Home / Architettura / Il ‘rocamboleggiante’ rococò

Il ‘rocamboleggiante’ rococò

Nell’esame dell’architettura del XVIII secolo ci si deve anzitutto confrontare con la necessità di riconoscere le diverse tendenze che si alternarono e contemporaneamente convissero intrecciandosi nella ricerca di un continuo compromesso fra il recente passato, la tradizione e le aspirazioni di modernità a cui tendeva una società che ora ambiva fondarsi sulla razionalità.

Il Barocco, con i suoi stravolgimenti inaspettati e le sue coerenti estremizzazioni, aveva dato luogo ad opere d’arte uniche ed irripetibili, figlie del genio di chi le aveva sapute lasciar emergere dalla mente e prendere forma reale. Ma ciò le rendeva impossibili da copiare. Del resto, come si poteva pensare di replicare un edificio come il San Carlino alle Quattro Fontane in un contesto differente dal proprio, o una piazza come quella di San Pietro in luogo diverso dallo spiazzo in fronte la principale delle chiese del mondo cattolico?

Le alternative era poche e sostanzialmente si fondavano tutte sulla medesima intuizione: razionalizzare il lascito dei Maestri, depotenziarlo ed assumerlo per quelle caratteristiche sempre riproponibili, e dunque disponibili alla replica in contesti differenti da quelli di partenza.

Carlo Fontana (1638-1714) – allievo di Bernini – fu esemplare professionista in questo compito ma il suo operato – come quello di altri artisti dell’epoca – non costituì l’unico tentativo di trovare una strada diversa per continuare a far vivere il linguaggio del Barocco. In alternativa, alcuni altri specialisti non comprendendo la portata spaziale delle innovative opzioni poste in essere o, più semplicemente, non volendosi cimentare nella complessa riflessione che queste imponevano, preferirono cogliere solo il lato giocoso di queste eccezionalità, ricercando una sintassi capace di offrire attraverso la rielaborazione delle forme un immediato strumento di evasione visiva dalla tradizione in un mondo di fantasie lineari dalla libera espressione.

Romagna_21 002
Faenza, Anonimo, chiesa di S. Umiltà (da 1742), foto dell’autore

Questo fu l’asse portante del rococò. Nacquero così nuovi manufatti in cui lo spazio fruiva indipendente, vivo e fluido, accogliendo culmini alle volte drammatici, alle volte spettacolari. Le pareti e le coperture si liberavano dalle superfici piane e interagendo vigorosamente con l’ambiente interno ed esterno davano forma ad un continuo movimento che mai si arrestava: una naturalezza intesa non come razionalità di funzione e chiarezza di distribuzione ma, altresì, come organicità, unità d’insieme. In sostanza, si trattava di un’esperienza quasi mistica in cui, unificando le sequenze spaziali in pianta come in alzato, si generava un incalzante effetto illusionistico desideroso di moltiplicare lo spazio ed esaltarlo nella sua interezza.

E ciò giustifica il suo successo oltralpe. Infatti, in regioni e territori lontani dalla pressante eredità del mondo antico, cristallizzato in proporzioni e abbinamenti che nella loro varietà delineavano comunque dei margini bene precisi entro cui attenersi, questa atettonicità di motivi ornamentali trovò occasione di dare sfogo alla propria inventiva, districandosi in una moltitudine di varianti, tutte simili fra loro, tutte divergenti in più di un dettaglio. Ma non solo. Il rorocò, proprio in virtù di questa leggerezza che – tutto sommato – nascondeva una debolezza sintattica di fondo, si poté facilmente conciliare con le istanze particolari degli operatori che se ne appropriarono e dei mecenati che se ne vollero beare: un pragmatismo che – peraltro – consentì a questa tendenza artistica di dialogare con lo stesso passato assumendo anche nella penisola italiana e a Roma connotazioni specifiche e ugualmente ‘rocamboleggianti’ nei suoi esiti.

Artisti come Filippo Raguzzini (1690-1771) nella piazza in fronte la chiesa di Sant’Ignazio da Loyola, Giuseppe Sardi (1680-1753) nella Chiesa di Santa Maria Maddalena per non parlare della facciata del Palazzo Doria-Pamphilij in via del Corso, opera di Gabriele Valvassori (1683-1761), diedero con la loro attività saggio delle possibilità espressive di vocazione, pervenendo ad elaborazioni equilibrate nel loro complesso ma dal carattere estroverso, intimo, lontano dalla severa monumentalità delle grandi realizzazioni loro vicine, per adottare invece un vocabolario più virtuosisticamente intimo e popolare: una magnificenza democraticamente classista.

Accusato di ‘degenerare’ e non rispecchiare la società dell’epoca, il rococò non incontrò mai vita facile e se all’estero ebbe più possibilità di maturare, a Roma incontrò continui ostacoli alla sua esibizione. Famosa è l’accusa di comportarsi da ‘borrominiello’ che rivolse Giovan Battista Contini (1642-1723) ad un suo allievo;[1] celebre è l’invettiva di Giovanni Gaetano Bottari (1689-1775) contro alcuni operatori a lui contemporanei che non tardò a definire ‘ebanisti’ contestando loco di non pensare «ad altro che o a copiare da qualche architettura buona, o che sembri buona, qualche ornamento, e trasportarvelo con un poco di mutazione, ovvero ghiribizzando a rinvenire qualche cosa nuova e capricciosa, e applicarvela, quando paja a loro che quella possa servire d’abbellimento».[2] Ma, seppure le critiche piovessero a dirotto, di risultati di qualità ve continuarono ad essere: uno fra tutti e il più celebre fu certamente il riammodernamento della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, ad opera di Pietro Passalacqua (1690-1748) e Domenico Gregorini (1692-1777), sotto le migliori benedizioni della politica distensiva e del «miglior decoro» di Papa Benedetto XIV Lambertini (1740-58).

f_519df0b6955ab - Copia copia
Roma, P. Passalacqua, D. Gregorini, Santa Croce in Gerusalemme (dal 1743)

 

Bibliografia essenziale

  • Ayala, Roman Rococo architecture from Clement XI to Benedict XIV (1700-1758), Columbia University, 1971
  • Blunt, Baroque & Rococo, Paul Elek, Londra 1978
  • Blunt, Some Uses and Misuses of the Terms Baroque and Rococo as applied to Architecture, Oxford University Press, London 1972
  • A. Millon, L’architettura barocca e rococò, Rizzoli, Milano 1963
  • Norberg-Schulz, Architettura tardobarocca, Electa Editrice, Milano 1972
  • Summerson, Architettura del Settecento, Rusconi, Milano 1990
  • Taggell, Trasformations, Baroque and Rococo in the age of absolutism and the Church Triumphant, Routledge, London 2013
  • Varrano, Italian Baroque and Rococo architecture, Oxford University Press, New York 1986

 

 

[1] L. PASCOLI, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti moderni.., Roma 1730, pp. 557-558

[2] G. G. BOTTARI, Dialoghi sopra le tre arti del disegno di mons. Giov. Bottari, edizione seconda accresciuta di quattro dialoghi, a difesa di Felsina pittrice e di un discorso sulla nobiltà della pittura, Pietro Fiaccadori, Parma 1845, pp. 107-108.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

Check Also

L’ingannevole Barocco

Spesso accusato di fare le veci di un’arte «degenere», il Barocco fu invece un momento ...