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“Cignoni” e “Scarabattole”, ABC della moda fascista

Lo chignon era il “cignone”, la pelliccia il capo indispensabile, i grandi magazzini un luogo magico. La storia della moda è la nostra storia. È uscito di recente “Eleganza fascista”, della storica della moda Sofia Gnoli. Un libro che mette in evidenza il ruolo giocato dalla moda fascista per l’affermazione di una moda italiana indipendente da quella francese.

Le misure – Il Regime non amava l’efebica garçonne che ribattezzò “donna crisi” e, al suo posto, cercò di imporre in ogni modo il florido modello di “sposa e madre esemplare”. Il fisico della donna ideale, secondo lo scienziato Nicola Pende doveva corrispondere a questi requisiti: 1,56/1,60 di altezza, 55/60 chili. Tanto veniva esaltata una femminilità prosperosa, quanto veniva sconsigliata qualsiasi unione con la donna alta e sottile. “La sua caratteristica”, sentenziavano gli ‘esperti’, “è la disposizione alle malattie e inoltre la sua eccitabilità sessuale è minore”.

La pelliccia – La pelliccia veniva proposta di tutti i tipi e in tutte le stagioni, purché rigorosamente nazionale. “Vedremo sui soprabiti di primavera una tale abbondanza volpina” si legge nel 1934 sulle pagine dell’Illustrazione Italiana “da far pensare che ormai ad una dama elegante occorrono non una, non due, ma tre o quattro volpi argentate per combinare le sontuosissime pellegrine e le abbondanti guarnizioni richieste dagli ultimi modelli”.

Vestiti lunghi – Negli abiti da sera, quasi sempre provvisti di strascico, l’ispirazione era prevalentemente classicheggiante con drappeggi e plissé che richiamavano l’antica Roma. In un articolo comparso su Vita femminile (giugno 1930) si parla di: “una prossima evoluzione verso la moda del primo impero che permetterà alla donna di vivere col corpo libero e quasi nudo sotto una veste soffice e leggera”.

I grandi magazzini – Nonostante fossero divenuti, al fianco delle consuete “sartine”, la meta preferita della donna media bisognerà aspettare la fine della guerra per la loro definitiva affermazione. Nei grandi magazzini, scriveva Irene Brin: “almeno in apparenza, si trovava tutto il necessario per vivere (ed anche per morire, i maggiori fornivano bare, corone e ogni altro accessorio funebre)”.

Lo sport – L’incertezza del fascismo tra un modello di donna confinata fra le pareti domestiche e l’idea di un’educazione sociale e ideologica proiettata all’esterno, si accentuò con la questione dello sport. I vertici del partito cercarono di mediare tra il modello di donna sportiva e quello di angelo del focolare, arrivando a stabilire quanto segue nel corso di una riunione tenuta il 16 ottobre 1930: “Il Gran Consiglio del fascismo dà mandato al presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) di rivedere l’attività sportiva femminile e di fissarne il campo e i limiti di attività, fermo restando che deve essere evitato quanto possa distogliere la donna dalla sua missione naturale e fondamentale: la maternità”.

Dizionario della moda – Nel 1936 uscì il Commentario Dizionario Italiano della Moda dove il linguaggio di moda veniva epurato da tutte le parole straniere ancora in uso. Il tailleur era diventato: “completo a giacca”, il golf: “panciotto a maglia”, lo chignon: “cignone”, il pied-de-poule: “millezampe” e ancora i pois: “pallini”, le paillettes: “pagliuzze”, la silhouette: “figurina”, i volants “volanti”, la trousse “scarabattola”.

Il lanital – I tessuti cosiddetti “autarchici” (rayon, lanital,cisalfa,lastex, ginestra, gelso, orbace ecc.) rappresentavano un aspetto peculiare della politica economica fascista. “Il nostro è il tempo dei surrogati” si legge nel 1939 nella Rassegna dell’Ente Nazionale della Moda. “La meravigliosa genialità del popolo italiano ha saputo supplire colla sua inventiva alla mancanza dei doni che la natura non ha voluto concedere al nostro Paese. Per rimediare alla carenza di lana nel 1935 la SNIA Viscosa acquistò il brevetto del lanital, una fibra artificiale ricavata dalla caseina. Il suo inventore, l’ingegnere Antonio Ferretti così ne descrive la realizzazione all’Illustrazione Italiana: “Si parte dal latte magro, residuo della fabbricazione del burro estraendo da questo la caseina tessile che rappresenta appunto la materia prima per la fabbricazione della fibra. Da un chilo di caseina si ottiene un chilo di lana”.

A partire dal 1941 le signore furono costrette a rivedere il loro guardaroba. “Le guarnizioni sono la grande risorsa dei sarti”, scriveva Luciana Peverelli su Vita femminile (dicembre 1941).“mettere insieme due abiti per farne uno nuovo è una vecchia trovata femminile. Per mutare la faccia a un abito vecchio il ricamo è un grandissimo soccorso.

I pantaloni – Chiesa e regime promossero nel 1941 una campagna per l’abolizione dei pantaloni da donna. “Si tratta di una foggia d’importazione che tende a privare la donna della delicatezza e della grazia” si legge in un comunicato. Questa battaglia era iniziata già qualche tempo prima, quando sulla Gazzetta del Popolo (1939) Lucio Ridenti scriveva: “Non si portano più i calzoni, né al mare, né in campagna. La prima ad avere torto fu Marlene Dietrich, alla quale dobbiamo questa epidemia”.

About Maria Teresa Squillaci

Maria Teresa Squillaci
Caporedattore Moda&Costume. Giornalista. Ho lavorato a La Stampa, Rai News24 e Sky Tg24. Nata a Roma, ho vissuto a Madrid dove lavoravo come ufficio stampa e social media manager. Scrivo di tutto quello che mi capita, dalla politica, alle sfilate, ai bigliettini di auguri, ma la cosa più difficile che ho fatto è stata scrivere questa auto-biografia. Twitter: @MTSquillaci

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