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Le residenze papali e la loro proporzionata dismisura

La rapida visita della città di Roma spesso lascia intimoriti e sconvolti per la grande dimensione di alcuni suoi manufatti, oggi adibiti alle funzioni più disparate: dal parlamento, alla residenza del presidente della repubblica, passando per ambasciate maestose come è – ad esempio – quella francese. E proprio questi stabili suscitano l’attenzione e l’apprezzamento degli osservatori entusiasti per la varietà e molteplicità di queste residenze. Tuttavia, la stessa presa in esame di tali architetture lascia perplessi sul motivo sotteso alla loro realizzazione, non comprendendosi chiaramente il perché di una simile quantità.

Roma, D. Bramante, Palazzo Caprini, incisione.

La ragione risale alla stessa organizzazione statale dello Stato Pontificio che fin dal principio della sua istituzione non prevedeva una abitazione ‘stabile’ per il Pontefice. Peraltro, incerta era anche la sede propria dell’esercizio del potere, non essendo inizialmente chiara la distinzione di ruolo entro la basilica petrina e San Giovanni in Laterano. Inoltre – come noto – inizialmente la corte papale era itinerante e, in definitiva, non sussisteva la necessità di un preciso luogo onde risiedere. Questa situazione si protrasse ancora in epoca moderna allorché l’apparato burocratico si fece più completo nelle sue funzioni e maggiormente dettagliato. Così, ancora nei secoli XVI-XVIII i sovrani romani andarono costruendo propri palazzi entro cui risiedere e amministrare la nazione. Conseguentemente, l’immobile assunse valenze che al principio non gli avrebbero dovuto competere, assurgendo non più solamente a residenza di un monarca o di una famiglia prestigiosa ma a simbolo stesso altresì del potere e dell’autorità di chi vi abitava. Pertanto, crebbe nella dimensione, nelle dotazioni e soprattutto nella quantità particolarismi tesi ad unicizzarlo. Occorreva però un modello a cui richiamarsi ed attraverso cui instaurare una relazione con il contesto e gli altri esemplari simili al fine di distinguersene. E la discussione, all’inizio del Cinquecento, si fece accesa. Da una parte Donato Bramante (1444-1514) proponeva una soluzione che si identificasse con la stessa natura dell’uomo, per cui ad un piano terreno bugnato dotato di botteghe riservate a lavori umili si sovrapponeva un livello nobile, segnalato dall’utilizzo dell’ordine architettonico. Dall’altra parte, Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546) suggeriva una struttura più semplice nei connotati ma non meno definita nel suo aspetto. Infatti, l’architetto immaginava una disposizione a fasce, sottolineate dalla continuità del marcapiano e del marca-davanzale che si inseriva all’interno di una rigida intelaiatura scandita agli estremi da file di bugne, conclusa dal cornicione e sviluppata secondo una simmetria al cui centro si ergeva il portone, nobilitato da colonne o paraste.

Alla lunga, ebbe la meglio l’intuizione sangallesca – come a tutt’oggi testimoniano innumerevoli edifici novecenteschi ancora ispirativisi – e la ragione risiede nella sua stessa composizione giacché più versatile. Del resto, il limite dell’ipotesi bramantesca era evidente. Non potendo espandersi in altezza in ragione dell’ordine applicato (che sarebbe di conseguenza dovuto crescere in proporzione) costruzioni come palazzo Caprini (dal 1501) potevano al massimo ospitare tre livelli, sfruttando la trabeazione entro cui aprire – al posto di alcune metope – delle bucature. Invece, realizzazioni come palazzo Baldassini (dal 1516) non avevano problemi analoghi, potendo contare sulla riproducibilità dei piani in potenza anche all’infinito. Inoltre, la fiducia accordata a questo modello dal celebre exemplum di palazzo Farnese (dal 1515) non poté che accrescerne il prestigio e la fortuna. Altri si attestarono sulla stessa linea di pensiero e così prese avvio una produzione in cui ogni aristocratico e Pontefice ambiva ad elevare un’abitazione degna del proprio titolo. In particolare, con il passare del tempo, la residenza estiva sul colle Quirinale, andò assumendo un ruolo leader, raccogliendo l’adesione di diversi governanti che in periodi più o meno lunghi decidevano di stabilirvisi. Così, la reggia divenne il centro della vita politica cittadina a pari merito con il palazzo Apostolico Vaticano, seppure le residenze private non persero la loro importanza. Infatti, esse rappresentavano pur sempre l’identità del singolo a fronte degli alloggi istituzionali, senza contare che finché fu in vita il nepotismo – ovvero la nomina di un nipote del Papa a cardinale con funzioni di comando – lo stesso edificio manteneva il proprio ruolo pubblico.

Roma, Palazzo Farnese, esterno.

Gli esempi nella Capitale sono innumerevoli. Da palazzo Borghese a palazzo Chigi-Odescalchi, soffermandosi su palazzo Madama, palazzo Barberini, palazzo Pamphilj e concludendo – non certo per importanza – con palazzo Ludovisi, poi curia innocenziana, oggi camera dei Deputati. E anche i nomi dei progettisti sono dei più illustri: Giacomo Della Porta (1532-1602), Girolamo Rainaldi (1570-1655), Carlo Maderno (1556-1629), Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Insomma, gli architetti dei ‘Sacri Palazzi’ non rivolsero la loro attenzione unicamente ai luoghi di culto ma attesero anche ad un’edilizia laica e privata cercando – ognuno secondo il proprio sentimento – di apportare qualcosa di nuovo ad un discorso simile nei termini ma assai potenzialmente differente negli esiti.

D’altronde, un’adeguata facies non solo rispondeva alle istanze di magnificenza dei committenti ma costituiva pur sempre l’aspetto principe della loro realtà: un’oligarchia in competizione e non certo disposta a ritrattare la propria posizione.

Bibliografia essenziale

  • W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, RCS Libri, Milano 1997.
  • M. Bevilacqua, M. L. Madonna, Sistemi di residenze nobiliari a Roma e a Firenze: architettura e città in età barocca, in M. Bevilacqua, M. L. Madonna (a cura di), Il sistema delle residenze nobiliari. Stato Pontificio e Granducato di Toscana, I, De Luca, Roma 2003, pp. 9-58.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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