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Le sentenze dell’Aja sui crimini dell’EX-Jugoslavia.

Tuonano le sentenze dell’Aja sui crimini perpetrati in Ex Jugoslavia, lampi che illuminano decenni di delirante buio che ha il sapore disgustoso dell’attesa di giustizia per tutti i fronti coinvolti, consolazione amara alla vendetta per quei grembi rinsecchiti di madri insonni che aspettano in sogno il lusso di incrociare i loro figli. Lampi che d’improvviso illuminano le tragedie che ha vissuto un popolo, il mio popolo, alla coscienza internazionale che si è a lungo accovacciata nel buio della dimenticanza. Non ho mai capito perché. Due sentenze per due fronti, quello serbo e quello croato, ciascuna responsabile di morte e sofferenza.

In questi giorni dove si parla molto del conflitto dell’Ex Jugoslavia molti hanno chiesto a me, montenegrina, se fossi felice per le condanne alla Serbia. All’epoca in cui sono nata la mia terra sgorgava frutti d’odio ma io non ci sono cresciuta lì dentro.

Felice sempre quando i colpevoli vengono punti. Non sono condanne ad un paese ma al passato inglorioso di quei paesi che oggi meritano e vogliono essere di più. Non c’è spazio per le logiche di pensiero del passato. Avanti tutta.

Il 22 novembre 2017 il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia ha pronunciato l’unica parola che avrebbe potuto pronunciare: “ergastolo”, davanti al generale delle truppe serbo-bosniache, Ratko Mladić, che in preda all’ira di chi è ancora convinto di quello che ha fatto ha urlato “Bugia, bugia!”.

Dopo un processo durato cinque anni, il Tribunale lo ha riconosciuto colpevole di dieci capi di imputazione su undici, tra cui di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Incarcerato solo nel 2011 dopo 16 anni di latitanza, protetto dalla “vecchia guardia” che ancora gironzolava qua e là, è stato trovato mentre proseguiva la sua vita mite e tranquilla in una cittadina a 80 km da Belgrado.

Mladic è stato l’esecutore materiale di un progetto, diciamo un “field coordinator” , che ha eseguito il piano di Slobodan Milosevic che votato ad un ideale paranoico che pretendeva di costruire un impero balcanico fondato sugli scheletri di un nazionalismo ottocentesco paranoico.

Durante tutto il processo non ha mai fatto un passo indietro, non un pentimento, giustificava i suoi delitti con la necessità di difendere il suo popolo da fanatici musulmani in Bosnia considerandosi un guerriero difensore  del cristianesimo occidentale contro l’Islam, un crociato.

“Dalla notte dei tempi, le frontiere sono sempre state tracciate con il sangue” amava dire il generale. Che queste parole siano monito alla retorica oggi in corso tra occidente e Islam, in seno ai nostri confini nazionali ed europei.

IL GENOCIDIO DI SREBRENICA

In totale, si stima che la guerra in Bosnia abbia provocato almeno centomila morti e più di due milioni di profughi e sfollati. Solo a Srebrenica, in quasi tre settimane ne sterminarono 8 mila. Srebrenica è una cittadina che si trova a est della Bosnia, non lontano dal confine con la Serbia, e faceva parte di una delle protette dalle Nazioni Unite dai i caschi blu olandesi (le altre città erano SarajevoTuzlaZepaGoraždeBihać), in quanto c’era stato un aumento repentino della densità di popolazione, dovuta alle decine di migliaia di persone sfuggite alla campagna di pulizia etnica in Bosnia orientale tra il 1992 e il 1995.

Ratko Mladic seguito delle truppe paramilitari di Arkan, le cosiddette Tigri, solo qualche ora prima accarezzava un bambino biondo musulmano offrendogli della cioccolata mentre rassicurava i caschi blu che i musulmani  sarebbero stati al sicuro a Srebrenica. Qualche ora dopo il papà di Izudin Alic, questo il nome del bambino, veniva massacrato nel bosco insieme ad altre migliaia di persone. Il suo corpo è stato ritrovato qualche anno fa in una delle molte fosse comuni.

Ratko Mladic ordinò di dividere la popolazione uomini e adolescenti in età di combattimento da donne e bambini. Per questi ultimi la destinazione furono i territori controllati dal governo di Sarajevo. Per gli altri fu il massacro, in poco più di due settimane (durò dal 6 al 25 luglio del 1995) furono sterminate 8 mila persone a suon di vere e proprie esecuzioni strategiche.

Forse uno dei capitoli più umilianti per le Nazioni Unite, che paralizzata, finì per non salvare nessuno. Invano il generale Thom Karremans chiese un intervento aereo Nato per salvare i civili. Mladic minacciò, in caso di raid degli F-16 dell’Alleanza, di sterminare tutti, civili e caschi blu. Presa la città, consentí ai soldati olandesi di evacuarla, e di partire insieme alle donne e ai bambini.

“Finalmente è arrivato il momento di vendicarsi di questi turchi” queste le parole di Mladic prima di dare il via ad un vero e proprio sterminio. Questa frase dimostra le radici profonde che risalgono alla lunga occupazione ottomana nei Balcani, agli scontri identitari che nascondono scheletri molto più profondi di semplicistiche interpretazioni.

ALCUNE REAZIONI DELLA STAMPA BALCANICA

  • La reazione del Presidente serbo, Vucic: “Il mio invito ai cittadini della Serbia è che da oggi si inizi a guardare al futuro, a mantenere la pace e la stabilità nella regione, a far vivere i nostri figli e aprire più fabbriche… Non dobbiamo soffocare con le lacrime del passato, ma piuttosto col sudore del lavoro, per creare una Serbia migliore”.

Il presidente Vucic, in quel periodo era alto funzionario del Partito radicale serbo. Il suo discorso fa parte di processo di allontanamento ma, a mio avviso forse ancora non sincero. Condivido il suo sforzo di “guardare al futuro”, la Serbia lo merita, i suoi giovani, i miei amici lo meritano ma, fino a che punto si può andare avanti se non si è in grado di sapere chi si è stati e chi non si dovrà essere mai più? Forse l’attuale élite serba ha dimostrato di non essere ancora pronta a fare i conti con il passato.

  • Il patriarca serbo-ortodosso Irinej ha commentato con queste parole “«Noi, per sfortuna, non possiamo fare nulla contro quanto deciso dalla Corte, ha sostenuto” , aggiungendo «che tutto quanto accade» è la conseguenza del comportamento «di grandi potenze mondiali, che compiono atti diabolici e noi ne patiamo le conseguenze».

Poco da commentare.

Le principali rete televisive, tra cui Pink, non hanno trasmesso la lettura della sentenza. Ma questo fa parte di una più ampia difficoltà di libertà di stampa sulla quale la Serbia deve lavorare ancora. Per fortuna le nuove generazioni sanno bene i limiti della propria stampa e sanno dove andare a cercare.

BOSNIA

La stampa bosniaca ha tenuto un profilo basso, il giorno prima sulle testate dei giornali di punta non comparivano notizie dell’imminente sentenza.

Le reazioni più forti vengono dalle associazioni delle vittime che hanno espresso un certo senso di consolazione.

Banja Luka, capitale della Repubblica serba in Bosnia, ha portato ava una vera mitizzazione di Ratko Mladić.  “A prescindere dalla sentenza, tutti abbiamo la sensazione che, dato quello che abbiamo visto contro i serbi finora, Ratko Mladić resta una leggenda nel popolo serbo. Un uomo che ha offerto le proprie capacità umane e professionali al servizio della difesa e del popolo serbo dovunque si trovasse”, ha commentato  il presidente della RS Milorad Dodik il giorno prima del verdetto. “Faremo di tutto per aiutare il generale a dimostrare la sua innocenza” ha poi aggiunto.

Bakir Izetbegović, politico bosniaco bosgnacco(bosniaci musulmani) della Presidenza della Bosnia ed Erzegovina dal 10 novembre 2010 e figlio di Alija Izetbegović, presidente all’epoca della guerra, ha definito Mladic “un viagliacco” e ha aggiunto che molti dei bosniaci serbi sono molti lontani dal considerarlo un eroe.

CROAZIA

Il Presidente della Croazia, Kolinda Grabar Kitarovic, ha affermato “Mi dispiace che Mladic non sia stato giudicato anche per altri crimini commessi nella Repubblica croata, auspico però che questa sentenza di ergastolo sia una consolazione per le famiglie che hanno sofferto e perso parte dei suoi membri nel periodo in cui proprio lui è stato il simbolo della guerra, brutalità e del genocidio”.

Parole le sue abbastanza prevedibili, quando c’è da puntare il dito. Bisogna comprendere quanto la Croazia si sia dimostrata pronta a digerire le proprie colpe.

LA CICUTA DI PRALJAK E LE COLPE DELLA CROAZIA

Proprio ieri arriva la sentenza anche per un altro attore colpevole di crimini di guerra, si tratta del’ex comandante delle milizie croato-bosniache Slobodan Praljak. Già in carcere da 13 anni è stato condannato a 20 anni di carcere, insieme ad altri sei leader politici e militari croati e croato-bosniaci, in quanto è stato stabilito che era a conoscenza di operazioni mirate ad uccidere musulmani bosniaci e non ha fatto nulla per fermare omicidi e stupri di massa. I soldati sotto il suo comando, di cui lui è responsabile, sono stati considerati esecutori di ulteriori crimini tra cui il bombardamento della città di Mostar e la distruzione del suo storico ponte.

Ma non ci sta, non si pente, anche lui è convinto che quello che ha fatto lo ha fatto nel giusto e non accetta di essere considerato un criminale. Se la verità non gli si riconosce sarà lui a morire in nome della verità, questo il gesto scandaloso di bere veleno davanti ad una corte penale di giustizia un’ampolla di veleno, per morire qualche ora dopo.

 

 

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