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La discontinuità continua della storia

Non è data architettura fuori dalla sua dimensione storica, perché non esiste individuo né cultura che non sia il risultato di stratificazioni temporali. Estraniata dalla sua condizione di elemento storicizzato, l’architettura non è leggibile come tale, né immaginabile. La sua condizione storica è oggettiva, ma la consapevolezza che, come architetti e critici, abbiamo di tale condizione è sempre soggettiva, dal momento che possiamo conoscere la storia solo attraverso la storiografia. L’impiego di questa coscienza, che è dunque la nostra costruzione del reale, è strumento critico e progettuale al contempo, dal momento che l’opera di progetto è allo stesso tempo creativa e critica. La consapevolezza di muoversi tra le righe della storia non porta dunque ad una reificazione delle forme storicizzate: al contrario, solo attraverso la costante rilettura delle opere del passato siamo in grado di progredire. La rilettura di P. Eisenman del lavoro di L. B. Alberti e di G. Terragni in chiave puramente sintattica è un chiaro esempio di questo approccio all’opera architettonica. Gli stessi autori postmoderni, per cui la reificazione della forma storica è fondamento del progetto, ne applicano una costante modificazione del significato, non mirando alla ricostituzione di uno stile, ma piuttosto alla risemantizzazione di archetipi ed elementi classici. Appare dunque chiaro come, da un lato, lo statuto epistemologico del progettista contemporaneo non abbia confini netti e protocolli precisi e, dall’altro, come la consapevolezza storica sia fondamentale non solo per l’inserimento dell’opera all’interno del contesto, ma per il progresso dello stesso. In questo senso possiamo guardare con interesse ai razionalisti italiani, sia dal punto di vista progettuale che da quello critico: pur aderendo ai movimenti di avanguardia di respiro europeo, la costante attenzione all’elemento storico e contestuale ha consentito alla scuola italiana di produrre alcune delle opere più significative del secolo.

Osservando la scena contemporanea il paesaggio ha caratteristiche molto diverse: il costante progresso tecnologico, tanto dal punto di vista degli strumenti progettuali quando da quelli realizzativi, ha segnato una cesura significativa rispetto alla pratica progettuale degli architetti pre-informatici. Quale ruolo riveste la consapevolezza storica per architetti che operano in un mondo digitale e per cui lo strumento informatico non è solo un applicativo che aiuti e sveltisca il lavoro, ma elemento generativo? Per rispondere a questa domanda è necessario capire che ci si riferisce a determinati ambiti di ricerca architettonica, dediti alla sperimentazione di nuovi modelli progettuali e costruttivi. Per questa generazione di progettisti, tra cui possiamo inserire P. Eisenman, B. Van Berkel, M. Del Campo, Plasma studio e molti altri, il progetto è strettamente correlato alle possibilità offerte dai calcolatori elettronici, in particolare dalla possibilità di poter passare da un modello diagrammatico direttamente allo sviluppo formale del progetto. L’oggetto di studio del modello diagrammatico, dunque, smette di essere la forma finale dell’architettura, la sua attenzione slitta invece sul processo: si prefigura l’insieme di relazioni che intercorreranno tra le varie parti del progetto. Il diagramma diventa così una piccola porzione di DNA che, complici fattori ambientali, contestuali, funzionali, storici e strutturali, è capace di generare un’intera genealogia di progetti. Torniamo dunque alla domanda: il rapporto tra questa nuova generazione di architetti e la consapevolezza storica. È stato già messo in evidenza come lo studio di aspetti del lavoro di Terragni siano stati fondamentali per lo sviluppo dell’approccio semantico all’architettura di P. Eisenman. Secondo un processo simile, gli studi di M. Del Campo e della sua associata S. Manninger sul barocco italiano li hanno guidati verso un approccio plastico che guarda non solo all’architettura, ma alla scena urbana. Lo stesso sviluppo dell’idea deleuziana del diagramma come macchina astratta che guida B. Van Berkel nella sua attività progettuale è in realtà uno sviluppo di riflessioni già avviate dai modernisti, come lui stesso ricorda: «I modernisti erano interessati a ridurre l’informazione all’astratto. Deleuze mi ha dato l’idea che forse oggi è più interessante far proliferare l’astrazione, svolgerla e renderla generativa. In tal modo si possono iniziare a leggere più cose nel diagramma, gli si possono attribuire più significati, cosicché diventa una macchina astratta».[1]

D’altra parte è evidente come anche la ricerca storico-critica non sia estranea dal contesto storico nel quale si inserisce e, come ogni altra disciplina, viva di discontinuità e salti nella sua evoluzione. Il cambio di prospettiva non è solo foriero di nuove interpretazioni e, quindi, di nuove possibilità operative sul passato e sul presente, ma necessario, perché rispondente al paradigma vigente quando si effettua l’analisi. È fuori di dubbio che il dato storiografico esista e non sia eludibile ma, proprio per la sua natura di dato, acquista valore nel momento in cui il progettista ed il critico sono in grado di darne una lettura che lo trasformi in informazione storico-critica. In questo senso è chiaro che si intende dare, anche all’attività critica del formarsi della consapevolezza storica, un carattere preminentemente operativo.

In definitiva: non importa quanto ci si allontani, né formalmente né metodologicamente, dai prodotti dell’architettura passata, il nostro agire ha un carattere storico che non può essere ignorato. Anche le ricerche contemporanee più ardite e lontane dall’immediato passato nascondono un filo rosso che ad esse le collega, e solo la sua corretta lettura ci permette di comprenderle in maniera critica.

[1] A. Marotta, Ben van Berkel. La prospettiva rovesciata di UNStudio

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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