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Palermo, la storia dell’antimafia nel bunkerino del Palazzo di Giustizia

Il mio viaggio nella meravigliosa Sicilia è stato impreziosito dalla visita al Museo Falcone- Borsellino, luogo di memoria voluto dall’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo e inaugurato il 23 maggio 2016. Tramite le fotografie, gli atti e gli oggetti personali, ho avuto occasione di ricordare gli Uomini Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con i loro caratteri forti, le loro passioni, le loro vite.

All’ingresso del bunkerino sono state collocate due statue in bronzo che ritraggono il giudice Borsellino mentre volge lo sguardo all’amico e collega Falcone: una scena di quotidianità che evoca la complicità e la profonda stima che legava i due. Inoltre sulla parete antistante vi era una fotografia ingrandita di Paolo Borsellino tra gli agenti della scorta.

 

La guida d’onore è stata Giovanni Paparcuri, collaboratore stretto dei due Magistrati e inventore del maxiprocesso telematico degli anni ’80. Giovanni ci ha raccontato come la sua storia sia stata fin dal principio intrecciata con le vite di Borsellino e Falcone; quest’ultimo in particolare credette nelle sue capacità e lo incaricò di occuparsi della informatizzazione della copiosa mole di documenti giudiziari. Paparcuri era l’autista di Rocco Chinnici, Consigliere Istruttore ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983 in Via Pipitone Federico a Palermo. Giovanni nella prima stanza del bunkerino ci ha mostrato proprio la foto di quell’attentato che ha segnato la sua vita. A 27 anni rifiutò il prepensionamento per dedicarsi alla collaborazione con il pool antimafia e istaurò una grande amicizia con i suoi capi. Dopo la “strage Chinnici” si maturò l’esigenza di proteggere la vita dei due Magistrati, trasferendo i loro Uffici in un’area più riservata del Palazzo di Giustizia, che tutti loro solevano chiamare bunkerino.

Giovanni e suo nipote Marco, della Fondazione Progetto Legalità ONLUS, rivolgono le loro iniziative di educazione civica e antimafia ai cittadini e in particolare alle giovani generazioni, affinché queste possano maturare e coltivare nel tempo il senso di riscatto civile dell’intera collettività, siciliana e italiana. E’ stato emozionante condividere la visita al bunkerino con ragazzi palermitani e provenienti da altre parti d’Italia, oltre a due signori scozzesi. Noi tutti eravamo lì per  approfondire le dinamiche delle due vite dei Magistrati dedite alla lotta alla mafia, attraverso i luoghi che ne hanno scritto la storia. La commozione che ha segnato alcuni momenti della visita ha poi lasciato spazio ai sorrisi, grazie alla simpatia sicula di Giovanni, con cui non sembra difficile istaurare un rapporto di stima e amicizia. La semplicità e la ricchezza delle sue parole hanno ripercorso gli anni vissuti insieme ai magistrati antimafia, istanti di vita professionale e privata che tratteggiano le forti personalità di Falcone e Borsellino.

Mi ha colpito molto apprendere che il bunkerino rappresentava per i due magistrati un porto sicuro, un rifugio in cui si sentivano protetti dal mondo esterno ostile, che non era composto solo dalla mafia ma anche da nemici interni alle istituzioni. La cronaca giudiziaria ha scritto e continua a indagare sulla presunta trattativa Stato-mafia, su cui aleggiano ancora troppi misteri.

 

Nel bunkerino troviamo un corridoio allestito con quadretti contenenti articoli della cronaca di quegli anni e opere raffiguranti Falcone e la moglie Francesca Morvillo, come anche il procuratore Antonino Caponnetto. Il corridoio congiunge la stanza informatizzata di Giovanni all’ufficio di Falcone, seguito da quello di Borsellino.

Lo studio del Dott. Falcone presenta un’ampia scrivania su cui campeggiano i fascicoli dei processi, la penna dorata con cui amava scrivere e riportare gli interrogatori che conduceva con maestria, tra cui quello a Buscetta, un piccolo personal computer dell’epoca, i sigari, gli assegni su cui indagava nei procedimenti antiriciclaggio- tra cui ricordiamo Iron Tower– le paperelle di legno che era solito nascondersi per gioco con l’amico e collega Paolo, e infine un libro intitolato “Un mestiere difficile: il magistrato” di Giuseppe Pera, che Giovanni ebbe in custodia da Falcone. Proprio all’interno del libro Giovanni Paparcuri trovò un biglietto che la moglie di Falcone scrisse per il giudice.

La persona di Francesca Morvillo mi ha sempre affascinato sotto molteplici aspetti, in quanto donna e magistrato. Lei è stata al fianco di Falcone, nei suoi momenti di sconforto, come in quelli di gioia, fino all’ultimo l’ha seguito e spronato nella sua battaglia per la legalità. Lei rileggeva le relazioni ai vari convegni cui il giudice era invitato. Uno di questi contributi datato 1990 ha attirato la mia attenzione poiché riguardava il ruolo della magistratura nella lotta alla mafia. Nel documento Falcone asseriva che il metodo di coordinamento e specializzazione fosse la chiave per contrastare la mafia e l’intera criminalità organizzata. Inoltre il giudice denunciava le preoccupanti polemiche sul cambiamento del ruolo dei giudici delle indagini preliminari: questi non potevano più essere meri esecutori di quanto raccolto dagli organi di polizia giudiziaria ma dovevano loro stessi costituire un importante impulso per le indagini.

Ancora, nella stanza del Dott. Falcone ho avuto modo di leggere una sua considerazione sull’insegnamento dell’antimafia nelle scuole. Oltre al rischio cui sarebbero stati esposti gli studenti per la sua presenza, il giudice pensava alle polemiche che ne sarebbero scaturite e ciò a riprova del clima di pressione mediatica in cui i giudici erano costretti a lavorare, contro tutto e (quasi) tutti.

Nella stanza affianco si arriva nell’Ufficio di Borsellino, che invece preferiva lavorare con la macchina per scrivere. Sulla scrivania il tocco da magistrato donato al museo dal figlio Manfredi, insieme alla tesi di laurea su “Il fine dell’azione delittuosa”, la ventiquattrore in cui riponeva le agende di lavoro, tra cui probabilmente la famosa Agenda rossa scomparsa sul luogo della strage di Via D’Amelio quel luglio 1992, la borsa antiproiettile e il cappotto mai utilizzati per la loro inefficacia, e le foto dei magistrati nei locali del Palazzo di Giustizia.

Tanti i ricordi che Giovanni ci ha raccontato, come quello del suo matrimonio con la moglie Enza, in cui i due Magistrati erano gli ospiti d’onore. Giovanni è riuscito a trasmetterci le sue esperienze e le sue emozioni vissute accanto a Falcone e Borsellino. Giovanni ci ha ricordato anche che la mafia purtroppo ha ancora la sua influenza ma proprio per questo motivo è necessario che ci siano uomini come lui, come chi vorrà visitare il bunkerino, come erano i due Magistrati, come saranno i futuri magistrati, che vogliono essere veri Servitori dello Stato, uno Stato che abbia la reale volontà di debellare la sottocultura criminale della mafia.

Grazie Giovanni, grazie a tutti color che leggeranno e vorranno condividere la cultura della legalità!

        “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”

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