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La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

About Riccardo Di Marco

Riccardo Di Marco
Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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