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Habemus hominem – Jago e la scultura moderna

Michelangelo 2.0. Un blocco di marmo da cui far nascere un’immagine, con la sola forza di martello e scalpello, con la sola delicatezza delle mani e della pietra pomice.
Jago, lo sculture; Jacopo Cardillo, trentenne di Frosinone. Un artista che parla di tempi moderni con il linguaggio della tradizione.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ospita le sue opere in una mostra intitolata alla sua scultura Habemus Hominem – Il Papa è nudo. From Benedetto XVI to Ratzinger.

Quanti artisti della tradizione culturale italiana hanno rappresentato e ritratto i Papi: le nostre gallerie d’arte custodiscono un patrimonio di pontefici.  Allo stesso modo un giovanissimo scultore ha immortalato nel 2009 Papa Benedetto XVI in un ritratto in marmo bianco. Poi però nel 2013 Joseph Ratzinger si è dimesso dal suo ruolo ed è qui che l’opera di Jago ha preso davvero vita, diventando umana, seguendo da vicino la trasformazione stessa dell’uomo. Ha perso centimetri di marmo ma ha acquistato uno spessore artistico unico.

“Nel 2009 ho realizzato un ritratto di Benedetto XVI, nel 2016 l’ho distrutto per svelare l’Uomo dietro il personaggio. Con Habemus Hominem ho lavorato su me stesso in un modo del tutto nuovo. Distruggere un’opera in favore di una nuova immagine della stessa ha voluto dire per me andare oltre l’attaccamento e l’identificazione con l’oggetto della mia stessa creazione.”

La prima versione dell’opera, Habemus Papam, era un ritratto molto formale del Pontefice;  tuttavia il Vaticano rifiutò il dono per via della scelta stilistica di Jago di lasciare vuote le cavità degli occhi. Nel 2013 Jago espose la scultura alla sua prima e personale e, ironia della sorte, proprio il giorno di chiusura dell’allestimento Benedetto XVI chiuse il suo pontificato.

Jago spogliò il Papa per farlo tornare uomo, riempì gli occhi e Habemus Papam divenne infine Habemus Hominem.

Tra le altre opere in mostra, una in particolare ha una potenza espressiva dirompente.

Un “banale” cuore, nella sua rappresentazione anatomica. “ Muscolo minerale” è il suo titolo. Gli effetti sonori dell’allestimento fanno pulsare davvero questo organo lucente al centro di un sasso di marmo grezzo. Da dove deriva questa pulsazione sa dirlo bene solo l’artista. “Qualche anno prima, durante una visita alla galleria d’arte moderna di Roma assieme alla Storica dell’Arte Prof.ssa Maria Teresa Benedetti, all’entrata rimasi colpito da una scultura di donna ricavata da un grande blocco di marmo. Osservandola mi resi conto che alla sua base la superficie era semplicemente sgrossata, e fu allora che mi venne in mente il suono prodotto dal martello che colpisce lo scalpello producendo un ritmo uguale a quello di una pulsazione cardiaca, un leggero colpo di assestamento seguito da un deciso colpo di rottura. Muscolo Minerale sarebbe nato da un sasso di marmo recuperato nel greto del fiume Serra e già utilizzato per una precedente scultura, che successivamente avrei distrutto in favore di un cuore di pietra che mi pareva di aver visto e sentito al suo interno.”

E per un artista il cui cuore batte qui e ora, nel contemporaneo, è possibile non toccare temi delicati che a questa epoca appartengono?  Due opere di riflessione sui tempi  di oggi, Facelock ed Excalibur. Un bambino chino sul telefono e pressato sempre più dalla morsa del social network più famoso hanno fatto guadagnare al giovane scultore un po’ di critiche, dovute al fatto che lui stesso promuove spesso la sua arte attraverso i social. E onestamente questa reazione critica potrebbe spingere alla riflessione più dell’opera stessa: utilizzare uno strumento comunicativo significa per forza doverne accettare anche le storture e le esagerazioni, significa dover autoimporsi una limitazione della propria libertà di pensiero?

“Se commentare negativamente un oggetto che utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se nel lo fai? Se evidenziare il lato negativo di una cosa che tu stesso utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se non lo fai?”

La guerra, la violenza, sono invece all’origine di una moderna Excalibur, un terribile Kalashnikov nella roccia. I tempi che cambiano e le armi che si adeguano. Mancando gli eroi, che nessun Re Artù riesca a tirare fuori dal marmo quello strumento di morte.

Questo percorso a tutto tondo si sviluppa all’interno di un luogo che merita di essere raccontato.

Il Museo Carlo Bilotti sorge all’interno di quella che era l’Aranciera di Villa Borghese, un piccolo edificio che ha sperimentato numerosi cambiamenti nell’arco dei secoli. Era presente nell’area già prima della realizzazione di Villa Borghese; quando poi sorse la Villa, a fine Settecento Marcantonio Borghese lo fece ampliare e decorare dagli artisti di maggiore fama dell’epoca, facendo diventare l’edificio il luogo chiave della zona della Villa caratterizzata dalla presenza del pittoresco Giardino del Lago. Si trattava, però, di un periodo glorioso destinato a breve vita a causa dei disastrosi cannoneggiamenti subiti durante gli scontri che portarono alla caduta della Repubblica Romana nel 1849. Ridotto in ruderi e ricostruito molto liberamente e senza più tracce del ricchissimo apparato decorativo, fu adibito ad Aranciera, ricovero invernale dei vasi di agrumi. Nel 1903, all’epoca del passaggio di Villa Borghese al Comune di Roma, era sede di uffici e abitazioni; ospitò quindi un istituto religioso e successivamente, dal 1982, uffici comunali.

Nel 2006 è stato riaperto al pubblico nella veste di Museo Comunale e, oltre a mostre temporanea, ospita una collezione permanente di opere donate da  Giorgio de Chirico a Andy Warhol, da Larry Rivers a Gino Severini fino a Giacomo Manzù.

Come ogni piccolo gioiello della nostra cultura, da esplorare (gratuitamente grazie al circuito Musei in Comune) per lasciarsi incantare da un inaspettato Ninfeo  nascosto.

 

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martina coppola
Nella vita mi occupo di altro, perciò guardo all'Arte con la fiducia di chi spera che il mondo sarà salvato dalla Bellezza.

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