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Il silenzio-dissenso di Piazza Caprera

Raramente mi capita di parlare di architettura del Novecento; e tanto meno del quartiere in cui sono cresciuto, stretto fra via Nomentana, villa Ada e Piazza Caprera. Si tratta di un luogo altero nella sua unicità: abitazioni costruite per ceti diversi ma raccolti nella sobria dignità di un lessico – l’eclettismo dei primi decenni dell’Unità d’Italia – inasprito da alcuni inserti di epoca fascista; edifici del secondo dopoguerra in continuità con quella idea di ‘palazzina’ propria di Roma e villette ancora saldamente centrate nei loro lotti e circondate da giardini.

La Capitale, nel corso dell’ultimo secolo, è radicalmente mutata. Sperimentazioni di vario genere, tentativi di ammodernamento e adeguamento alle nuove esigenze di vita hanno stravolto la sua consueta facies con risultati alterni. Ciò nondimeno, una caratteristica che ha sempre contraddistinto l’ambiente della così chiamata ‘città consolidata’ fino agli ultimi anni si è potuta riconoscere nel rispetto che aleggiava nei confronti della preesistenza e la volontà – attraverso nuovi interventi – di valorizzarla per le sue qualità.

Già un recente abbattimento nella zona, però, ha sconvolto questa istanza: una ricostruzione per intero che se da una parte si prospetta di risolvere nella maniera più semplice la necessità di rispettare gli attuali standard d’abitabilità, dall’altra priva un contesto ormai omogeneizzato dal trascorrere del tempo di una delle sue componenti; in definitiva, una scelta comprensibile ma non per questo condivisibile.

Tuttavia, la situazione del manufatto limitrofo il quartiere Coppedè – parte integrante del tessuto in discussione – si era presentata eccezionale e per questo motivo, probabilmente, l’inaspettata decisione delle autorità è stata accolta di buon grado. Ma oggi a Piazza Caprera è diverso. L’ambiente della piazza, stabile da diversi anni e rinnovato unicamente dalla costruzione della fontana (tristemente nota per il colore scuro e il materiale inadatto del perimetro della vasca, gelido d’invero e rovente d’estate), ha raggiunto ormai una condizione di completezza di difficile mutazione, perché fondato su una salda coerenza interna e una reciproca interrelazione delle parti, ragguagliata dalla presenza dello specchio d’acqua. Pertanto, l’equilibrio percettivo appare inviolabile; al più, malleabile in alcuni suoi dettagli.

Di conseguenza, il nuovo progetto di ampliamento di una delle palazzine della rotonda sembra inaccettabile e la ragione – forse – risiede in realtà nella poca fermezza dello stesso. Infatti, se per un verso sembrerebbe voler riqualificare con decisione il manufatto in chiave moderna – rilanciando con esso anche la zona circostante – per altro verso si presenta timoroso nelle sue scelte compositive, quasi volesse invece tentare di mitigare la propria presenza. Presumibilmente, è questo il motivo alla base del poco successo riscosso dalla proposta. Certamente, le norme vigenti imposte dal Piano Regolatore e il buon senso non potrebbero mai protendere verso la prima possibilità. Eppure, se il disegno del nuovo di Piazza Caprera fosse stato più audace, magari avrebbe acceso l’interesse del circondario e la curiosità degli osservatori ricevendo qualche apprezzamento. Così non è stato e, in conclusione, non resta che augurarsi che la sensibilità degli architetti e dei committenti porti a un risultato di qualità, poiché questa è l’unica reale preoccupazione; tutto il resto sono opinioni.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
Sono un architetto e dottore di ricerca in storia dell'architettura moderna con la passione per il Barocco. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e faccio ricerca d'archivio. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

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