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Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

About Valerio Cianfrocca

Valerio Cianfrocca
Qualcuno ha scritto che per stupire mezz'ora basta un libro di Storia. Aggiungerei che per stupire dieci minuti può bastare un buon articolo. Lo scopo di questa rubrica di geopolitica può essere riassunto così.

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