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San Suu Kyi: fine del sogno

Nel periodo storico che va dal 2001 ad oggi pochi militanti politici hanno riscosso un consenso internazionale così generalizzato come la birmana Aung San Suu Kyi.
Paladina dei diritti umani, fiera oppositrice della giunta militare di stampo pseudocomunista allineata con la Cina, convinta liberaldemocratica, è stata paragonata a Gandhi e Mandela non solo da politici poco informati, ma perfino da una rivista specializzata in geopolitica come Limes.
Rispetto a Nelson Mandela, oltretutto, San Suu Kyi ha il vantaggio di non aver utilizzato la violenza, di non aver ricevuto le simpatie di nazioni “scomode” come Cuba e, soprattutto, di essere sempre stata anticomunista.

Liberata nel 2010 da una detenzione agli arresti domiciliari che duravano dal 1990 (che qualcuno ha improvvidamente paragonato alla tremenda prigionia di Mandela), ha potuto impostare una campagna elettorale basata su democrazia e liberismo economico, riscuotendo i plausi dell’opinione pubblica liberale, democratica e moderata europea.
Eletta nel 2015 nelle prime elezioni libere birmane dal 1962, si è insediata il 6 aprile 2016 con la carica di consigliere di stato. La luna di miele con l’opinione pubblica occidentale, però, è durata poco più di un anno.

La buona stella di Aung San Suu Kyi si è infranta contro uno dei problemi più annosi della Birmania: la minoranza etnica dei Rohingya.
Mussulmani ostracizzati dalla popolazione buddista Birmana, relegati nelle aree nordoccidentali del Paese in condizioni di estrema povertà, i Rohingya sono già stati bersaglio di numerosi pogrom, l’ultimo dei quali iniziato nel novembre 2016.
In seguito all’attacco ad un posto di blocco birmano, il 25 agosto 2017, la campagna contro i Rohingya è stata condotta con una sistematicità e una ferocia finora sconosciute. 285 villaggi sono stati rasi al suolo entro ottobre, un numero imprecisato di civili è stato ucciso o ha subito violenze e stupri, oltre mezzo milione di profughi si sono riversati nel vicino Bangladesh.

Nel pieno di questo disastro umanitario, Aung San Suu Kyi, dopo aver affermato che le notizie delle violenze fossero state diffuse dai terroristi, ha parlato apertamente di fake news riguardanti l’intera vicenda, sostenendo che la responsabilità delle violenze sui Rohingya sia dei Rohingya stessi.
Queste dichiarazioni hanno raggelato l’opinione pubblica internazionale e gli stessi sostenitori della vincitrice del Nobel per la pace. L’enorme credito internazionale ottenuto è stato spazzato via in pochi mesi da una crisi in cui non ha dimostrato semplice incompetenza, quanto la malafede di un politicante che mente sapendo di mentire.

San Suu Kyi avrebbe l’appoggio internazionale necessario per addebitare ai militari la colpa di questo disastro. Quella di aver invece sostenuto il loro operato con dichiarazioni pubbliche surreali non può che essere una deliberata scelta politica, probabilmente volta ad allargare il consenso interno con la popolazione buddista.

Il crollo del mito di San Suu Kyi è un duro colpo per l’opinione pubblica liberale, che aveva incondizionatamente sposato la sua lotta politica senza forse avere l’accortezza di indagare a fondo il contesto culturale e politico nel quale il premio Nobel si sarebbe mosso.

About Valerio Cianfrocca

Qualcuno ha scritto che per stupire mezz'ora basta un libro di Storia. Aggiungerei che per stupire dieci minuti può bastare un buon articolo. Lo scopo di questa rubrica di geopolitica può essere riassunto così.

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