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Maruyama Ōkyo, Cranes

Il grande Ma dell’Architettura

La durata del tempo dipende dai nostri pensieri.

La dimensione dello spazio è appesa ai nostri sentimenti.

Per coloro  la cui mente è libera da turbamenti,

Un giorno può durare più di un millennio.

Per coloro  il cui cuore è vasto,

Una piccola stanza è pari allo spazio tra cielo e terra. [1]

 

Nel 1978 sulla 5th Avenue di NY, cuore dell’Occidente, al Cooper-Hewitt Museum si apre al pubblico la mostra di Arata Isozaki intitolata:MA – Space – Time in Japan”.

Il tentativo del maestro giapponese è quello di raccontare il sense of space dell’architettura orientale mostrandolo al mondo altro. Così identifica come tema originario della composizione spaziale nipponica il Ma: la scelta non è scontata, si radica in una posizione forte nel dibattito.

Il senso primario dell’architettura nipponica, infatti, viene oggi raccontato dal ku-kan, lo spazio, o letteralmente lo spazio vuoto. Questo ideogramma è stato coniato nel moderno per raccontare la spazialità tridimensionale occidentale. E’ composto dal Ku, che in Cina significa sia “buco nella terra” che vuoto; e dal Kan, che sarebbe il Ma. Un’addizione al carattere originario che estingue la sua semplice complessità.

Questa complicazione linguistica svela come il ventesimo secolo abbia rappresentato per la cultura giapponese un’effettiva inondazione di stilemi e concezioni occidentali, a discapito delle radici che per lungo tempo sono rimaste immerse sotto la piena del fiume.

Isozaki sceglie di ridare voce al Ma, ovvero la forma primigenia di consapevolezza del luogo, l’esperienza spaziale; e di spiegare all’ Occidente cosa sia l’Oriente oltre l’etichetta della trasparenza, leggerezza e semplicità.

Per un uomo nato in una cultura diversa, qualsiasi essa sia, è difficile comprendere fino in fondo i concetti fondanti che vengono radicati nell’ animo sin dall’ infanzia: sono così familiari da essere all’ atto realtà inconsce. Uno di questi è la relazione tra spazio e tempo. Mentre nella cultura occidentale le due dimensioni sono state scisse e riunite, contiguamente alle scoperte scientifiche che hanno attraversato le varie epoche; nella visione orientale lo Spazio non è mai stato definito come un’entità a sé stante. Günter Nitschke, berlinese di nascita, che oggi insegna tra l’MIT, l’UCLA e la Kyoto Seika University, attraverso la sua ricerca ci aiuta ad afferrare il contatto fra le due culture: la Western e la Eastern culture.

Nella storia giapponese lo Spazio non è mai stato inteso come un fattore fisico a sè. […] Il senso giapponese dello spazio, il Ma, è più opportunamente espresso come una consapevolezza del luogo. [2]

Il Ma è lo spazio esperito e per tale ragione non può essere separato dal soggetto che lo vive. Il movimento è parte fondante del concetto spaziale giapponese, non si può pensare lo Spazio senza il Tempo che lo attraversa. “Space – Time” titola Isozaki: il Ma è l’intervallo di percorso, di vita, la relazione tra le parti, è luogo.

A seguire la forma (intesa come l’oggetto) non si distingue dal vuoto che la circonda. Forma e vuoto sono Ma. Così nella pittura ad inchiostro sumi-e, lo spazio vuoto ha valore quanto il pieno ed il talento del maestro risulta non solo nella capacità di sintetizzare le forme nel segno, ma nel porle in un’ indissolubile relazione col vuoto che le abbraccia. Se questa relazione non esiste, si può dire che manchi il Ma. Lo stesso concetto spaziale avvolge il giardino secco del tempio di Ryōan-ji a Kyoto.

Non è una linea, non è un’area, può essere entrambe, Ma rappresenta sia la distanza, che i punti da essa connessi, è quindi una concezione in movimento, mai statica, tesa alla trasformazione.

Villa Imperiale di Katsura, Kyoto

Da qui forse si può approfondire la continuità tra interno ed esterno che tanto ha suggestionato la cultura occidentale, da Van Der Rohe a Wright, da a Scarpa e Mollino, per rientrare nei ranghi nostrani. Una spazialità che si è tradotta poi in un gusto, se si pensa alla conquista nippocentrica delle case californiane messa in pratica da Harwell Hamilton Harris e Gordon Drake.

L’architettura è dunque l’arte di realizzare un determinato Ma attraverso la materia fisica.

Sopra il Nishi Honganji Temple di Kyoto; sotto la Casa del Thè Kankyo-tei a Kyoto

Le distanze ma anche le prossimità che mettono in relazione due culture così opposte quanto complementari, fanno emergere come nella divergenza dei risultati esistano dei primordiali comuni, fatti di percezione e sentito, di entità vacue e presenze a cui cerchiamo di dare definizione, ordine o risposte. Per questo  si dovrebbe forse comprendere l’una per spiegarne l’altra, aprendo sempre più la propria stanza ad accogliere la distanza che separa il cielo dalla terra.

 

[1] Tradotto da Saikontart  (Vegetable Roots Talks), Yuhodo, Tokyo, 1926

[2] Nietshke Günter, Ma – The Japanese Sense of Place, Architectural Design, London, March 1966.

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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