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La variabile francese

La campagna elettorale che si sta disputando ormai da molti mesi in Francia appare sempre più come una resa dei conti non solo tra i rappresentanti della politica francese, ma anche tra gli europeisti e gli antieuropeisti di tutta Europa. Si tratta di uno scontro in gran parte inevitabile, e tanto più simbolico in un paese come la Francia, tra i promotori storici della soluzione dell’Europa unita.

Le elezioni francesi si inseriscono in un momento particolare della politica europea e internazionale. I capi di governo europei, dapprima a Malta il 3 febbraio e quindi più esplicitamente a Versailles il 7 marzo scorso hanno ormai decretato chiaramente l’inizio dei lavori per la soluzione di un’unione monetaria europea a due velocità, che se da un lato porterà a pretese più realistiche nei confronti degli stati membri economicamente più deboli, dall’altro potrebbe provocare un indebolimento della capacità di contrattazione politica degli stati stessi, e quindi a uno sbilanciamento degli equilibri democratici europei.

Allo stesso tempo, i cittadini europei, che sono quasi dappertutto duramente provati dalla crisi economica, guardando alla politica estera avvertono un allarmante senso di accerchiamento e un’assenza di prospettive.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche il fronte euroscettico, ammesso che si possa parlare di una fronda coesa e dagli interessi chiari e condivisi, sta attraversando un momento delicato.

Le presidenziali austriache (24 aprile, 22 maggio e 4 dicembre 2016) hanno visto un modesto e sofferto successo del candidato dei Verdi, van den Bellen, sul candidato euroscettico Hofer; le legislative olandesi del 15 marzo hanno segnato una vera débâcle per il candidato euroscettico Geert Wilders (che ha raccolto un modesto 13% dei consensi).
In Gran Bretagna il leader dell’euroscettico UKIP Nigel Farage, una delle voci guida del referendum per l’uscita dall’UE, si è defilato all’indomani della vittoria del Leave al referendum sulla Brexit; il primo ministro Theresa May, ha recentemente alzato i toni del dibattito sulla questione dell’autonomia di Gibilterra e della possibilità di un secondo referendum scozzese, arrivando a formulare minacce contro la Spagna la cui arroganza è stata pari solo alla propria vuotezza e, forse, al loro anacronismo.
In Italia, benché Lega Nord e Fratelli d’Italia rimangano su posizioni nettamente euroscettiche, il Movimento Cinque Stelle, che nel 2014 costituiva la principale forza euroscettica italiana, ha da poco rivisto le proprie posizioni. A gennaio, in seguito a una consultazione degli iscritti, il M5S ha lasciato la coalizione del Parlamento Europeo EFD cercando di affiliarsi ai liberisti dell’ALDE, e venendo da essi respinto. Anche la dialettica interna al Movimento è cambiata, e la propaganda ha fatto registrare una notevole apertura sui temi comunitari.
L’unico solido bastione euroscettico sembra per ora essere costituito dalla Polonia. Qui lo scontro tra il primo ministro Beata Sydło e l’ex primo ministro Donald Tusk in merito all’elezione di quest’ultimo alla presidenza del Consiglio Europeo ha dimostrato chiaramente l’incapacità del partito di governo Libertà e Giustizia di scindere le dinamiche politiche nazionali da quelle europee.

In questo scenario incerto, il Front National Francese è rimasta l’unica forza marcatamente euroscettica in grado di competere per la guida di un governo europeo. Proprio per questo il voto francese sarà significativo per gli europeisti e per gli euroscettici di tutta l’UE.
Il Front National, sondaggi alla mano, dovrebbe riuscire a posizionarsi al primo o al secondo posto al primo turno di queste elezioni presidenziali, arrivando quindi a competere per il ballottaggio. Non è la prima volta che il Front National arriva al ballottaggio: nel 2002 Jean-Marie Le Pen sfidò il gaullista Chirac alla presidenza francese, venendo da esso duramente battuto.
Ma oltre ad essere mutato il panorama internazionale, è il Front National stesso ad aver attraversato un profondo mutamento e rinnovamento interno. Marine Le Pen, dal 2011 alla guida del partito, ha trasformato il proprio soggetto politico da un partito xenofobo di ultradestra in un movimento che si dichiara “né di destra né di sinistra” e si richiama in maniera più morbida a valori nazionalisti e gaullisti.
I francesi che votano oggi il Front National non sono gli stessi che lo appoggiavano quindici anni fa, come dimostra la lite che ha contrapposto Marine Le Pen al padre Jean-Marie, e che ha provocato l’espulsione del secondo dal partito (poi seguita da un reintegro in seguito ad una causa legale).
Chi voterà Front National lo farà anzitutto per la politica chiaramente euroscettica da esso propugnata, prima che per le dure politiche anti-immigrazione proposte. Nel corso della campagna elettorale, infatti, Marine Le Pen si è concentrata soprattutto sui temi del protezionismo e dell’antieuropeismo, arrivando ad incontrare Putin il 24 marzo scorso.

Ma il Front National non è l’unica forza politica francese ad essersi radicalmente rinnovata. Si può dire anzi che queste elezioni sembrano segnare una grave crisi per i partiti istituzionali francesi. Se la destra gaullista dei Repubblicani sembra piegata dai molteplici scandali economici ed amministrativi del suo rappresentante François Fillon, anche il Partito Socialista è schiacciato da un lato dalla sinistra della Gauche, dall’altro dal movimento En Marche! di Emmanuel Macron.

Proprio Macron rappresenta forse la maggiore sorpresa di questa campagna elettorale. Ex militante del Partito Socialista, ministro dell’economia sotto Hollande, Macron ha rifiutato di presentarsi alle primarie della Sinistra, che hanno visto la vittoria di Benoît Hammon.
Emmanuel Macron, sostenitore di un centro-sinistra moderato e strettamente legato ai lavori liberali e liberisti, ha preferito correre da solo, smarcandosi dagli insuccessi e dalle delusioni suscitati dalla presidenza Hollande. Si tratta di una scelta che potrebbe condurlo al ballottaggio, e quindi quasi sicuramente al confronto diretto con Marine Le Pen.

E proprio il ballottaggio, e in generale il sistema elettorale a doppio turno, costituiranno il vero, grande ostacolo per Marine Le Pen. In un confronto con Emmanuel Macron, la Le Pen potrà contare solo su una parte dei voti della destra, mentre Macron potrebbe raccogliere i voti del Partito Socialista e almeno in parte anche i voti della Gauche e della destra più moderata.
Le agenzie di sondaggi danno per certa la sconfitta della Le Pen anche in un eventuale confronto con François Fillon. Si riprodurrebbe quindi il risultato del 2002, con un “voto utile” utilizzato massicciamente per bloccare un candidato estremista a favore di un candidato istituzionale.
I sondaggi politici, si sa, sbagliano spesso, e in tali errori sembra risiedere l’unica speranza di vittoria per Marine Le Pen. Il suo messaggio antieuropeista, protezionista, ultranazionalista e reazionario è in grado di coagulare una fetta consistente dell’elettorato francese, ma non di fare breccia nella maggioranza della popolazione.

La Francia riuscirà molto probabilmente ad evitare lo spettro di un governo euroscettico. Ma si aprirà un capitolo nuovo della politica francese, in cui i partiti di governo dovranno fare i conti con una forza antieuropeista dall’enorme potere contrattuale.
Il Front National verrà forse ostracizzato dal dibattito politico, ma proprio questa sua emarginazione potrebbe decretarne una lunga vita e una grande influenza anche oltreconfine come punto di riferimento per tutti coloro che non vedano prospettive credibili nelle attuali istituzioni e nell’attuale diplomazia europea.

About Valerio Cianfrocca

Valerio Cianfrocca
Qualcuno ha scritto che per stupire mezz'ora basta un libro di Storia. Aggiungerei che per stupire dieci minuti può bastare un buon articolo. Lo scopo di questa rubrica di geopolitica può essere riassunto così.

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