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Luigi Pellegrin, Componente infrastrutturale articolato, 1982

La meccanica dell’arte: a studio da Diavolo, un racconto su Luigi Pellegrin

Luigi Pellegrin, Componente infrastrutturale articolato, 1982

 

Lo studio di Roberto Federici, in arte Diavolo, ha l’aspetto di un’officina, più che di una convenzionale bottega d’arte. Lamiere metalliche attrezzi e bulloni popolano le quattro mura del piano terra di una rigogliosa  corte sanlorentina.

Un grande obelisco alto quattro metri occupa il centro dello studio. L’opera è cava e composta di cocci di vetro, pare reggersi per miracolo o per grande ingegno. Seppur l’eco della scuola di Piazza del Popolo e degli obelischi di Tano Festa sembri rimbombare nell’officina federicia, la storia dell’obelo di Diavolo ha una natura diversa.
Tanti romani ricordano la stele che occupò lo spazio prospiciente il circo Massimo, in piazza di Porta Capena, di fronte all’ex Ministero delle Colonie, oggi sede Fao.  Portata a Roma come bottino di guerra nel 1937, la stele di Axum, tra volontà contrastanti, venne restituita e riportata in territorio etiope una decina di anni fa. L’obelisco nell’arco degli anni aveva però acquisito un inconsapevole ruolo astrale di raccordo dell’assialità del Circo Massimo e di circolazione dei flussi visivi e di percorrenza. Per trovare compensazione a questa assenza  un gruppo di architetti propose al Federici di ideare un obelisco sostitutivo. Suggestionato dalla prossimità dei lontani territori rappresentati nella sede Fao lì vicina, l’artista propose una struttura verticale cava, composta di frammenti di vetro provenienti dai vari paesi dell’organizzazione mondiale. Attraverso la ripetizione identica ma identitaria di un brandello usurato, il buon Diavolo avrebbe restituito, con un materiale diafano, la presenza a quel vuoto che tutt’oggi un po’ si sente. L’operazione però non ricevette il finanziamento necessario e sfumò nel nulla.

Roberto Federici – Cavaliere

Nato a Roma, Roberto, frequentò il liceo di via di Ripetta dove apprese a camminare, ma le vere lezioni di volo si librarono nelle aule della facoltà di Vallegiulia, o meglio, nello studio del professore che ai tempi, spesso in coppia col “Sacrippa” (Maurizio Sacripanti), faceva lezione agli studenti di architettura degli anni ‘70: Luigi Pellegrin.

R.F.: “La sera verso le dieci e mezzo andavi a studio da lui, perché lui la sera faceva revisione, verso le undici, mezzanotte. Aveva due piani di un palazzo dietro via Quattro Novembre, a via della Pilotta. Come si entrava da Pellegrin? Andavi lì, fischio e si affacciava Marta, la segretaria che buttava la chiave… a pian terreno c’erano dozzine di disegnatori che schizzavano, ma dei mostri, perché quello non faceva fare pianta sezione e prospetto, ma tutto insieme a spaccato prospettico; salivi e lui aveva una tana, tanissima in fondo allo studio dove stava con gli altri disegnatori, era uno spazio bellissimo, per non parlare dei libri. Ovunque. Poi usciva fuori, sgomberava un tavolo e ti faceva revisione. La prima volta che lo vidi pareva un attore americano: giacca verde, camicia e scarpe nere, pantalone beige ed un foulard. Una voce nuova, non ti parlava mai di architettura, le sue erano delle parabole. Era uno sballo andarci, ci incontravi tutti. Sacripanti lo trovavi tutte le sere, si parlavano con un linguaggio loro, ma non occulto, dove potevi entrare anche tu.”  video

Pellegrin nasce in Francia, ma rientra con la famiglia in Italia alla fine degli anni Venti. Muove i primi passi verso l’architettura accompagnando il padre carpentiere nel cantiere romano del monumentale complesso del Buon Pastore (1929-34) di Armando Brasini.  E’ incredibile ritrovare in questa sproporzionata culla, riempita di stilemi, mescolanze eclettiche e citazioni, volta ai territori del passato, il Pellegrin architetto compiuto, con la sua poliedrica traiettoria futuristica ai limiti della fruizione, in costante ricerca di un nuovo modo di abitare sollevato dal suolo. Germogliato su un vettore saltò sull’opposto, entrambi in fuga veloce dal presente.

R.F.: “Poi lavorai per un po’ da lui, soprattutto nella grafica delle tavole. Un tempo era un fatto più artigianale, montare i mockup, le letraset e lui impazziva per le scritte in diagonale. Il filo che passa lo spazio, la tentazione continua di occuparlo  senza ingombrarlo. Tant’è che le sue architetture sono senza copertura, non esiste un sopra ed un sotto. Sopra e sotto c’è tutto. Mi ricordo le volte che sentivo la campana del mattino della chiesa di fronte suonare alle cinque, infinito, non mi stancavo mai con lui. Dormiva lì, il caffè e poi veniva a vedere. Poi lasciai lo studio e la serigrafia per andare a lavorare in uno scatolificio ( packaging ), le cose chiuse fustellate , piegare la carta. L’arte del saper fare o il saper fare l’arte? Questo è quello che mi chideva Gigi. Ma che ne so io.”

Roberto Federici, studi sulle proporzioni anatomiche

Una sconfinata potenza visionaria, fiduciosa nella fantasia del cambiamento, formata tra le braccia di De Renzi, Fasolo, Del Debbio, Nervi, ma intrisa dei disegni di Archigram, Goff, Fuller e della scuola russa, tra Lenidov e Tchernikov . Un sodalizio con Bruno Zevi e l’avvicinamento al binomio di Sullivan e Wright, il fascino verso le forme organiche. La progettazione delle scuole imparata negli Stati Uniti e dalla seconda metà degli anni Sessanta l’incessante ricerca sperimentale di nuove tecnologie di prefabbricazione. Nei ’70 i progetti su scala territoriale, i vettori Habitat e le infrastrutture lineari. Una forte linea tensiva dove il disegno saetta verso confini d’astrazione fantascientifici, detonanti, suggestivi, ma anche invivibili.

Luigi Pellegrin, esempio d’impiego del componente infrastrutturale verticale per determinare nuclei urbani, 1973

R.F.: “Quello che mi ha insegnato è l’onestà con se stessi. Fino all’ultimo doveva vedere che le cose fossero come voleva lui, dovevano essere quelle ed assolutamente quelle e aveva ancora dei dubbi. Era ucciso dai dubbi, massacrato, ogni volta che doveva presentare un progetto era un pianto, perché non è così che lo volevo, però sono costretto e allora pigliava il ragazzetto di bottega lo metteva sulla Bmw per Pisa a 280 all’ora perché doveva arrivare per le otto di sera. Il progetto non finisce mai. Uno come Gigi me lo ha fatto capire. Mi chiedi quando definisco che un’opera è conclusa? Quando mentre faccio scopro che c’è un’altra cosa e passo a quell’altra.  Perché dico che l’arte è una scienza: perché tu scopri mentre fai. Chi dice che l’arte è una cosa intima, un sentimento la butta in caciara.”

[1]http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/approfondimenti/2008/10/20082024_obeliscoaxum.html

[2] Pellegrin Luigi, “Un percorso nel potenziare il mestiere di costruire”, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2003

[3] http://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-pellegrin_(Dizionario-Biografico)/

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Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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