che ci sono state insegnate dalle sudate carte. L’attentato di Berlino è stata l’ennesima presa di coscienza che ci stiamo tutti dentro e che in fondo non possiamo farci nulla, siamo pedine in mano al caos e al caso di questa guerra che immola un po’ tutti, chi ci crede e chi no, chi la vuole e anche chi come Pino al bar di Piazza Fiume non ne conosce nemmeno l’esistenza. Di fronte a tutto questo il pericolo più grande è quello di non comprendere più chi è il nemico e ricadere nell’atavico tutti contro tutti per la sopravvivenza di ciascuno, il vecchio e caro dogma dell’homo homini lupus che non può che finire con l’implosione del castello di sabbia nel quale stiamo tentando a fatica di rinchiuderci.

L’ATTENTATO DI BERLINO

Si chiama Anis Amri, ha 24 anni, è nato in Tunisia, la sua carta d’identità e le sue impronte digitali sono state trovate dentro il camion. Anis Amri era un migrante che dopo essere stato incarcerato in Italia per atti vandalici si è trasferito in Germania invece di essere rimpatriato nel suo paese d’origine: la Tunisia che non ha collaborato nell’iter procedurale del rimpatrio. Grazie a questo vuoto normativo Amri ha avuto la possibilità di andare in Germania, fare domanda di asilo aspettare una risposta negativa a causa di insufficienza di documenti, radicalizzarsi e procedere. Il ragazzo era già sotto controllo delle autorità tedesche in quanto altamente sospettato di poter attentare la sicurezza pubblica.

Potremo dare la colpa alla scarsa efficienza delle forze dell’ordine tedesche, alla scarsità del garantismo procedurale in ambito di rimpatri che ha fatto sì che un soggetto pericoloso viaggiasse liberamente sul suolo europeo o semplicemente alle cellule radicali che serpeggiano e arruolano soggetti vulnerabili nei paesi europei o forse potremmo dare la colpa a tutto questo insieme di fattori e anche questo non sarebbe sbagliato. All’indomani e a solo poche ore dall’attentato sono state numerose le reazioni e i dibattiti circa il tema dell’immigrazione e il terrorismo. Largo a chi da quando ha avuto inizi la crisi migratoria ha sempre legato immigrazione terrorismo, “profughi” (che per la cronaca è un termine giuridico che è privo di significato) e insomma a tutta quella schiera politica che ha costruito la sua bandiera sulla paura di chi non siamo noi. Che poi se qualcuno mi spiegasse chi siamo questi Noi sarebbe fantastico.

Fermo restando la condanna perentoria a qualsiasi atto violento e terroristico fatto in nome di qualsiasi dio e/o idea e compiuto da qualsiasi persona il quesito che dobbiamo porci è quali sono le conseguenze a lungo termine per la convivenza multiculturale che piaccia o no ci sarà.

L’EDITORIALE VITTORIO FELTRI: “ANDATE TUTTI FUORI DAI COGLIONI”. IL TRIPUDIO DELLA BANALIZZAZIONE

All’indomani dell’attentato Vittorio Feltri non di certo famoso per i suoi toni pacati e democratici sazia pance affamate di frasi xenofobe, analisi dozzinali sulla cultura islamica e il classico e banalissimo manicheismo Oriente e Occidente, Islam e fede cattolica il tutto condito da una volgarità linguistica spicciola e demagogica. Buon appetito!

Tra le sue parole: “ Facciamo di tutto, noi cristiani, per renderci simpatici agli islamici sfegatati e loro ci ripagano sgozzandoci. A Berlino ieri sera ne hanno stecchiti nove (tedeschi) travolgendoli con un camion lanciato all’impazzata sulla folla. I feriti non si contano. La contabilità precisa l’avremo oggi. Cosa dobbiamo fare se non odiare chi ci odia? Siamo esausti. Vogliamo liberarci da chi ci minaccia e stermina. Coraggio, mandiamo questa gente fuori dai coglioni.”

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Capisco la difficoltà d’interpretazione, perché è un tema complesso. Con 360 mila arrivi via mare in Europa nel 2016, più di un milione di arrivi nel 2015 e una prospettiva di strutturalizzazione del fenomeno migratorio considerata la situazione nel medio oriente e in alcune regione dell’Africa come l’Eritrea, l’Etiopia, il Sud Sudan, il Niger, la Libia – tanto per nominarne alcuni- suggerisco la difficoltà di levarsi dai coglioni chi scappa da violenze e conflitti perché levarseli dai coglioni significherebbe abbandonarli alla tortura, alla persecuzione e spesso “regalargli” la morte. A quel punto gli sfegatati che sterminano chi sarebbero? Poi non consideriamo quegli strumentini lì del diritto internazionale tipo la Carta dei diritti dell’uomo o la Convenzione di Ginevra o per carità la stessa Costituzione sulla quale si fonda la nostra cultura democratica che ci indicano l’accoglienza e dunque l’integrazione che fa parte di questo processo non come una scelta ma come un dovere.

Insomma polemiche a parte diciamo che la risposta di Feltri a lungo termine non sembra avere uno scenario propriamente roseo semplicemente perché banalizza la questione. Risulta difficile anche fare una critica più dettagliata considerando la sua vaghezza cosmica non si capisce bene nemmeno a chi si riferisca, se ai terroristi, se alle persone di fede islamica oppure a tutti i migranti.

Ad ogni modo le considerazioni che andrebbero fatte sono ben più profonde e riguardano il nostro sistema di integrazione, il modello al quale ci ispiriamo in quanto i numeri di arrivi che oggi sentiamo in modo così astratto saranno tutte le persone che decideranno di vivere nel nostro suolo e che lavoreranno, andranno a scuola, faranno i corsi di inglese e vivranno nel nostro vicinato. Le risposte che diamo oggi, l’approccio che plasmiamo è la chiave del futuro.

 

I RISCHI DI UN APPROCCIO DI PAURA –  La profezia che si auto-avvera ?

Legare il terrorismo al fenomeno migratorio aumentando la paura come nel caso di Vittorio Feltri è un rapporto lose-lose per tutti. Impoveriscono l’accesso ai diritti fondamentali dell’uomo sfatando l’universalismo, creano confini netti tra culture e identità in un mondo fatto di identità arlecchine. Insomma creano disagio, un disagio che si tramanda di generazione in generazione e che crea rabbia perché tutti i disagiati sono arrabbiati e rabbia e disagio sono il terreno fertile per la radicalizzazione.

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Secondo il filosofo canadese Kymlichka celebre per le sue analisi del successo e del fallimento del modello multiculturale esistono dei fattori che possono inceppare e far fallire un’integrazione basata sui principi democratici degli immigrati nel tessuto sociale e un’integrazione della società nei confronti dei nuovi arrivati.

Tra questi vi è la SICURIZZAZIONE: tanto più uno Stato e l’opinione pubblica percepisce gli immigrati nel loro complesso come problema di sicurezza pubblica e non di policy sociale tanto più gli immigrati verranno percepiti come una minaccia facendo diminuire il godimento dei diritti fondamentali dell’uomo.

  • Si veda modello approccio Feltri.

La probabilità di integrazione nel rispetto reciproco diminuisce tendenzialmente tutte quelle volte che si ha la percezione di una carenza di controlli di frontiera. Fenomeni come inaspettate onde di immigrati producono panico sociale e aumentano la possibilità di radicalizzazione.

  • Si veda la retorica dell’invasione

CONTRIBUTI ECONOMICI: un paese è più predisposto a investire sull’integrazione se ha la percezione che gli immigrati siano motivo di sviluppo economico del paese.

  • Si stima che nell’opinione pubblica la maggioranza abbia la percezione che l’immigrazione sia solo un costo. Elevatissimo tra l’altro.

Quanti di voi sanno che 2,3 milioni di stranieri che lavorano in Italia hanno prodotto, solo nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). E che i contributi pensionistici versati dagli stranieri occupati nel 2014 hanno raggiunto quota 10,9 miliardi (Rapporto Fondazione Leone Moressa)?

Quello su cui dovremo riflettere di più è che le risposte che diamo oggi sono il nostro futuro e che sia per Noi che per Loro in fondo tutti gli odi vengono al pettine persino quelli lontani nel tempo e nello spazio; meglio scioglierli ora piuttosto che crearli.

LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Lungi da cadere nel buonismo cosmico che detesto resta ovvio che per tutti coloro che vengono considerati come già radicali e con chiare intenzioni di attentare la sicurezza pubblica devono essere allontanati, come definito dalla normativa nazionale ed internazionale. Ma non per colpa loro attenteremo noi stessi i principi democratici alzando voci islamofobe, razziste e anti-democratiche, bensì è grazie a questa consapevolezza che dovremmo rafforzarle.

La Costituzione, il calderone incommensurabile di principi democratici, deve essere il porto sicuro, la misura di tutte le relazioni, norme e azioni politiche in ambito migratorio in quanto ha gli strumenti per plasmare le regole della trasformazione che l’immigrazione porta con sé. Una trasformazione che deve essere concepita come multipla, sia della maggioranza, il paese ospitante, che della minoranza per scongiurare l’implosione sociale.

La Costituzione inoltre non è solo misura ma il linguaggio che questa rivoluzione deve assumere da parte di entrambi gli interlocutori: gli stranieri e le istituzioni. In tal modo viene assicurato il limite dentro il quale questa trasformazione avviene per entrambi definendosi così dentro il linguaggio liberaldemocratico. Solo in tal modo è possibile alleviare i timori e le paure che sono alla base della gestione securitaria. Ed è proprio grazie all’utilizzo pedante di questa fonte primaria che dovremmo avere tutti meno paura che qualcuno possa “attentare” la nostra democrazia, in quanto è dal rispetto di questa che nasce il principio d’integrazione.

Amen.

 

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