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Evoluzione, prossimità e sovrapposizioni dell’architettura

L’architettura è una delle più efficaci espressioni dei tempi che la producono, e porta con sé una intrinseca volontà di stratificazione della storia. Ciascun momento storico che ha deciso di lasciare testimonianza del proprio passaggio, ha infatti cercato nell’architettura (tanto nell’oggetto architettonico, quanto nella scala più ampia della città e del paesaggio) lo strumento principale attraverso il quale raggiungere tale obiettivo.

Questa considerazione, semplice ma strumentale alle considerazioni che qui si stanno argomentando, può essere assunta come vera a tutti i livelli della produzione architettonica? In prima istanza potremmo dire di si, se tanto il monumento quanto l’edilizia più semplice (considerati da sempre i due poli della produzione architettonica) hanno inteso, con i mezzi e per gli scopi a ciascuno congeniali, la propria presenza come testimonianza del loro passaggio in luoghi, contesti e momenti specifici.

Ad ulteriore conferma di questa condizione, basti pensare che ciascuno stile architettonico si è formato sempre con la precisa intenzione di aggiungere un significato differente rispetto a quelli che lo hanno preceduto. In questa ottica si può dunque astrarre l’evoluzione del linguaggio architettonico definendolo come processo lineare e irreversibile – sebbene, nei secoli, i movimenti neo- non siano stati pochi e il loro apporto sia stato tutt’altro che marginale. Ciascun momento storico, nell’aggiungere un nuovo significato a quello immediatamente precedente, insegue lo scopo di differenziarsi da esso, sebbene ciò non avvenga mai in piena rottura nonostante le manifeste intenzioni (in tempi recenti, il Movimento Moderno ne è stata piena dimostrazione).

Tale considerazione comporta, chiaramente, una serie di rischi che vanno tenuti ben presenti: il primo tra tutti è quello di pensare che ciascuno stile possa considerarsi un’invenzione completamente nuova, ovvero un modo inventato in toto e capace da solo di farsi carico dell’espressione del proprio tempo. Niente di più pericoloso perché, in realtà, la nostra cultura ha sempre basato il proprio sapere sulla stratificazione, unendo a qualcosa di conosciuto un modo nuovo di concretizzarlo. Alla luce di questa considerazione, è utile mutuare la parola evoluzione dall’ambito naturalistico, in quanto appare la più adatta ad esprimere il percorso dell’architettura nella storia. Una storia che appare fondamentale non come campionario di modelli da ripetere, bensì in quanto casistica di esperienze precedenti che hanno già affrontato problematiche simili.

Un secondo rischio potrebbe essere quello di considerare ogni esito di ciascun esito concreto sia isolato nella propria singolarità, sia in funzione di quelli che lo hanno preceduto sia in relazione a quelli che lo seguiranno. Ma l’architettura, essendo prima di tutto un fatto materiale non può prescindere dalla propria fisicità; nel nostro spazio limitato, la fortunata conseguenza è proprio la sovrapposizione delle parti, il confronto diretto tra momenti storici, la reazione tra idee vecchie e nuove. Il contrasto tra tali parti è il momento di maggior espressione della “storia dell’architettura” proprio perché in grado di renderla un fatto non puramente cronologico, bensì la tangibile narrazione del processo evolutivo cui prima abbiamo accennato.

Roma, fianco della stazione Termini (1939) e Arco di Sisto V (1585)

Si giunge però ad un terzo rischio, forse più pericoloso degli altri perché costituito in realtà da una duplice componente: se davvero ogni epoca ha saputo trovare parole proprie per descriversi, e nel contrasto con quelle delle altre le ha rese efficaci, quali sono le parole nuove che descriveranno il nostro tempo? E qual è la nostra capacità di trovare ancora nelle sovrapposizioni un valore aggiunto? Le epoche più recenti hanno evidentemente imparato il valore dell’architettura del passato, formando nel tempo una radicata e salvifica sensibilità sui temi della conoscenza e della conservazione. Bisogna notare, però, come la discrezione nella scelta dei modelli non sia ancora efficacemente oggettivata, ma risponda piuttosto a sensibilità che hanno avuto la fortuna di trovare campi d’azione pratici. Chi ci assicura che le pietre usate dal Fontana per costruire l’Arco di Sisto V a Roma sappiano dirci di più rispetto a quelle utilizzate per la Stazione Termini? È un esempio semplice, ma che ben descrive il momento che stiamo vivendo.

Ammettendo che la forma del nostro tempo debba basarsi sulla conoscenza e sulla conservazione del passato (sebbene anche questo aspetto meriterebbe considerazioni caso per caso), non bisogna cadere nella facile convinzione che esso sia apprezzabile limitandone l’esperienza al solo episodio fisico; bisognerebbe invece essere ancora in grado di cogliere nella disinvolta affinità alla stratificazione l’insegnamento più utile che si può trarre dal citato processo evolutivo, tentando così di scrivere le parole nuove dell’architettura dei nostri tempi senza il timore reverenziale della storia e con la necessaria consapevolezza per evitare gravi errori di giudizio.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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