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Fuga d’Arte a Milano

Immagine copertina

Ancora per una settimana si può, andando a Milano, vivere una combinazione di esperienze artistiche molto lontane tra loro, originali e in qualche modo complementari.

Dedicare una giornata a due mostre che non hanno nessun legame, nessun punto di contatto ma che possono arricchire e soddisfare due aspetti opposti del proprio appetito artistico.

Fino al 29 gennaio il Palazzo Reale di Milano ospita una vastissima esposizione delle silografie di Hokusai, Hiroshige e Utamaro, mentre il MUDEC dedica un allestimento al genio di Jean-Michael Basquiat ancora per un mese, fino al 26 febbraio.

Da una parte, la società giapponese del diciannovesimo secolo rappresentata grazie all’eccellenza della tecnica di stampa, nel rispetto dei più tradizionali canoni estetici e culturali, con l’utilizzo di colori eccezionali e commoventi per la loro delicatezza e, al contempo, impareggiabile espressività. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di bellezza paesaggistica, armonia della natura, società antica e donne affascinanti avvolte in preziosi tessuti orientali.
Impossibile non sognare l’Oriente alla vista di opere iconiche come la Grande Onda di Hokusai o come la serie di vedute del Monte Fuji realizzate in anni diversi sia da Hokusai sia da Hiroshige. Si tratta di mondi e paesaggi che in qualche modo sono arrivati nel nostro immaginario collettivo anche grazie alla produzione fumettistica giapponese, quei famosi manga che proprio da questi grandi maestri della pittura traggono origine.

fuji

Dall’altra parte, l’esplosione violenta di una delle più grandi e originali genialità dei tempi moderni, quella del giovane Jean Michael Basquiat che in soli sette anni, dal 1980 al 1987, è riuscito a lasciare una traccia indelebile del suo talento e della sua espressione artistica, prima di morire a soli 27 anni. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di malessere interiore, di dolore, di emarginazione sociale e razziale, di abuso di sostanze ma più di tutto, di creatività di genio di originalità e di ribellione.
La parabola dell’artista maledetto che inizia la sua carriera artistica realizzando graffiti in giro per Manhattan con firma SAMO (same old shit) insieme all’amico Al Diaz e che in pochi anni viene scoperto dai più grandi galleristi internazionali dell’epoca non può non affascinare e allo stesso tempo atterrire; intuire, grazie all’intensità comunicativa delle sue opere, come aver conquistato un altro genio del calibro di Andy Warhol e aver lavorato con lui non basti a sanare quei malesseri tutti interiori che lo accompagnavano dall’infanzia, quei fantasmi radicati nei conflitti familiari e sociali, quei mostri ingigantiti dall’abuso di eroina.

1986, New York, New York, USA --- Jean-Michel Basquiat --- Image by © William Coupon/CORBIS
1986, New York, New York, USA — Jean-Michel Basquiat — Image by © William Coupon/CORBIS

Indubbiamente è un accostamento di artisti alquanto insolito e azzardato, eppure una visione di entrambe queste mostre può andare a toccare corde diverse della propria sensibilità e soddisfare contemporaneamente il proprio senso del bello e del piacere estetico e il proprio lato più oscuro ed emotivo, la compartecipazione spirituale alle vicende e all’espressione dell’interiorità di un artista.

Due mostre che insieme possono dare un’idea completa di cosa sia l’Arte, bellezza estetica e affermazione della creatività. Esteriorità e interiorità. Oriente e occidente. Vari aspetti di noi stessi, eclettismi che possono e anzi devono convivere ed essere alimentati insieme.

About martina coppola

martina coppola
Nella vita mi occupo di altro, perciò guardo all'Arte con la fiducia di chi spera che il mondo sarà salvato dalla Bellezza.

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