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5EN-L2-F12-1741 London, Chiswick House / Gem.v.Lambert London (England), Chiswick House (erb. ab 1725, Arch.: Richard Boyle, 3.Earl of Burlington, und William Kent). - 'Chiswick House, Middlesex'. - Gemaelde, 1741, von George Lambert (1700- 1765) mit Figuren von William Hogarth (1697-1764). Oel auf Leinwand, 77,5 x 103 cm. Kunsthandel New York, Sotheby's, 14.November 1990, Lot 98. E: W.Hogarth, Chiswick House, 1741. Hogarth, William 1697-1764. 'Chiswick House, Middlesex', 1741. Oil on canvas, 77.5 x 103cm. London, Sotheby's. Lot 98, 14/11/90.

Sulla ‘classica’ campagna romana

Non di rado accade di sentir parlare di ‘villeggiatura’ o di ‘casa in campagna’: un concetto che richiama non soltanto all’evasione dalla caotica vita cittadina ma che segnala anche un concetto di ambiente distinto e di norma dal carattere bucolico. In passato, questa precisa distinzioni si riconduceva a puntuali accorgimenti che informavano l’abbigliamento come anche la produzione architettonica. Infatti, la residenza in campagna doveva rispondere a precisi requisiti in rapporto al contesto d’appartenenza: essa doveva di dimensioni imponenti al fine di segnalare la propria presenza rispetto i piccoli sporadici centri abitati nonché doveva altresì essere capace di controbilanciare la forza dirompente della natura. Del resto, all’epoca il paesaggio non era ancora così antropizzato come oggi. Inoltre, sempre un simile manufatto doveva essere capace di assolvere anche a funzioni solitamente assenti in città e afferibili alla pratica agricola. Dunque, dal concetto di palazzo quale ‘monolite’ si passava ad un sistema di edifici in reciproco rapporto in ragione dei compiti assegnati ad ognuno. In tal senso, l’unitarietà era garantita dall’adozione del medesimo codice linguistico che garantiva omogeneità e coerenza ai vari stabili. E il linguaggio classico si adattava perfettamente a questo network, giacché poteva essere declinato secondo distinte modalità adattabili alle specifiche condizioni del luogo e agli intenti figurativi a cui dovevano assolvere. Del resto, una facies dignitosa rappresentava un obbligo imprescindibile e la gerarchia fra i corpi di fabbrica della ‘villa’ doveva apparire il più possibile chiara onde rendere evidente al possibile visitatore quale fosse l’immobile in cui risiedeva il ‘Signore’.

Treviso, A. Palladio, Villa Barbaro Maser (1554-60), esterno.

Andrea di Pietro della Gondola – meglio noto solo come Palladio (1508-80) – aveva chiara questa concinnitas sottesa alle elaborazioni di campagna e introdusse nelle sue celebri costruzioni nell’entroterra lagunare una precisa conformazione rispondente alle istanze di autorappresentazione di un’aristocrazia desiderosa di curare i suoi affari ma, al contempo, ambiziosa di vivere nell’agio della propria posizione sociale.

«Le case della Città sono veramente al Gentil’huomo di molto splendore, e commodità, havendo in esse da habitare tutto quel tempo, che li bisognerà per la amministratione della Republica, e governo delle cose proprie: Ma non minore utilità, e consolatione caverà forse dalle case di Villa, dove il resto del tempo si passerà in vedere, & ornare le sue possessioni, e con industria, & arte dell’Agricoltura accrescer le facultà, dove ancho per l’esercitio, che nella Villa si suol fare a piedi, & à cavallo, il corpo più agevolmente conserverà la sua sanità, e robustezza, e dove finalmente l’animo stanco delle agitationi della Città, prenderà molto ristauro, e consolatione, e quietamente potrà attendere à gli studi delle lettere, & alla contemplatione; come per questo gli antichi Savi solevano spesse volte usare di ritirarsi in simili luoghi, ove visitati da vertuosi amici, e parenti loro, havendo case, giardini, fontane, e simili luoghi sollazzeuoli, e sopra tutto la lor Vertù; potevano facilmente conseguir quella beata vita, che quà giù si può ottenere. Per tanto havendo con l’aiuto del signore Dio espedito di trattare delle case della Città; giusta cosa è che passiamo a quelle di Villa: nelle quali principalmente consiste, il negotio famigliare, e privato».

(Palladio, I quattro Libri dell’Architettura, Domenico de Franceschi, Venezia 1570, Cap. XII)

Monumentalità e magnificenza: questi erano i termini ricercati dall’architetto che su tali obiettivi calibrò la sua architettura accogliendo un classicismo in apparenza rigido ma, in verità, disponibile a corrispondere ad opportune correzioni. Rispetto però al Veneto, la campagna intorno a Roma si presentava assai differente perché per via dello stesso intrinseco carattere collinare. Di conseguenza, in questo conteso, più che punteggiare la vastità dello spazio, questi edifici si ponevano come apici di un discorso concludendo un certo agglomerato urbano o costituendosi quale apice dello stesso. Adunque, un ruolo fondamentale era quindi ricoperto dal giardino che si poneva come compendio necessario nonché strumento di esaltazione della costruzione che si integrava con lo stesso. La villa d’Este a Tivoli (dal 1550) – elevata per volere del card. Ippolito II (1509-72) della stessa famiglia da cui prende il nome – si presenta come un perfetto esempio di questo discorso: un luogo in cui la naturalezza si esprime attraverso l’integrazione delle parti e in cui Pirro Ligorio (1513-83) seppe coniugare razionalità e slancio emotivo definendo un unicum artistico perché coerente fusione di logicità e irrazionalità.

Tivoli, G. B. Piranesi, Veduta della Villa Estense in Tivoli, incisione (1773).

Purtroppo, ben presto questa idea si perse e mutò in altro. Infatti, i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour videro non più la dialettica innestata da queste elaborazioni ma la staticità e la solennità dell’insieme: una suggestione che li portò addirittura a cercare di rappresentare ‘classicamente’ la campagna romana.

Bibliografia essenziale.

  • S. Ackerman, Palladio, Ed. Macula, Parigi 1981.
  • M. Di Gregorio, Il paesaggio della Campagna Romana tra ideale e natura: Gaspard Dughet e la sua eredità tra Sei e Settecento, in I. Salvagni, M. Fratarcangeli (a cura di), Oltre Roma, De Luca, Roma 2012, pp. 20-28.
  • M. Formica, Roma e la Campagna Roma nel grand tour, atti del convegno interdisciplinare (Monte Porzio Catone, 17-18 maggio 2008), Laterza, Bari 2009.
  • J. Pinto, City of the soul: Rome and the romantics, University Press of New England, London 2016.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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