Home / Architettura / Occhi che non vedono. Le tribune di Tor di Valle

Occhi che non vedono. Le tribune di Tor di Valle

Non è facile scrivere del nuovo stadio della AS Roma e dell’ippodromo di Tor di Valle in giorni in cui su qualsiasi giornale abbondano le foto e le opinioni sul progetto e sull’area destinata (forse) ad accogliere il nuovo complesso sportivo.

E infatti non è di questo che parleremo. Gli interventi polemici, le dichiarazioni politiche, le prese di posizione di detrattori e difensori del progetto sono cronaca di questi giorni, ed è giusto che siano altri ad occuparsi delle evoluzioni di questa storia.

Non volendo dunque parlare di tutto questo ed evitare di aggiungere altre voci al caos che ci soffoca, sembra importante soffermarci su una questione che sta alla base del modo di intendere la forma e l’architettura della città, ovvero i modi delle sue evoluzioni e le intenzioni che le generano.

Partendo dalla cronaca di questi giorni è possibile formulare alcune considerazioni, e nel farlo, le tribune del vecchio ippodromo di Tor di Valle, ci danno un importante momento di riflessione. Infatti è
di pochi giorni fa la comunicazione, da parte della Soprintendenza all’archeologia, belle arti e paesaggio di Roma, di essere intenzionata ad avviare un procedimento di vincolo sulle (malandate) opere dell’architetto Julio Lafuente, realizzate tra il 1958 e il 1959 con l’utilizzo di strutture resistenti per forma, ovvero manufatti in cemento armato capaci di coprire luci notevoli poggiando solo su un grande pilastro centrale. Quest’opera fu subito considerata un eccellente esempio di architettura ed ingegneria  e ancora oggi, se si sa guardare dietro i calcinacci e le superfetazioni che ne hanno profondamente cambiato l’aspetto, si riconosce l’immagine di un momento della nostra storia durante il quale i grandi progettisti sembravano impegnati in una gara per riuscire ad utilizzare il cemento armato e le sue forme nel modo più ardito ed efficiente. Gli esempi contemporanei abbondano e le realizzazioni di Pier Luigi Nervi, Silvano Zorzi e Riccardo Morandi (il cui viadotto sulla Magliana si vede dalla pista dell’ippodromo e che abbiamo già incontrato parlando del suo ponte a Catanzaro), costituiscono solo alcuni tra i nomi impegnati in quegli anni nell’esplorazione di una “nuova” tecnologia costruttiva.

Le tribune di Tor di Valle continuarono il loro lavoro per oltre mezzo secolo, seppure con difficoltà e rimaneggiamenti: si sostituirono le vetrate basculanti, si chiusero gli spalti con delle grandi e sgrammaticate superfici in vetro e alluminio e si giunse, infine, all’abbandono nel 2013 con la chiusura dell’impianto e l’oblio nei confronti di quella pagina di storia dell’architettura. Da allora, in quella parte di città, abbracciata da un’ansa del Tevere e grande 120 ettari (una volta e mezza Villa Borghese), si è atteso che qualcuno ne decidesse il destino, fino a quando non si pensò di realizzarvi il nuovo stadio di cui le cronache danno ampia argomentazione. E a (quasi) nessuno sembrò strano che delle tribune così malandate e abusate potessero essere demolite per lasciar spazio alla nuova forma della città.

Fino a quando non ci si è accorti (di nuovo) della loro presenza e si è deciso di avviare la ben nota procedura di vincolo. Il tutto tra le inevitabili polemiche aperte ad ogni livello, con chi sostiene che la qualità degli edifici sia modesta e loro inadeguatezza sismica (del resto ovvia, essendo state costruite cinquant’anni prima delle norme attualmente vigenti in tale tema) ne possano ampiamente giustificare la demolizione.

le tribune dell’ippodromo di Tor Di Valle, 21 febbraio 2017

In tutto questo rincorrersi di opinioni, non sembra ci si sia occupati veramente della questione di fondo, ovvero alla necessità da parte di architetti, storici e amministratori, di farsi carico tanto della tutela delle opere significative della nostra storia (anche recente), quanto della divulgazione di quelle qualità che non possono essere capite dalla collettività se prima non si è abituati a riconoscerle.

Ed è proprio la questione del riconoscimento e della tutela delle opere di architettura ad essere attuale, e mai come in questi giorni, chiaramente irrisolta. L’ippodromo di Tor di Valle è l’ultimo caso di una lista sempre più lunga nella quale lo stadio Flaminio di Nervi, il velodromo di Ligini all’EUR (demolito nel 2008), la casa della scherma di Luigi Moretti e il Foro Italico sono solo alcuni precedenti illustri e drammatici. I vincoli si sono spesso tradotti in abbandono, senza finanziatori privati che vogliano investire sulla riqualificazione di queste opere e senza che le amministrazioni pubbliche abbiano il coraggio di farsi carico di restauri e ripristini costosi e problematici (non meno di un qualsiasi altro edificio di cui però sia riconosciuto il valore storico).

Tale indifferenza nei confronti dell’architettura degli anni recenti comporta essenzialmente due gravi problemi: l’incuria degli edifici e la conseguente incapacità di lettura e di riconoscimento delle  loro qualità. Causa ed effetto sono in questo caso ruoli interscambiabili.

Per riuscire a superare questa grave condizione bisogna tornare a riconoscere le qualità di queste opere e contemporaneamente  difenderle considerandole non simulacri di un passato, ma oggetti vivi e significanti del nostro divenire. Il modo migliore per far vivere e “invecchiare bene” questi edifici è continuare ad utilizzarli, evitando di rinunciare a quell’utilitas che è una delle condizioni necessarie e imprenscindibili per la qualità dell’architettura e per il suo mantenimento.

 

 

Altre immagini sul progetto di Julio Lafuente sul sito http://www.studiolafuente.it/ippodromo_tor_di_valle.html

 

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

Check Also

Evoluzione, prossimità e sovrapposizioni dell’architettura

L’architettura è una delle più efficaci espressioni dei tempi che la producono, e porta con sé una intrinseca volontà di stratificazione della storia. Evoluzione dell'architettura