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Gli enigmatici manichini della pittura metafisica di De Chirico

Uno dei tratti distintivi delle opere di Giorgio De Chirico, padre della pittura metafisica (corrente pittorica nata in Italia nei primi anni del ‘900) è la presenza, nei suoi dipinti, di oggetti dalle forme più varie, collocati in luoghi del tutto atipici, senza che alcuna connessione possa essere stabilita tra i primi e gli ambienti in cui sono inseriti.

Così come gli oggetti vengono decontestualizzati dall’artista, venendo spostati dai luoghi loro comuni ad altri del tutto lontani dalla loro destinazione d’uso, la stessa cosa accade, con i manichini che, a partire dal 1917, diventeranno una costante dell’arte metafisica dechirichiana.

Il manichino da sartoria freddo e rigido prende il posto (anche qui è evidente il concetto dello spostamento) dell’essere umano che, ridotto ad automa, viene raffigurato da De Chirico senza volto, ligneo e apparentemente inespressivo. Ciò che stimolò De Chirico a rendere il manichino il protagonista indiscusso delle sue opere fu il fratello, Alberto Savinio, che nel dramma Chants de mi mort, da lui scritto, aveva creato il personaggio enigmatico dell’uomo senza volto da cui Giorgio plasmò, quindi, l’idea dell’uomo automa privo di emozioni che iniziò a rappresentare su tela proprio nei panni del manichino da sartoria.

Tuttavia solo apparentemente il manichino può non essere in grado di trasmettere stati d’animo. Infatti nonostante la rigidità dei suoi movimenti, più simili a quelli di un burattino che non a quelli di un essere umano, il manichino è capace, con le pose che assume e con il ruolo che gioca nello spazio pittorico, di trasmettere stati d’animo di inquietudine, di solitudine e di alienazione.

Ad esempio osservando l’olio su tela Il contemplatore, che De Chirico dipinse nel 1976, il senso della malinconia traspare dall’inclinazione del volto del manichino che accenna a guardare il paesaggio ritratto nel quadro sul cavalletto posto di fronte a lui. Ma l’abusato manichino lo ritroviamo anche in Ettore e Andromaca, dipinto di gran lunga antecedente il primo (risalente infatti al 1917) in cui invece alcun sentimento traspare dall’abbraccio dei due personaggi epici. In questo quadro ciò che regna sovrano è proprio l’enigma. Gli assemblaggi di legno si trovano, infatti, in uno spazio teatrale in cui a fare da quinte sono dei muri laterali e il fatto che sembrino sospesi in un tempo e in uno spazio non definiti carica il quadro di mistero e inquietudine.

Precursore del surrealismo, De Chirico sarà fonte di ispirazione per artisti come Dalì (Figueras 1904-1989) che, anche, avrà cura di posizionare oggetti improbabili e dalle forme irrazionali in luoghi del tutto inaspettati. Si pensi al quadro La persistenza della memoria (1931, olio su tela, New York, Museum of Modern Art), in cui orologi flosci sono adagiati su superfici dalle forme bizzarre, e immediato risulterà il riferimento alla pittura del padre della metafisica.

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