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DALLA STRADA AL MUSEO. Cross the Streets tra Writing e Street Art

Si chiama Street Art, ma questa volta per ammirarla non c’è stato bisogno di andare “a caccia” di muri in giro per il mondo, è bastato andare al MACRO di via Nizza a Roma. La mostra Cross the Streets, visitabile fino all’1 ottobre 2017 è stata ideata e prodotta da Drago in collaborazione con Nufactory.

A Roma in estate, se sei romano, ti rendi conto di un un doppio fenomeno: la vedi svuotata e piena di gente allo stesso tempo. Svuotata, perché i romani partono per le vacanze; piena, perché nonostante i 40 gradi di caldo nessun turista rinuncia a visitare Roma bella. Come dicevo, i romani partono, vanno in vacanza, tutti tranne me che quest’estate non mi sono mossa dalla mia città. Niente mare, niente montagna, niente viaggi all’estero. Che balle, ho pensato all’inizio… poi in una giornata di agosto, dopo essermi imbattuta fino a quel momento in file e file e file di visitatori stranieri mi sono detta di far come loro, godermi la città eterna. C’era solo un problema ancora, il caldo. Passeggiare a Roma è indubbiamente il massimo, ma l’afa è sfiancante e allo stesso tempo però ti sembra uno spreco rinunciare a quel sole per chiuderti in un museo. Poi ho trovato Cross the Streets e la soluzione era già nel titolo. Una mostra che ti porta le strade, o meglio, i muri delle strade in un museo. Dunque avrei potuto visitare una mostra al fresco dell’aria condizionata senza rinunciare alla mia passeggiata!

Il progetto nasce dalla ricerca di Paulo Lucas von Vacano sulla controcultura Street e tutte le sue declinazioni. Un fenomeno capace di coniugare insieme giovani, periferie e minoranze, l’arte urbana, dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo che ha influenzato e continua a influenzare l’immaginario collettivo. Questa pratica artistica prende le mosse dalle proteste underground giovanili fino ad arrivare a contaminare diversi campi: dalla musica al cinema, la moda, la fotografia fino alla pubblicità. La mostra permette di capire e approfondire la potenza e la fascinazione di questo movimento multimediale e multiforme, partendo dalle radici a livello mondiale, passando per i conseguenti fenomeni di costume, fino ad indagare, a livello locale, la storia del graffitismo romano.

 

È vero che la mostra trasporta la Street Art in un museo ma non per questo rinuncia alla sua magnificenza e alle dimensioni reali delle sue opere a cielo aperto. Due sale per graffiti e murales giganteschi, realizzati da artisti di tutto il mondo.

Primo fra tutti Frank Shepard Fairey, meglio noto come Obey, artista, illustratore, graphic designer e attivista statunitense. I suoi lavori sono prevalentemente di carattere politico, come le campagne anti-Bush o la famosa locandina in sostegno di Obama “Hope”, poi scelta dal presidente come icona ufficiale della sua campagna elettorale. Nell’opera in mostra sono presenti molti elementi ricorrenti, come il ritratto, la propaganda e il potere politico.

Il francese WK interact è interessato al corpo in movimento, i suoi lavori sono site specific e le immagini che utilizza sono riprese direttamente dalla realtà del mondo circostante. Il suo interesse è nell’incontro con l’ambiente urbano e nelle interazioni che possono derivare da questo incontro. La sua tecnica consiste nel modificare un disegno o una foto mentre viene fotocopiata, in modo tale da rendere l’immagine dinamica. L’opera deve poi essere collocata in un luogo adatto ad essa.

JBRock invece è Romano, classe 1979 e scrive sui muri da quando ha 12 anni. Non ha mai smesso perché non c’è altro che lo possa far sentire meglio. Il suo murales è coloratissimo e ricco di dettagli, dai volti dei personaggi, ai messaggi che tramite questo vuole farci arrivare. A me ha ricordato un po’ le copertine dei Piccoli Brividi, chissà che non ne fosse un appassionato.

 

Mirko Reisser, aka DAIM è tedesco, divenuto famoso in tutto il mondo per i suoi grandi graffiti in stile 3D, in cui dipinge il suo nome da writer attraverso ripetizioni e processi di costruzione/decostruzione.

LUCAMALEONE, nato nel 1983 a Roma, dove vive e lavora è noto per le sue opere ispirate alla natura e all’arte antica. La sua costante tensione al perfezionamento della tecnica dello stencil ha fatto di lui un artista dallo stile inconfondibile, inoltre è tra i pochi al modo ad utilizzare mascherine e vernice per realizzare stencil multilivello elaborati e caratterizzati da una sovrapposizione di numerosi strati di colore. Artista e promotore della street art internazionale, dal 2004 a oggi ha collezionato oltre cinquanta mostre in tutto il mondo, tra personali e collettive. Dal Cans Festival a Londra nel 2008 organizzato da Bansky all’imponente street art group show Scala Mercalli all’Auditorium di Roma, all’esposizione itinerante Twenty Street Artist commissionato dai Green Day negli USA. La sua opera Mucchio di Fagiani è altissima e grandissima, i colori sono vivi così come vivi sembrano i soggetti del Murales, tanto che ti senti osservata da tutti quegli occhietti -ah! in uno di loro è nascosto il logo dell’artista- tanto da farti credere che quei fagiani possano uscire fuori dal muro tutti insieme da un momento all’altro.

Anche Diamond è romano ed è uno dei maggiori esponenti street artist della capitale. Lavora spesso con poster in cui rappresenta donne che evocano motivi decorativi dell’Art Nouveau e la sua opera seppur coerente con se stessa non ricalca i clichè classici della street art. Le tecniche che utilizza sono insolite e svariate, i temi spesso cupi hanno risvolti simbolico/visionari e il risultato della sua produzione artistica è stilisticamente eclettico e inquieto, quantitativamente debordante. Anche l’opera esposta ha come soggetto una donna, che io vedo un po’ strega e un po’ dea, tiene in mano un teschio e ha gli occhi bianchi come se stesse lanciando un maleficio, in effetti un po’ inquietante lo è…

Questi sono solo alcuni dei nomi presenti in mostra, che continua con opere di Ron English, Cope 2, Jeremy Fish, Sten e Lex, Invader e molti altri.

Una seconda sala propone due letture parallele del fenomeno del Writing a Roma negli anni ’80 e oppone una selezione di alcune delle prime opere di writers americani che vennero esposte in Europa alla fine degli anni ’70 alla storia di Napal, uno dei primi writers romani nonché fondatore di due crews storiche, LTA e KIDZ, che ha realizzato un intervento direttamente sui muri del museo assieme Brus, un writer a cui è legato da un sodalizio decennale. Altro spazio è dedicato a una selezione di fanzines, blackbooks, fotografie e bombolette aerosol che documentano la varietà dei materiali utilizzati.

Gli anni ’90 poi, segnano a Roma l’approdo del writing dopo i primi esperimenti compiuti sui muri, sui treni e sulle metropolitane. A partire dal 1992 circa linea A, linea B e la linea Roma-Lido che collega la capitale con la città di Ostia, sono ricoperte di graffiti dalle prime generazioni di writers romani ma il fenomeno si estende poi nel corso degli anni successivi a tutta la linea ferroviaria cittadina. I graffiti si stratificano uno sull’altro, anche perché le campagne di pulizia dei treni mancano di regolarità. Venticinque anni dopo Roma è entrata a far parte della storia del writing, non solo per l’attitudine particolare con cui i writers locali hanno dipinto e dipingono ancora oggi i treni e le metropolitane, ma anche e soprattutto perché in nessun’altra città al mondo, neanche a NY, i treni circolano ricoperti di graffiti da così tanti anni. All’alba degli anni 2000, alcuni writers che hanno scoperto i graffiti tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, cominciano a sentire la necessità di un nuovo percorso di ricerca e sperimentazione artistica, alternando azioni in strada a mostre organizzate in quelle gallerie e spazi museali che si dimostrano sensibili alle loro poetiche e a un linguaggio che conserva solo in parte un legame formale con i graffiti.

È vero che le città stanno diventando, ogni giorno di più, dei veri e propri musei a cielo aperto, accessibili a tutti ma è vero anche che grazie all’interesse di gallerie e strutture slegate dal mondo della strada, il movimento della cultura underground sta confermandosi come corrente artistica, riconosciuta a tutti gli effetti.

Ho “cross the streets” immaginandole nella mia mente, io che pensavo di farmi una passeggiata a Roma e sono finita tra le strade del mondo a guardare muri che parlano, comunicano e riscattano tutti quegli altri muri che in questo momento storico ci dividono e allontanano.

 

 

 

 

 

 

 

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