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Picasso e il viaggio della svolta.

“Ci parli del Guernica” chiese la commissione al ragazzo che rispose: “Hmm…Guernica…Guernica… non sono molto preparato su Guernica, chi è Guernica?”
Esame di maturità, anno 2009.

Quello che non sapeva il mio compagno è che Guernica non è qualcuno ma qualcosa. Un qualcosa di straordinario, il capolavoro di Pablo Picasso.

Mi basta pensare all’artista spagnolo perché questa scenetta mi torni in mente, che poi non so se sia accaduta davvero o se sia una sorta di leggenda del mio liceo, e così è stato anche qualche giorno fa mentre mi trovavo alle Scuderie del Quirinale a Roma che fino al 21 gennaio 2018 ospiteranno la mostra “Pablo Picasso. Tra cubismo e classicismo: 1915- 1925”.

Niente Guernica, perché come si intuisce dal titolo, la mostra prende in esame un determinato periodo della produzione dell’artista, quello tra il 1915 e il 1925. La grande tela dedicata al bombardamento della città basca durante la guerra civile spagnola e custodita al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, risale invece al 1937.

Nel 1917, precisamente il 17 febbraio, nel pieno della Grande Guerra, Pablo Picasso, guida della rivoluzione cubista, arrivò a Roma, prima tappa del suo viaggio italiano. In due mesi visitò non solo la capitale, alloggiava all’Hotel de Russie, ma anche Napoli e Pompei. Si trattò del suo primo viaggio in Italia, il primo fuori dalla Francia e dalla Spagna. Il pittore accompagnava Jean Cocteau, il giovane drammaturgo che lo aveva assoldato nella realizzazione di sipari, scene e costumi per Parade, il balletto da lui ideato su musiche di Satie, che andò in scena a Parigi nel maggio dello stesso anno. Coinvolgere Picasso non era stato semplice per Cocteau, tanto che per convincerlo a prender parte alla produzione del balletto decise di chiederglielo vestito da Arlecchino.

A Roma, nella tranquillità del suo studio, che non poteva che essere in via Margutta, disegna scene e costumi destinati allo spettacolo, trattandosi però del suo primo lavoro per il teatro, viene affiancato da altri scenografi della compagnia, tra cui Fortunato Depero.

Il soggiorno in Italia ebbe un forte impatto sull’artista, dal punto di vista professionale perché lo avviò ad una vera e propria svolta stilistica e dal punto di vista personale. Sì perché fu a Roma che Picasso, mentre preparava i costumi e le scene per i Ballets Russes di Diaghilev, incontrò e si innamorò di Ol’ga Khochlova, ballerina russo-ucraina che diventò presto la sua musa.

Ol’ga fu la sua prima moglie, i due infatti si sposarono nel 1918 e nel 1921 ebbero Paulo. Soggetto ricorrente nelle opere di quel periodo esposte alle Scuderie, spesso in veste di Arlecchino, tra i personaggi preferiti dell’artista e che racconta la solitudine del Novecento.

A distanza di 100 anni da quel grand tour, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo celebra il viaggio italiano di Picasso, attraverso una serie di mostre e iniziative. Le Scuderie lavorano a questo progetto dal 2015, in accordo con il Musée Picasso, per esporre a Roma oltre 100 opere provenienti da 50 prestatori, forse qualcosa di più, europei, americani e giapponesi.

Evidenti le influenze italiane, le opere arricchite dalle suggestioni neoclassiche apprese nel Belpaese, ispirate alla scultura antica, al Rinascimento romano e alla pittura parietale di Pompei. Lasciarono un segno alcune delle maggiori espressioni della cultura tradizionale e l’arte popolare napoletana, dal presepio al teatro, fino a quello delle marionette, i saltimbanchi e il binomio città antica- città moderna. Per Picasso l’arte deve essere infatti sia moderna che primitiva e così unisce volutamente alto e basso.

A beneficiare di ciò fu in primis l’enorme sipario, diciassette metri di larghezza per undici di altezza, che Picasso realizzò per il balletto Parade. La grande “tela” è conservata ala Centre-Pompidou di Parigi e viene esposta solo in rare occasione proprio “a causa” delle sue dimensioni.
Negli anni però è stata ospitata in vari musei, nel 1984 dal Brooklyn Museum di New York , nel 1990 dal Palazzo della Gran Guardia di Verona, nel 1998 dal Palazzo Grassi di Venezia, tra il 2012 e 2013 dal Centre-Pompidou di Metz, fino allo scorso giugno dal Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli. Approdata finalmente a Roma lo scorso 22 settembre, è esposta per la prima volta nel salone affrescato da Pietro da Cortona di Palazzo Barberini, dove rimarrà fino al 21 gennaio 2018. L’architettura di Bernini è stata preferita come location per via delle dimensioni dell’opera, che non avrebbe trovato giustizia tra le mura delle Scuderie.

La mostra si sofferma in particolare sul metodo del pastiche, analizzando le modalità e le procedure tramite le quali Picasso lo utilizzò come strumento al servizio del modernismo, in un percorso dal realismo all’astrazione tra i più originali e straordinari della storia dell’arte moderna. Sono illustrati poi gli esperimenti condotti da Picasso con diversi stili e generi: dal gioco delle superfici decorative nei collage, eseguiti durante la prima guerra mondiale, al realismo stilizzato degli “anni Diaghilev”, dalla natura morta al ritratto.

Il protagonista indiscusso è un Picasso a tutta forma, capace di sviluppare la sua arte tra dipinti, bozzetti, acquerelli, disegni. Non mancano poi gli abiti di scena, maschere e una selezione di lettere, cartoline e fotografie che documentano il soggiorno in Italia del pittore.

Quel viaggio lo segnò per sempre ed è evidente nelle opere d’ispirazione classica realizzate nel periodo successivo. Picasso era stato colpito dalla monumentalità e dalla sensualità nascosta delle statue antiche, ovvero dalla loro sostanza più che dalle forme e proporzioni.

A proposito di proporzioni, il dipinto “La corsa”, scelto come immagine copertina della mostra e visibile a dimensioni giganti su manifesti e cartelloni è in realtà molto piccolo: 32,5 x 41,1.


Le due donne enormi e un po’ scomposte, non perdono di sensualità in quella corsa- balletto. Il messaggio ora mi è chiaro, come loro dovremmo tutti correre sensualmente a vedere la mostra, perderla sarebbe davvero un peccato.

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