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Rebecca Spitzmiller e la speranza di Retake

La crisi economica ha portato a tagliare le spese (considerate) superflue, ma spesso è stata vista come la causa di mal servizio e non curanza anche in quei servizi mantenuti ed essenziali al benessere sociale, quasi a voler nascondere le ragioni spesso ben più profonde e complesse di tali disservizi.  Così, come se crisi chiamasse crisi, tale escalation negativa ha toccato l’intero Paese, dalle più grandi metropoli ai piccoli sobborghi locali in innumerevoli ambiti, dalla morale alla sicurezza, dai trasporti all’ambiente. Riguardo quest’ultimo bisogna sottolineare il merito del gruppo Retake, un’organizzazione di volontariato nata a Roma nel 2009 e in breve tempo arrivata anche in altre realtà sociali di primaria rilevanza, tra tutte l’esempio di Milano, ma anche Torino, Palermo, Bari e Napoli.

Tale movimento volontario mira a rilevare autonomamente il degrado di un determinato quartiere, incarnabile in sporcizia e noncuranza, ma anche affissioni, “tag” e ogni altra forma di deterioramento creata “attivamente” da chi non sa cosa sia il rispetto dell’ambiente e di un bene che, oltre a non essere di sua proprietà  e quindi avulso dall’essere sotto la sua disposizione, è anche un bene comune, ovvero idoneo a comportare un benessere a tutta la collettività; altrettanto autonomamente il movimento e i propri membri si attivano direttamente ad eliminare il degrado sociale identificato.

Già solamente tali elementi basterebbero a sottolineare la rilevanza di tale movimento cittadino, che ha raggiunto ormai le principali metropoli italiane in maniera capillare ed articolata nelle varie arie e quartieri interni alle città, rispondendo a singoli problemi e bisogni sociali. Ma c’è di più: vi è una sorta di legittimazione che l’operato di tale movimento ha assunto e mette in pratica. A forza di colpi di scopa, straccio e raschietto il gruppo si è espanso, non solo numericamente (mentre scriviamo risultano esserci circa 80 gruppi attivi di quartiere e 27 associazioni sparse per tutta Italia, con oltre 45mila seguaci su facebook in continua crescita che aderiscono in continuo alle varie attività specificatamente pubblicizzate sui siti di riferimento locali, come qui per Roma) e dal punto di vista organizzativo (creando ad esempio http://www.adesivileaks.com/AdesiviLeaks/Denote.aspx , un apposito portale per segnalare gli adesivi abusivi) ma anche acquisendo un sempre maggior numero nuovi sostenitori “esterni”, quale la recente media partner quale “Clean company” che ha permesso il lancio di “Insieme per una Roma più bella”, una campagna pubblicitaria, istituzionale e legale), raggiungendo il suo apice nella recente audizione alla Camera dei deputati, dinanzi alla commissione Periferie. Una legalità che affonda le proprie radici nella stessa “madre” di questa attività civica: nel 2009 è una docente presso il dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre, Rebecca Spitzmiller, a constatare che la situazione di degrado di Viale Eritrea, nel cuore di Roma, non era più sopportabile e decide, di fronte alla noncuranza amministrativa, di attivarsi in prima persona per restituirgli una seconda vita.

Per questo ci affidiamo proprio alle parole della sua fondatrice per spiegare al meglio le origini, l’evoluzione e il potenziale ed auspicato lascito di tale attività.

Partiamo dall’inizio: come è nata quest’idea?

Retake è un’iniziativa nata nel seno della comunità statunitense presente a Roma rifacendosi all’esperienza americana “Keep American Beautiful” che dagli anni ’50 spinge tutti gli americani a partecipazione alla riqualificazione degli spazi pubblici e dei beni comuni anche a piccoli passi e con interventi localizzati. Tutto è cominciato dall’iniziativa mia e mio figlio: in seguito all’imbrattamento dei muri dello stabile dove vivevamo abbiamo cercato su internet come poter rimuovere queste scritte. Veniva suggerito uno “sfornet”, uno spray per pulire i forni. Utilizzando anche delle maschere protettive e spazzole di ferro abbiamo pulito le colonne di travertino imbrattate. Poi siamo passati alla fase della ripittura: per dipingere basta prendere un campione per identificare il colore preciso reperibile in coloreria: in meno di una settimana abbiamo pulito e restaurato l’androne spendendo circa 40€.  Così parlando con le mie amiche americane abbiamo deciso di lanciare questa iniziativa a Roma vista la situazione di degrado in continuo peggioramento. Così nell’autunno 2009, grazie a un’intuizione di una delle co-fondatrici del movimento Lori Hickey, ed all’iniziativa di Paola Carra, le altre due co-fondatrici di Retake, che aveva iniziato di pulire suo quartiere sulla via Cassia di Roma Nord in quello stesso periodo, abbiamo deciso di lanciare il primo evento in occasione della festa di san patrizio dell’anno seguente, una festa che ha colore identificativo proprio il verde che cerchiamo in tutti i modi di tutelare, a villa borghese. Nel frattempo siamo entrati in contatto con  l’ufficio dell’assessore del centro storico che ci ha messo subito in contatto con Ama che ci ha dato 7 camion con attrezzi per pulire; abbiamo coinvolto le Belle arti, essendo un intervento che interessava anche i beni culturali, e la Fondazione Giuseppe Garibaldi grazie all’interesse della sua presidentessa, Anita Garibaldi, pronipote e diretta discendente dell’eroe dei Due Mondi; abbiamo portato all’evento anche un cavallo bianco e un artista rappresentante l’Eroe per rievocare l’Unione d’Italia, per evocare questo inizio di un’Italia unita, con i valori di volersi dare da fare, “costruirsi” insieme con le istituzioni, coinvolte e partecipi fin dall’inizio; una partecipazione alla vita democratica in linea con quanto stabilito dall’art. 118 della Costituzione.

L’idea di una partecipazione attiva dei cittadini alla tutela dei beni comuni della collettività è senz’altro, come peraltro ha già accennato lei, più diffusa negli Stati Uniti rispetto che in Italia (purtroppo). Quanto ha influito il suo substrato culturale americano in tale decisione? Ha trovato differenze tra le due realtà, tanto riguardo l’aspetto personale che quello territoriale? Il fatto che un’idea protesa a tutelare la città venga da una “cittadina acquisita” è particolarmente sintomatico, non crede?

Si e no, perché penso che quando uno vive all’estero vede sempre l’ambiente circostante con occhi diversi, mentre quando una persona vive sempre in una situazione si abitua, magari il degrado sembra normale.

C’è una storia molto emblematica, la storia della rana nell’acqua: la rana che viene buttata nell’acqua bollente improvvisamente salta via, quando invece una rana viene messe in un’acqua tiepida che aumenta di temperatura a poco a poco finisce poi per morire bollita nell’acqua.

A volte serve qualcuno che venga scioccato, che noti la differenza rispetto alla normalità, che sennò cuociamo! e senz’altro vi è anche il substrato dell’esperienza americana e della sensibilizzazione che ci ha dato “Keep American Beautiful” che rispecchia esattamente quello che Retake mira di fare coinvolgendo sia partnership private che pubbliche che sensibilizzando le scuole su queste problematiche civiche.

In rapidissimo tempo l’organizzazione ha avuto una diffusione esponenziale, arrivando a moltissime realtà locali e cambiando la stessa idea di attivismo civico. Come siete riusciti ad avere tale espansione?

Era la nostra speranza. Anche nelle prime presentazione, che venivano fatte nelle scuole ci autoconvincevamo: se io posso farlo con mio figlio e se dopo pochi mesi possiamo riunire 200 persone in un evento come quello di villa borghese figuriamoci se iniziamo davvero a sensibilizzare a partire dalle scuole la popolazione. Senz’altro ci vuole tempo, anni perché stiamo tentando di cambiare la cultura di un paese. È stato duro ed è ancora duro, tante persone non conosceranno ancora Retake (che grazie a questo articolo speriamo siano sempre meno). Senz’altro la diffusione esponenziale è legata alla spinta delle persone che via via si univano alla scelta di diffondersi capillarmente, soprattutto su scala locale tramite la creazione dei “Gruppi di quartieri”: ciò soprattutto grazie ad Antonino Battaglia che ha capito che creando i Gruppi di quartiere e collegandole le persone interessate tramite una mappa locale si è riusciti a far entrare in contatto le persone vogliose di tutelare l’ambiente circostanze che vivono ogni anno. Anche il presidente di Retake Simone Velluci che ha avuto l’intuizione di sistemare le best pratices in modo schematico e comprensivo per renderle accessibili a tutti. Un altro punto essenziale è stata la costituzione in Onlus di Retake in modo da fargli acquisire uno status legale che gli permettesse di interloquire formalmente con le varie istituzioni e compagini interessate. Quindi l’impegno dei primi “discepoli” del movimento ma anche la creazione di una struttura funzionale ed organizzata contemporaneamente accessibile a tutti che potesse veicolare la passione sempre crescente.

Riguardo la vostra espansione, immagino che vi siano stati nel corso degli anni “approcci istituzionali” con le varie istituzioni locali: a Roma ad esempio vi sarete interfacciati con il Comune e i Municipi oggetto dei vari interventi, ma anche l’Ama e il Servizio Giardini (finché esisteva). Ugualmente, ipotizzo che le risposte delle varie compagini istituzionali saranno state difformi, alcune particolarmente positive ed altre invece particolarmente restie. Quali sono stati i principali ostacoli nell’ambito dei rapporti con le istituzioni locali?

Mi vengono in mente varie cose. Il primo ostacolo è di tipo psicologico: “tanto non si può fare niente”; “tanto è così e non si può cambiare”; “tanto Roma è sempre stata così”. Non è così. Se i fratelli Wright avessero pensato in questo modo l’uomo non avrebbe mai volato. Non è così, l’uomo evolve, l’uomo impara dai suoi sbagli. Diciamo che purtroppo gli italiani hanno una sorta di sindrome di Stoccolma: sono innamorati della burocrazia pesante; se ne lamentano in continuo ma ne sono anche innamorati, perché la burocrazia così farraginosa dà una scusa per dire che non si può fare niente o che sia troppo dispendioso. Capita che trovi l’amministratore eccezionale e quel politico appassionato e fiducioso: un altro aspetto essenziale è la fiducia, non solo in se stessi ma anche negli altri. Guardando gli altri negli occhi l’attività, avendo un contatto diretto si può superare la sfiducia e rassegnazione, l’innamoramento e la natura sedentaria sia delle istituzioni e dei privati.

“A signò che vuoi fa’’”, te lo faccio vedere io cosa possiamo fare! siamo andati sulla luna, un po’ di spazzatura in giro la possiamo eliminare!

Le critiche indirizzate ad iniziative del genere si concentrano in due macro categorie: la lamentata mancata legittimità di tali comportamenti (fino alla degenerazione in epiteti quali “mica me ne devo occupare io, c’è gente pagata per farlo”) e l’ipotizzata inutilità di tale iniziativa, rea secondo i critici di durare poco e quindi di avere poche conseguenze positive. Cosa risponde a tali critiche e che lascito pensa abbiamo tali iniziative, non solo dal punto di vista pratico ma anche culturale e di mentalità?

Certo, anche io pago le tasse ma io ho la mia dignità personale! ma se vedo che pagando le tasse questo non basta non posso arrendermi di vivere nella zozzeria. Devo curare quella parte del mondo mio che posso controllare, che ho la possibilità di curare e incoraggiare gli altri a farlo facendogli vedere che soddisfazione deriva anche da una piccola azione, perché passando il giorno dopo in uno spazio che vedi pulito con il tuo contributo ti fa produce gioia, ti fa credere che la città sia tua e intanto crea comunità con altre persone che la pensano come te e sono tutte persone positivi e propositive. Un lascito non solo pratico ma anche culturale psicologico e spirituale perché è fisiologico che a un certo punto ti senti abbatterai dicendoti “ma chi me lo fa fare, hanno rimbrattato tutto”; poi però arriva un premio come la scorsa settimana Upter (Retake ha ritirato l’Upter Awards 2017 il 9 ottobre scorso n.d.) e ti rispondi subito che allora evidentemente ho fatto qualcosa di utile, che vale e che qualcuno nota e allora devo assolutamente continuare. Ogni retaker ha prima o poi un’esperienza del genere: momenti in cui ti butti giù dicendoti “oh no hanno riattaccato e lo ripulisci un’altra volta” e quando magari ti senti di abbandonare tutto ricevi un riconoscimento, qualcosa di inaspettato succede e allora ti dici “allora non è inutile, ce la possiamo fare”.

La risonanza intorno all’operato di Retake ha senz’altro raggiunto il suo apice nella recente audizione alla Camera dei Deputati dove l’associazione è stata chiamata ad interrogarsi sui problemi che attecchiscono la società civile. Un pieno riconoscimento della rilevanza non solo concreta ma anche teorica del lavoro fatto fino ad oggi. Quali sono le impressioni e quale pensa possa essere l’evoluzione futura?

Il presidente della Commissione periferie dep. Andrea Causin e gli interventi degli altri deputati coinvolti Roberto Morassut, Vincenzo Piso e Andrea de Maria non solo ci hanno posto delle domande puntuali sul nostro operato ma ci hanno chiesto anche idee concrete su specifiche sui progetti sulla futura evoluzione. Abbiamo illustrato sia il progetto di sensibilizzazione nelle scuole, sia di  collaborazione con parti democratiche della società,  tra cui vi è un nostro progetto recente con i rom al fine di integrarli nella società con iniziative positive; avere partnership con le aziende, come quella con che abbiamo con Scuola Attiva con cui fin dallo scorso anno abbiamo una collaborazione con il progetto “Svitati per l’ambiente” volto ad insegnare ai ragazzi a creare un giardino condiviso che gestiscano e che, dopo le esperienze di Milano e Roma, mira a di creare una piattaforma utilizzabile da tutte le scuole. Tutti progetti che vanno nella direzione di dare una concreta risposta alle problematiche che ci circondano e in cui viviamo.

Cerchiamo di agire con azione e comunicazione perché quello che serve è senz’altro un’enorme campagna comunicativa di sensibilizzazione come avvenuto in America convincendo tutti che possiamo cambiare la cultura che è possibile e che tutti possiamo fare la nostra parte, cittadini ed istituzioni.

E noi speriamo di aver fatto la nostra piccola parte.

 

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