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LE CONTAMINAZIONI DI KEITH

Le opere di Haring in mostra a Milano

Per gli sfortunati che nel 1981 non si trovarono a passare nella metro di New York mentre un ragazzetto con gli occhiali tondi, disegnava su dei pannelli neri che coprivano vecchi manifesti pubblicitari, no panic! A Milano, il Palazzo Reale ospiterà fino al 18 giugno 2017 la mostra Keith Haring. About art. Un filo rosso, anzi, un gessetto bianco, quello con cui Haring disegnava nella metro della Grande Mela, unisce Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e indietro fino alla Colonna Traiana, poi le maschere del Pacifico  e i dipinti del Rinascimento italiano. L’obiettivo della mostra che presenta più di cento opere, alcune inedite o mai arrivate in Italia è quello di rileggere il lavoro di uno degli artisti-attivisti più importanti e impattanti della seconda metà del Novecento alla luce di quelle che furono le arti che lo hanno nutrito, ispirato, tanto da diventare centrali nella sua produzione.

Uno stile unico quello dell’artista americano che ha sintetizzato e reinterpretato gli stili artistici della tradizione classica, dell’arte etnografica e del cartoonism, espressione di una controcultura impegnata su temi sociali e politici del suo tempo, lungimirante e di sperimentazione grazie all’impiego del computer in alcune delle sue ultime produzioni. La mostra milanese mette al centro del tributo al pittore e street artist, la complessità e la profondità della ricerca artistica di Haring, l’importanza delle opere che hanno influenzato il suo lavoro e il rapporto che lui ha avuto con queste. Un viaggio nella carriera dell’artista, lungo 110 opere, provenienti da collezioni private e pubbliche non solo americane ma anche europee e asiatiche.

Primogenito di quattro figli, Keith nasce il 4 maggio 1958 in Pennsylvania da Allen e Joan Haring. Già piccolissimo dimostrò di avere una forte inclinazione per il disegno, cosa che non poteva passare inosservata agli occhi del padre, fumettista. Fin da piccolo infatti Keith si interessa della grafica paterna e alla comunicazione tramite le arti figurative. Crescendo emerse il suo temperamento scottante e ribelle, provocatorio e refrattario alle regole, comincia presto a fare uso di droghe ma questo non intacca il suo talento artistico e continua a coltivare la sua passione per il disegno, alimentata e motivata dalla produzione grafica di Andy Warhol, suo modello.

Nel 1976 si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e frequenta lezioni di grafica pubblicitaria, lezioni che abbandona presto nonostante il suo coinvolgimento nel progetto “Pittsburgh Art” e nel “Craft Center” che gli aveva permesso di tenere la sua prima Mostra Personale di disegni astratti al Pittsburgh Center for the Arts. Non ha nemmeno vent’anni quando capisce che la Commercial- Art non fa per lui e influenzato dalla retrospettiva dei dipinti di Pierre Alechinsky, artista che gli suscitava grande emozione e con il quale entrerà poi in contatto, al Carnegie Museum, decide di trasferirsi a New York dove si iscrive alla School of Visual Arts. Nel suo studio sulla Ventiduesima, Keith dipinge su carta e consolida la propria concezione di grafica stilizzata. In questo periodo  conosce diversi artisti con idee e interessi affini ai suoi, alla ricerca di nuove sfide, scambia opinioni con i passanti che lo guardano dipingere e prende consapevolezza della sua omosessualità, poi apertamente dichiarata. Diviso tra un’intensa attività di studio e gli svaghi sempre al limite dell’eccesso, assiduo frequentatore del Club 57, il più popolare locale tra gli artisti, attori e musicisti di Manhattan, accolto sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, guru della pop art, Haring è introdotto nel mondo delle superstar, si lega in amicizia al “collega” Jean-Michel Basquiat e realizza diverse opere in cui sono chiare le influenze di Holzer, Burroughs e Gysin. Presto si rivela un artista a trecentosessanta gradi, elaborando una propria filosofia dell’arte, la “Popular art” e capace di mescolare, sperimentare, rielaborare e spaziare da elementi propri della cultura dei fumetti, di quella Maya, giapponese o di Picasso e i corsi alla School of Visual Art, per quanto formativi cominciano a stargli stretti. La “Popular art” deve essere per tutti e insofferente ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, disegna con il gesso bianco sulla carta nera che copre i vecchi manifesti pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di New York che dal 1981 al 1986 diventa il suo atelier. Keith elabora così il suo linguaggio personale e geroglifico che trova le proprie radici artistiche nel surrealismo europeo, ora sempre più affine al graffitismo, ispirato all’immagine elettronica e al fumetto, privilegiandone l’immediatezza della comunicazione. Quello che fa Keith è offrire finestre sull’immaginario, personaggi e paesaggi venuti dal sogno. Tra i suoi simboli dischi volanti, bambini carponi e radioattivi, cani stilizzati a sei zampe, simboli fallici, la faccia di topolino.

L’intreccio tra sessualità e macchine evidenzia un aspetto delle tematiche di Haring, la televisione e il computer si intrecciano agli esseri umani quasi fossero diventati un prolungamento della vita quotidiana, è una visione apocalittica che vede l’individuo come vittima delle macchine.

Al mezzo grafico Haring affianca quello pittorico, utilizzando supporti eterogenei, tele vinilica, oggetti trovati o pelli animali, quello plastico, il video e la performance. Registra su videocassetta l’esecuzione dei suoi dipinti e crea un’animazione di trenta secondi, andata in onda per un mese senza interruzione sul mega schermo di Times Square. Nel 1983 tiene la sua seconda personale dal gallerista armeno Tony Shafrazi, qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano i rituali indio americani ma rivendicando sempre il diritto al disordine e al caos. Ricopre le copie in gesso del David di Michelangelo di arabeschi e colori sgargianti, tipici dei graffiti underground.

Trasporta i suoi disegni su vasi di terracotta, coprendoli con le sue storie quasi fossero urne egizie o greco-romane. Sempre nel 1983 partecipa a esposizioni in Brasile, a Londra e a Tokyo. Nel 1984 realizza murales in giro per il mondo, da New York all’Australia, in Germania e in Svizzera. Nella seconda metà degli anni Ottanta si impegna in una pittura a soggetti politici e religiosi, denuncia la seduzione del male e l’arroganza del potere, dipinge un grande muro contro il crack, la nuova droga che uccide e riempie una sezione del Muro di Berlino.

Parallela alla realizzazione dei murales viaggia anche quella di grandi tele dove sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Bosh. Keith elabora anche manifesti pubblicitari, si occupa di comunicazione sociale, enti pubblici gli commissionano campagne in difesa dei diritti umani e dell’infanzia. Incoraggiato da Warhol e Basquiat espone contemporaneamente i dipinti alla Tony Shafrazi Gallery, tiene una personale a Bordeaux, partecipa alla Biennale di Parigi, stampa e distribuisce 20.000 manifesti Free South Africa e disegna quattro orologi per Swatch USA. Nel 1986 apre a New York il primo Pop Shop, che vende progetti da lui realizzati, riproduzioni delle sue opere, magliette e gadget di ogni tipo con l’intento di rendere la sua arte ancora più accessibile. Negli ultimi anni il suo impegno è per campagne decisive di quel periodo,contro la discriminazione razziale, delle minoranze e verso gli omosessuali, sull’antinucleare, contro l’apartheid in Sudafrica, attivista per sensibilizzare i giovani contro l’AIDS, diagnosticatogli nel 1988. Anche se affetto dal virus, Haring continua a disegnare e ne sono la riprova gli ultimi lavori dove l’idea di morte è ben presente. Nel 1989 istituisce la Keith Haring Foundation con lo scopo di fornire finanziamenti e immagini per le organizzazioni contro l’AIDS e per opere che si occupano di bambini. Muore nel 1990, a soli 31 anni. Dodici gli anni di carriera esplosiva ed emozionante che hanno consacrato Keith Haring uno degli artisti più importanti, influenti e discussi del secolo scorso, in cui si è saputo imporre non solo come fenomeno artistico ma anche mediatico e politico, vivissimo, oggi più che mai.

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